Non basta eliminare il carbone per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 come prevede il Green Deal europeo.

In Europa si continua a puntare troppo sul gas fossile e questa tendenza mette a rischio la politica Ue su energia e clima. Inoltre, gli investimenti previsti finora in rinnovabili dai piani nazionali al 2030, da soli, sono insufficienti per traghettare gli Stati membri verso un mix energetico a basse emissioni di CO2.

Queste, in sintesi, le principali evidenze di un recente documento diffuso da E3G, think-tank indipendente specializzato nelle analisi sulla transizione energetica pulita.

Nel briefing, intitolato “Closing the gap to climate neutrality” (link in basso), gli autori Lisa Fischer ed Eleonora Moro spiegano che in Europa si sono comunque compiuti passi avanti nella graduale eliminazione del carbone dal settore elettrico.

Tra 2012 e 2019, in particolare, la generazione di energia elettrica da carbone è crollata del 50%; inoltre, su 143 GW di potenza rimanente in questa fonte fossile, 93 GW sono coperti da piani nazionali di phase-out.

Tuttavia, si legge nel documento, il gas in Europa è responsabile di una vasta fetta di emissioni di anidride carbonica, ora più del carbone con oltre 700 milioni di tonnellate di CO2 nel 2019 (in calo da oltre 800 Mt nel 2018), come riassume il grafico seguente, tratto dal briefing.

Il punto, osservano gli autori, è che Bruxelles continua a investire molto nel gas naturale: al momento ci sono progetti in cantiere per nuove infrastrutture gas per 104 miliardi di euro.

Il nostro paese è un esempio di politica gas-dipendente.

Un recente studio di un altro think-tank, Ember, mostra che l’Italia nel 2030 sarà uno dei paesi Ue più agganciati ai combustibili fossili nella produzione di energia elettrica, con il 40% di fossili nel mix totale, contro una media europea del 25% grazie però anche al consistente apporto del nucleare.

Difatti, scrive Ember, tra 2018 e 2025, l’Italia sta pianificando la più grande espansione dell’impiego di gas fossile nel settore elettrico all’interno dell’Ue, principalmente guidata dal passaggio da carbone a gas.

E nel 2030 il peso complessivo del gas in Europa sarà perfino leggermente superiore a quello registrato nel 2018, con 513 TWh di generazione elettrica (491 TWh nel 2018).

Tornando al briefing di E3G, gli autori sottolineano poi che il gas è ancora ampiamente utilizzato per il riscaldamento delle abitazioni e la produzione di acqua calda sanitaria, mentre il tasso di rinnovo e riqualificazione energetica degli edifici procede a rilento (1% circa/anno).

Così si afferma che è urgente definire piani per la messa al bando di nuove caldaie a gas per il riscaldamento, favorendo invece le installazioni di pompe di calore elettriche.

Intanto in Europa, per essere allineati al nuovo traguardo del 2030 (-55% di emissioni in confronto al 1990) e per puntare poi a un azzeramento delle emissioni nel 2050, si dovrebbero installare almeno 50 GW di rinnovabili ogni anno, oltre il doppio di quanto fatto nei cinque anni passati.

E sarà difficile riuscirci se gli strumenti attuali non saranno potenziati.

Gli stessi piani nazionali su energia e clima al 2030 (Pniec), rimarca E3G, vanno modificati con misure più ambiziose in tema di rinnovabili, efficienza energetica, semplificazione delle procedure amministrative e delle autorizzazioni a nuovi progetti.

Per rimanere sull’esempio italiano, se proseguissimo sulla traiettoria di installazioni attuale, mancheremmo gli obiettivi Pniec di 27 GW, ma, contando che i target Pniec dovranno essere rialzati in coerenza con quelli Ue (come annunciato dal nuovo MiTe), il gap  potrebbe essere di 47 GW di rinnovabili.

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