Quelle di Eni contro gli ambientalisti sono “querele temerarie”?

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L'azienda ha citato Greenpeace e ReCommon per diffamazione, ma senza chiedere risarcimenti economici. E intanto sigla un nuovo accordo per la produzione di idrocarburi in Algeria.

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Nel corso dell’ultima edizione dello “European Slapp Contest”, un concorso che con tono ironico mira a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’impiego delle azioni legali temerarie, Eni è stata eletta “Slapp addict of the year 2025”, ossia l’azienda che vi ha fatto più ricorso.

L’evento è stato organizzato lo scorso aprile da Case, “Coalition Against Slapps in Europe”, sodalizio cui partecipano anche Reporter Senza Frontiere e Transparency International.

Le Slapp (“Strategic lawsuits against public participation”), comunemente note con il termine giornalistico “querele bavaglio”, sono una forma di abuso del diritto generalmente promosso da soggetti in posizioni di potere per intimidire giornalisti, attivisti, ricercatori, organizzazioni o privati cittadini impegnati su temi di rilevanza sociale, politica, ambientale, o comunque in generale di interesse pubblico.

Eni si è vista aggiudicare il “primato” per le sue cause per diffamazione, tra cui quella intentata lo scorso anno contro Greenpeace e ReCommon.

Addirittura il 20 giugno 2024 Eni ha depositato presso la Procura di Roma atto di denuncia-querela per il reato di diffamazione aggravata nei confronti di Antonio Tricarico, responsabile “Finanza pubblica e Multinazionali” di ReCommon, ritenendo “false e diffamatorie” alcune sue dichiarazioni rilasciate nel corso della puntata di Report del 5 maggio 2024 volte a “sostenere che Eni avrebbe giocato un ruolo nella tragica vicenda della scomparsa di Giulio Regeni”.

La versione dell’azienda, partecipata statale, è diversa: ha negato che questa iniziativa rappresenti una “molestia legale volta a far tacere le voci dissenzienti della società civile” (quindi una “Slapp”) e di aver agito “a tutela della propria reputazione e di quella dei propri dipendenti e stakeholder”.

La questione ha però avuto molto risalto, diventando anche oggetto di un recente approfondimento sul Guardian.

Secondo quanto riferisce il quotidiano britannico, da gennaio 2019 Eni avrebbe intentato almeno sei cause per diffamazione contro giornalisti e Ong. Inoltre, stando a un’analisi condivisa in esclusiva con il Guardian da Aria, organizzazione di ricerca no-profit, Eni avrebbe chiesto oltre 10 milioni di euro di danni nei casi noti.

Il nodo Eni-Greenpeace-ReCommon

Al momento c’è una causa civile pendente tra Eni contro ReCommon e Greenpeace, che riguarda un report di quest’ultima associazione sulle aziende fossili ritenute “killer climatici” e che ruota intorno proprio all’utilizzo di questo termine.

Il rapporto dimostrerebbe come, prendendo in considerazione soltanto le emissioni di gas climalteranti del 2022, le nove grandi aziende europee del settore dell’oil&gas analizzate (Shell, TotalEnergies, BP, Equinor, ENI, Repsol, OMV, Orlen, e Wintershall Dea) si renderebbero responsabili di 360mila decessi prematuri entro il 2100. Le morti premature stimate imputabili a Eni sarebbero pari a 27mila.

“La prima udienza avrebbe dovuto tenersi lo scorso 24 giugno, ma è stata rinviata al 23 settembre 2025”, spiegano a QualEnergia.it fonti di ReCommon.

La richiesta di risarcimento di Eni alle due associazioni non è però di natura economica. L’azienda sta infatti cercando di ottenere una rettifica pubblica a mezzo stampa sui principali quotidiani italiani in merito ai termini utilizzati.

Inoltre Eni ha chiesto ai giudici di vietare a Greenpeace е ReCommon, in futuro, l’utilizzo di parole come “crimine”, “omicidio” e simili riferite alle proprie attività d’impresa.

Una sorta di “Slapp 2.0”, come la definisce ReCommon. Una richiesta che si appella a un altro tipo di riparazione “potenzialmente più scomoda”, ci riferiscono fonti dell’associazione, perché costringerebbe l’associazione a “pubblicare contenuti contrari alle battaglie sostenute”.

Una opzione che comunque non sarebbe a costo zero, visto che “anche acquistare una pagina di giornale ha un costo”.

Sempre secondo ReCommon, questo cambio di strategia servirebbe anche a rendere meno roboanti le sconfitte in sede legale di Eni: “Se stabilisci una cifra alta e poi perdi la causa diventa poi più difficile mantenere un profilo basso”.

Per Greenpeace, invece questa mossa di Eni è “un tentativo per spostare l’attenzione dalla ‘Giusta Causa’ intentata contro l’azienda nel maggio 2023″, ora pendente davanti alle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione. Il riferimento è al contenzioso climatico contro Eni e i suoi principali azionisti di riferimento (Cassa Depositi e Prestiti e Ministero delle Finanze) mosso dalle due associazioni e da un gruppo di dodici cittadini e cittadine per spingere il colosso delle fossili a rispettare l’Accordo di Parigi.

“Sono inoltre al momento in piedi delle indagini e dei procedimenti penali nati da querele e denunce fatte da Eni nei confronti di attiviste e attivisti di Greenpeace che, in diverse occasioni, hanno manifestato pacificamente per denunciare i piani fossili e il greenwashing del Cane a sei zampe”, spiega a QualEnergia.it una fonte dell’associazione.

La posizione di Eni (e i nuovi accordi in Algeria)

Dal canto suo Eni respinge ogni accusa di voler silenziare le voci delle associazioni. “Non solo abbiamo il diritto, ma anche il dovere di ricorrere all’autorità giudiziaria di fronte a dichiarazioni false e diffamatorie che ledono la nostra reputazione”, spiegano fonti dell’azienda contattate da QualEnergia.it.

“È fondamentale sottolineare – si aggiunge – che Eni non ha avviato alcuna Slapp contro gruppi ambientalisti, in quanto non ha richiesto alcun risarcimento economico, ma unicamente l’accertamento della verità giudiziaria a cui ha diritto”.

La Direttiva Ue anti-Slapp 2024/1069 stabilisce però che non è un’eventuale richiesta risarcitoria a definire o meno se si è in presenza di una causa temeraria. Secondo il testo “le Slapp sono generalmente avviate da entità potenti, ad esempio individui, gruppi di lobby, società, politici e organi statali, nel tentativo di mettere a tacere il dibattito pubblico”.

Intanto Eni ha annunciato il 7 luglio la firma di un contratto con la compagnia statale algerina Sonatrach per l’esplorazione e la produzione di idrocarburi nell’area di Zemoul El Kbar, nella parte orientale del Paese.

L’accordo ha un valore di 1,3 miliardi di dollari e prevede la produzione di circa 415 milioni di barili equivalenti di petrolio, inclusi 9,3 miliardi di metri cubi di gas naturale. Ha una durata di trent’anni, estendibile per altri dieci.

Secondo l’ultimo piano strategico approvato dall’azienda, si prevede un nuovo aumento della produzione, che dovrebbe essere del 3-4% all’anno fino al 2028.

Vogliamo infine ricordare anche le licenze assegnate, in violazione del diritto internazionale, da Israele ad Eni, insieme ad altre cinque aziende, per lo sfruttamento di un grande giacimento di gas offshore di fronte a Gaza nell’area marittima G che rientra per circa il 62% nei confini marittimi dichiarati dallo Stato di Palestina nel 2019, in conformità con le disposizioni della Convenzione Onu sul diritto del mare (e in violazione della risoluzione Onu n. 1803 – Sovranità permanente sulle risorse naturali).

Nessuna voce del governo si è alzata per denunciare questo fatto. Almeno Eni potrebbe spiegare all’opinione pubblica questa decisione?

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