Emissioni di metano, l’Italia chiede tre anni di rinvio sugli obblighi Ue

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Con altri 11 Paesi, Roma vuole posticipare una parte del regolamento sulle emissioni di metano. Urso rilancia: serve poi modificarlo in modo “sostanziale”. Ma per le associazioni ambientaliste così si rischia uno stop su un fronte critico per il clima.

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L’Italia chiede di rinviare di tre anni una parte del regolamento Ue sulle emissioni di metano. E non solo: secondo il ministro delle Imprese Adolfo Urso, la norma andrebbe poi modificata in modo “sostanziale”.

La posizione è stata presentata al Consiglio Energia dello scorso 26 giugno da 12 Stati membri: oltre al nostro Austria, Belgio, Bulgaria, Cechia, Ungheria, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia e Svezia, mentre ieri, 1 luglio, il ministro Urso ha rivendicato la scelta in un evento pubblico.

Il passaggio arriva mentre Roma deve ancora completare l’attuazione interna: nel luglio 2025 la Commissione europea aveva messo in mora l’Italia, insieme ad altri otto Stati, per non aver nominato e notificato entro il 5 febbraio l’autorità competente per il monitoraggio e l’applicazione del regolamento.

La richiesta dei 12 Stati

Nella nota al Consiglio, i governi firmatari chiedono “aggiustamenti mirati” e un rinvio triennale degli obblighi ritenuti non ancora applicabili senza rischi.

La richiesta non riguarda formalmente l’intero regolamento 2024/1787, in vigore dal 4 agosto 2024, ma soprattutto gli adempimenti del capitolo V, articolo 28, quelli più delicati per gli importatori di gas, petrolio e carbone.

Il timore è che un’applicazione rigida delle regole sugli import possa spingere alcuni produttori, soprattutto quelli senza sistemi avanzati di monitoraggio del metano, a ridurre o sospendere le consegne verso l’Ue.

Ne deriverebbero, secondo la nota, meno fornitori disponibili, carichi di Gnl e greggio dirottati verso mercati meno esigenti, minore flessibilità in caso di shock e prezzi più alti.

Per i firmatari non basterebbe una raccomandazione della Commissione per non applicare sanzioni per tre anni. Sarebbe non vincolante, non cancellerebbe gli obblighi giuridici sottostanti e lascerebbe aperta l’incertezza per gli importatori, anche davanti ad autorità nazionali e tribunali.

Urso, intervenendo ieri a un evento di Assorisorse, ha ripreso questa linea. Secondo resoconti di stampa, il ministro ha fatto notare che gli adempimenti dal prossimo anno ricadrebbero sugli importatori europei, ma dipenderebbero da Paesi terzi sui quali gli operatori Ue non hanno controllo diretto.

Usa, Qatar, Nigeria e Algeria avrebbero già scritto alla Commissione segnalando rischi per le forniture.

Il regolamento e il ritardo italiano

Il regolamento sul metano 2024/1787 è la prima norma Ue dedicata alla riduzione delle emissioni di CH4 nel settore energetico. Per gli operatori europei introduce obblighi di misurazione, rendicontazione e verifica, regole per individuare e riparare le perdite, limiti al venting e al flaring di routine, oltre alla mappatura di pozzi e miniere abbandonati.

Per le importazioni il calendario è graduale. Dal 5 maggio 2025 gli importatori devono fornire informazioni qualitative su origine, rotta e misure applicate lungo la catena.

Salvo modifiche, poi, dal 1° gennaio 2027, per i contratti firmati o rinnovati dopo il 4 agosto 2024, si dovrà dimostrare che gas, petrolio o carbone importati siano prodotti in giurisdizioni con requisiti equivalenti a quelli Ue di monitoraggio, reporting e verifica, o secondo lo standard Ogmp 2.0 livello 5 con verifica per oil&gas. Per i contratti precedenti è previsto l’impegno a fare tutti gli sforzi ragionevoli.

Dal 5 agosto 2028 scatterà poi il reporting sull’intensità metanica delle forniture e dal 5 agosto 2030 il rispetto di un limite fissato dalla Commissione, per i nuovi contratti o quelli rinnovati dopo quella data.

Secondo i 12 Stati, però, per arrivarci servono ancora metodologie, verificatori terzi, schemi di certificazione, tecnologie disponibili e atti delegati. Da qui la richiesta di tre anni in più.

Sul fronte interno, intanto, l’Italia è ancora inadempiente rispetto alla procedura d’infrazione per non aver nominato e notificato entro il 5 febbraio 2025 l’autorità competente per monitorare e applicare il regolamento metano.

Il Ddl delega poi arrivato al Senato dovrebbe colmare questo vuoto, ma l’attuazione non risulta ancora completata. Nel frattempo il Mase, tramite Unmig, ha pubblicato alcune relazioni trasmesse dagli operatori “nelle more della nomina dell’Autorità competente”, segno di una gestione transitoria di alcune scadenze operative, non di una piena regolarizzazione formale della partita.

L’allarme degli ambientalisti

Le critiche alla linea del rinvio erano arrivate già prima della nota dei 12 Stati. In una lettera dell’11 giugno, quasi 30 organizzazioni coordinate da Climate Action Network Europe hanno chiesto alla Commissione di evitare un fermo di fatto sul regolamento metano.

Le Ong contestavano in particolare l’ipotesi di un periodo di grazia triennale sulle sanzioni per gli importatori. Secondo le associazioni, il rischio per la sicurezza degli approvvigionamenti non è dimostrato e una sospensione indebolirebbe gli obblighi centrali della norma, aumentando proprio l’incertezza giuridica tra Stati membri.

Secondo la Commissione europea il metano è il secondo gas serra per contributo al cambiamento climatico dopo la CO2 e ogni anno oltre 200 miliardi di metri cubi di gas potenzialmente vendibile vengono persi nel mondo per flaring, venting e perdite.

È lo stesso ordine di grandezza richiamato dal Global Methane Tracker 2026 della Iea, che ricorda anche che soluzioni come rilevamento e riparazione delle perdite, sostituzione di apparecchiature emissive e recupero vapori sono già disponibili e in molti casi convenienti.

In Italia, si ricorda, la campagna 2025 di Legambiente sulla filiera nazionale del gas ha rilevato dispersioni diffuse su pozzi, impianti Remi e stazioni di valvola indagando 80.110 punti di misura validati in otto regioni: il 55,3% delle misurazioni supera 10 ppm, oltre i quali gli impatti climatici non possono essere considerati trascurabili.

Sul regolamento dunque la partita resta aperta. Per i 12 Stati il rinvio serve a evitare che una norma climatica diventi un nuovo vincolo sulle forniture. Per Ong e Iea, misurare e ridurre il metano è invece già parte della sicurezza energetica: meno emissioni ma anche meno gas sprecato. In entrambi i casi un’altra ragione per diminuire il più in fretta possibile la nostra dipendenza dal gas.

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