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Filiere rinnovabili, la rincorsa alla Cina costerà all’Occidente 700 miliardi di dollari

I Paesi Occidentali non riusciranno ad avere una catena di approvvigionamento di energia green affidabile prima del 2030, secondo le previsioni degli analisti di Rystad Energy.

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Ue e Stati Uniti stanno cercando, attraverso l’attuazione di varie politiche, di recuperare terreno sulla Cina per quanto riguarda le catene di approvvigionamento globali delle rinnovabili, ma lo strapotere del gigante asiatico in questo settore resta difficilissimo da contrastare.

E gli sforzi occidentali per rafforzare la capacità produttiva e arrivare a ottenere una fornitura affidabile ed economica di tecnologie green potrebbero non avere un impatto significativo prima del prossimo decennio, nonostante si preveda che possano arrivare a costare fino a 700 miliardi di dollari.

Sono le stime degli analisti di Rystad Energy, che ha condotto una ricerca il cui esito è stato pubblicato lo scorso 15 dicembre e che prende in esame la spesa necessaria per costruire catene di approvvigionamento nazionali per l’estrazione, la lavorazione, la raffinazione e la produzione di materiali per l’energia solare, eolica e per le batterie; tutti elementi cruciali per il futuro dei sistemi energetici globali.

Gli studiosi temono che questi sforzi, condotti principalmente da Usa e Ue, siano troppo limitati, e siano arrivati troppo tardi. L’Occidente è tornato a interrogarsi sulla sicurezza energetica in maniera prioritaria solo in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, mentre la Cina continuava a investire in rinnovabili (e al contempo ad essere la maggiore emettitrice di CO2 del mondo, con 12,7 miliardi di tonnellate nel 2022, oppure ad aprire nuove centrali a carbone con i 37 GW aggiunti nel 2023). E non soltanto in patria.

Oltre all’approvvigionamento interno, infatti, Pechino si è allargata oltre i confini nazionali per estrarre materie prime. Sono stati ad esempio fatti investimenti in Africa alla ricerca di terre rare, come il litio prelevato in Namibia. La capacità di ottenere e produrre materiali per lo sviluppo di energia pulita richiederà a Europa e Usa investimenti significativi prima che si raggiungano i presupposti per una catena di approvvigionamento affidabile.

Gli investimenti annuali della Cina nello sviluppo della propria capacità produttiva sono aumentati secondo Rystad Energy da 10 miliardi di dollari nel 2016 a 140 miliardi di dollari nel 2023.

Per fare un confronto, gli investimenti annuali combinati in tutte le altre nazioni sono cresciuti solamente da 7 miliardi di dollari nel 2016 a 20 miliardi di dollari nel 2023. I progetti al di fuori della Cina per rendersi indipendenti da quest’ultima rappresentano meno di un quarto del necessario secondo i calcoli degli analisti Rystad.

La velocità delle potenze occidentali nella corsa alla costruzione di solide catene di approvvigionamento di tecnologie verdi sarà rallentata anche dall’enorme mole di brevetti detenuti dalle aziende cinesi nello sviluppo di nuove tecnologie.

Il principale piano europeo per le industrie chiave della transizione è il Net Zero Industry Act (Nzia), il regolamento Ue che punta a rafforzare le filiere industriali delle tecnologie pulite necessarie a decarbonizzare la produzione di energia, i trasporti, il riscaldamento degli edifici, i processi industriali.

Il piano si basa su quattro pilastri: un quadro normativo semplificato, accesso accelerato ai finanziamenti, miglioramento delle competenze dei lavoratori, scambi commerciali aperti per rafforzare le catene di approvvigionamento.

Il principale vantaggio per le tecnologie Net Zero strategiche sono le procedure semplificate e accelerate per le autorizzazioni, con tempi massimi di 12 mesi per i progetti con capacità produttiva fino a 1 GW e 18 mesi per quelli sopra 1 GW.

Il NZIA è la risposta – limitata e ridotta – dell’Ue all’Inflation Reduction Act americano, definito il più grande investimento pubblico per il clima della storia.

Nei prossimi anni il provvedimento varato da Joe Biden nell’agosto 2022 farà raddoppiare gli investimenti in rinnovabili negli States, compresi quelli nella manifattura di componenti per il fotovoltaico.

I due strumenti dell’Ira, il credito di imposta per le apparecchiature per le rinnovabili made in Usa e il DCR (domestic content requirement), che incentiva gli sviluppatori di progetti Fer ad acquistare componenti di produzione nazionale, daranno una forte spinta alle varie filiere delle rinnovabili negli Stati Uniti.

Per qualificarsi al credito del DCR ad esempio gli impianti installati prima del 2025 devono procurarsi il 40% (20% per l’eolico offshore) di tutte le apparecchiature negli Usa. Quota che sale al 55% dopo il 2026 (2027 per l’eolico offshore).

Wood Mackenzie prevede che la legge aumenterà gli investimenti annuali nelle rinnovabili statunitensi da 64 miliardi di dollari nel 2022 a quasi 114 miliardi di dollari entro il 2031.

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