Batterie: gigafactory Eni in arrivo e accordi per il litio cileno

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La società inizia la costruzione di un polo a Brindisi e si assicura il 25% della produzione complessiva di carbonato di litio del progetto Black Giant in Sudamerica.

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Eni entra nel mercato degli accumuli elettrochimici con due mosse strategiche.

Il Cane a sei zampe ha annunciato, insieme a Seri Industrial, l’inizio dei lavori di costruzione di un polo produttivo per batterie al litio-ferro-fosfato (Lfp) a Brindisi, e contestualmente ha comunicato l’acquisto del 25% di Black Giant, filiale cilena della statunitense Energy Exploration Technologies (EnergyX), titolare di un progetto di estrazione del litio nei pressi di Antofagasta, nel Cile settentrionale. 

Il 6 luglio, in particolare, Eni Storage Systems e Fib (filiale di Seri) hanno comunicato la posa della prima pietra per la gigafactory di Brindisi dove si produrranno celle e moduli per lo storage e si installerà un impianto di assemblaggio dei pacchi batterie. Il sito assemblerà anche i moduli provenienti dallo stabilimento di Seri Industrial a Teverola (Caserta). 

Successivamente, nella nuova sede avverrà anche la produzione di materia attiva catodica e di riciclo. 

L’obiettivo fissato dalle due società è arrivare entro la fine del decennio a una capacità produttiva di 16 GWh/anno, equamente suddivisa tra Brindisi e Teverola. Si tratterebbe di una quota superiore al 10% del mercato europeo degli accumuli stazionari. 

L’avvio del progetto di Brindisi “rappresenta l’ingresso di Eni in un business completamente nuovo e ad alto potenziale di crescita”, ha commentato il direttore operativo Trasformazione Industriale di Eni, Giuseppe Ricci.

La mossa arriva in un momento non felice per la filiera degli accumuli in Europa, ancora scottata dalla bancarotta della svedese Northvolt dello scorso anno e il fallimento della norvegese Morrow non più di due mesi fa.

Una delle criticità principali del settore riguarda la forte dipendenza europea dalle importazioni di materie prime critiche e prodotti “intermedi”, come precursori, materiali attivi catodici e anodici, separatori, elettroliti, know-how di processo. Questo rende il valore aggiunto della filiera industriale continentale più limitato ed esposto a vari rischi come colli di bottiglia nelle forniture, prezzi e tensioni geopolitiche.

Eni e il litio cileno

L’acquisizione del 25% di Black Giant fa parte invece della strategia di Eni per entrare nella produzione di carbonato di litio (Lce). Il progetto di Antofagasta dovrebbe produrne 52.500 ton/anno a pieno regime.

EnergyX ha precisato che l’iniziativa comporterà un investimento totale di circa 1 miliardo di dollari, a fronte di un fatturato a regime di 1,3 mld $/anno (considerando l’attuale prezzo del litio di 25.000 $/ton). 

In base agli accordi, Eni ha ottenuto la possibilità di approvvigionarsi fino a un quarto della produzione complessiva di Lce, a supporto della gigafactory di Brindisi. 

Sempre per l’approvvigionamento del futuro polo pugliese, il Cane a sei zampe ha annunciato a maggio un investimento nella società canadese Nouveau Monde Graphite, che produce grafite naturale e materiali avanzati per accumuli. 

EnergyX (di cui Eni detiene una partecipazione minoritaria) utilizza per la produzione di litio la tecnologia Direct lithium extraction (Dle), che include un insieme di pratiche per estrarre litio direttamente dalle salamoie (ad esempio salares, acque geotermiche o acque di produzione) senza affidarsi alle grandi vasche di evaporazione usate nei processi tradizionali.

Il processo di estrazione

Il processo funziona in questo modo: la salamoia viene pompata in superficie, pretrattata per rimuovere alcune impurità e poi fatta passare attraverso materiali o processi selettivi che catturano gli ioni di litio lasciando passare gran parte degli altri sali.

Dopo questa fase, il litio viene rilasciato in una soluzione più concentrata, da cui si possono produrre carbonato o idrossido di litio per batterie. La salamoia residua, in molti schemi, viene poi reiniettata nel sottosuolo. 

Non esiste una sola Dle: le principali famiglie tecnologiche includono adsorbimento, scambio ionico e estrazione con solventi. L’idea comune è sempre la stessa, quella di separare selettivamente il litio dagli altri elementi presenti nella salamoia, invece di far evaporare enormi quantità d’acqua per mesi o anni.

Rispetto ai metodi tradizionali si riducono tempi, uso di suolo e, in alcuni casi, consumo d’acqua, aumentando anche il tasso di recupero del litio.

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