Green Deal, meno burocrazia anche per la tassonomia Ue

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Le norme ambientali europee stanno subendo una serie di posticipi ed esenzioni, in nome della competitività aziendale. Facciamo il punto a partire dalle ultime novità.

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Ridurre la burocrazia per le imprese è il leitmotiv della Commissione europea da quando ha presentato a febbraio il pacchetto di semplificazione “Omnibus”, che però per diversi aspetti rischia di indebolire le legislazioni ambientali del Green Deal.

Ora Bruxelles ha adottato nuove misure (un atto delegato con allegati) per semplificare l’applicazione della tassonomia Ue, allo scopo di ridurre gli oneri amministrativi a carico delle aziende, rafforzando la competitività dell’Ue e preservando allo stesso tempo gli obiettivi climatici.

Cos’è la tassonomia

La tassonomia, ricordiamo in sintesi, è una classificazione (senza alcun requisito vincolante) che consente di individuare le attività economiche “sostenibili” in termini ambientali, al fine di guidare le scelte delle aziende e degli investitori verso il raggiungimento dei target climatici europei al 2030-2050.

Il relativo regolamento 2020/852 è in vigore da luglio 2020 e gli obblighi di comunicazione si applicano dal 2022.

Per essere sostenibili, le attività economiche devono dare un contributo sostanziale ad almeno uno dei sei obiettivi climatici e ambientali dell’Ue (tra cui, ad esempio, la prevenzione dell’inquinamento), senza danneggiare in modo significativo (principio DNSH: do not significant harm) nessuno di questi obiettivi e soddisfacendo una serie di garanzie minime. Molte polemiche erano insorte sull’inclusione a determinate condizioni degli investimenti nel gas e nel nucleare.

Le aziende che rientrano nell’ambito di applicazione della direttiva sulla rendicontazione della sostenibilità aziendale (CSRD, Corporate Sustainability Reporting Directive), devono indicare nelle loro relazioni annuali:

  • in che misura le loro attività siano coperte dalla tassonomia Ue (ammissibilità alla tassonomia);
  • in che misura rispettino i criteri stabiliti negli atti delegati sulla tassonomia (allineamento alla tassonomia).

Le altre società possono divulgare tali informazioni su base volontaria per accedere ai finanziamenti sostenibili o per altre ragioni aziendali.

Novità e semplificazioni

La principale novità dell’atto delegato è che le società finanziarie e non finanziarie sono esentate dal valutare l’ammissibilità e l’allineamento alla tassonomia “per le attività economiche che non sono finanziariamente rilevanti”, si legge in una nota.

Per le società non finanziarie, le attività sono considerate irrilevanti ai fini della tassonomia “se rappresentano meno del 10% delle entrate totali, delle spese in conto capitale (CapEx) o delle spese operative (OpEx)”.

Secondo Bruxelles, ciò dovrebbe consentire alle aziende di focalizzarsi sulla rendicontazione e sul finanziamento delle attività principali e sul modo in cui queste contribuiscono alla transizione verso modelli economici più sostenibili.

Inoltre, le società non finanziarie sono esentate dal valutare l’allineamento alla tassonomia per l’intera spesa operativa, quando essa è considerata irrilevante per il modello aziendale.

Riguardo invece alle società finanziarie, gli indicatori chiave di prestazione (KPI, Key Performance Indicator), come il Green Asset Ratio per le banche, sono semplificati ed è concessa la possibilità di non segnalare i KPI dettagliati per due anni.

Anche i modelli di comunicazione della tassonomia sono semplificati, riducendo il numero di data-point del 64% per le società non finanziarie e dell’89 % per quelle finanziarie.

Prevista poi una semplificazione dei criteri DNSH riguardo l’uso e la presenza di sostanze chimiche per la prevenzione e riduzione dell’inquinamento.

L’atto delegato sarà ora trasmesso al Parlamento europeo e al Consiglio per il loro periodo di controllo di quattro mesi, prorogabile di altri due mesi. Le misure si applicheranno a decorrere dal 1° gennaio 2026 e copriranno l’esercizio finanziario 2025.

Bruxelles inciampa sul Green Deal

Sempre in tema di legislazione ambientale, ad aprile sulla Gazzetta Ufficiale Ue è stata pubblicata la direttiva che rinvia le date di applicazione di alcune norme sulla rendicontazione societaria (la citata direttiva CSRD) e sul “dovere di diligenza”, volto a sostenere le pratiche commerciali responsabili, ad esempio contro il lavoro forzato nelle catene di fornitura (direttiva CSDD, Corporate Sustainability Due Diligence).

Le proposte di semplificazione puntano a esonerare le aziende più piccole dagli obblighi delle due direttive, che si focalizzano ora sulle aziende di maggiori dimensioni che presumibilmente hanno impatti più rilevanti sull’ambiente e sulla società.

Intanto l’esecutivo Ue guidato da Ursula von der Leyen sta subendo continue pressioni dalle forze politiche di destra sui temi climatici e ambientali.

Lo conferma il recente caso della direttiva greenwashing: il testo vieta alle aziende di fornire informazioni fuorvianti o ingannevoli sulla presunta sostenibilità ambientale di prodotti e servizi utilizzando diciture come “eco”, “verde” o “biodegradabile” non supportate da dati scientifici.

La Commissione Ue, come abbiamo riportato, vuole ritirare il provvedimento, giunto alle fasi finali del negoziato istituzionale tra Parlamento e Consiglio, con il pretesto di un suo possibile allargamento alle piccole imprese su cui Bruxelles non sarebbe d’accordo (su spinta appunto delle destre).

Da notare che anche la proposta di Bruxelles sul target 2040 per la riduzione delle emissioni (-90% vs il livello del 1990) ha diviso i Paesi Ue e incontrato diverse critiche dal mondo scientifico e da quello ambientalista, rivolte in particolare contro la possibilità di usare i crediti internazionali della CO2 per conseguire una parte dell’obiettivo.

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