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Fotovoltaico, il protezionismo avrebbe quasi raddoppiato i prezzi dei pannelli

Uno studio spiega perché il protezionismo non fa bene alle filiere delle rinnovabili. L'esempio dei moduli FV prodotti in Cina, Stati Uniti e Germania tra il 2006 e il 2020.

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Il protezionismo non giova allo sviluppo delle energie rinnovabili perché ne aumenta i costi complessivi.

È quanto sostiene un recente studio pubblicato su Nature, “Quantifying the cost savings of global solar photovoltaic supply chains” (link in basso), focalizzato sulla filiera del fotovoltaico, ma i cui risultati possono essere applicati anche ad altri comparti delle tecnologie pulite, come eolico e auto elettriche.

Gli autori, spiega una nota divulgativa della George Washington University, hanno calcolato che i tre maggiori mercati mondiali del fotovoltaico – Cina, Germania, Stati Uniti – tra 2006 e 2020 hanno risparmiato 67 miliardi di dollari nei costi di produzione dei pannelli solari, grazie ad una catena di approvvigionamento globalizzata.

Per arrivare a questa stima, gli esperti hanno ealborato diversi dati, tra cui le potenze FV installate ogni anno, i costi dei materiali e i prezzi di vendita dei moduli solari nei tre Paesi.

I risparmi ammontano a 24 mld $ per gli Stati Uniti, 7 mld per la Germania e 36 mld per la Cina.

Detto in altri termini, se questi tre mercati avessero adottato forti politiche protezioniste sul fotovoltaico, i prezzi dei moduli sarebbero stati molto più alti nel 2020 rispetto ai valori registrati in quello stesso anno: +107% negli Usa, +83% in Germania e +54% in Cina.

Secondo John Helveston, autore principale dello studio della GW University, “se siamo seriamente intenzionati a combattere il cambiamento climatico, i responsabili politici devono attuare misure che promuovono la collaborazione tra le catene del valore globali per quanto riguarda la crescita delle tecnologie energetiche a basse emissioni di carbonio”.

Per Halveston, gli effetti descritti nello studio sono applicabili ad altri comparti industriali delle rinnovabili, in primis eolico e veicoli elettrici.

Proprio in questi giorni dal settore automotive si sono levate nuove richieste per proteggere competitività e posti di lavoro in Europa, minacciati dalla crescente avanzata cinese delle auto elettriche a prezzi più bassi e con maggiore offerta di modelli.

Il rischio è che una buona fetta del mercato Ue delle automobili finisca in mano ai marchi asiatici, come hanno evidenziato non solo alcuni amministratori delegati, tra cui Carlos Tavares di Stellantis, ma anche un’associazione ambientalista come Transport & Environment.

Intanto Parlamento e Consiglio Ue hanno deciso che dal 2035 in Europa si potranno vendere solo nuove auto a emissioni zero, quindi elettriche o fuel-cell a idrogeno, vietando di fatto le immatricolazioni di vetture con motori endotermici.

Ora si chiede però a Bruxelles di introdurre delle regole protezioniste – ad esempio, regole di contenuto locale nella produzione di veicoli e batterie come ha fatto la Casa Bianca nel suo Inflation Reduction Act – al fine di tutelare le industrie europee e rendere il mercato continentale meno permeabile alle importazioni cinesi.

Tuttavia, il protezionismo ha dei rischi.

Tornando allo studio, e al fotovoltaico, gli autori stimano che se Cina, Germania e Stati Uniti implementeranno forti politiche nazionaliste, i prezzi dei pannelli FV saranno più alti del 20-25% al 2030 rispetto ai prezzi che si avrebbero senza barriere commerciali di alcun tipo.

In definitiva, Helveston sostiene che le politiche nazionali volte a sostenere la capacità manifatturiera con relativi posti di lavoro e relativa innovazione tecnologica, non devono essere attuate in modalità protezionistica. Bisogna invece promuovere gli scambi internazionali con partner e marchi stranieri, puntando a una continua riduzione dei costi.

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