Domanda petrolifera: è previsto il calo più forte dalla pandemia

CATEGORIE:

I consumi globali sono attesi in calo di 2,5 milioni di barili al giorno nel 2026, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia. Intanto l’Ue valuta possibili misure per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.

ADV
image_pdfimage_print

La domanda mondiale di petrolio diminuirà di 2,5 milioni di barili al giorno (million barrels per day, mb/d) nel 2026, segnando il declino annuale più consistente dalla pandemia del Covid-19, a causa del perdurante stallo dei negoziati tra Stati Uniti e Iran che ritarda la piena normalizzazione dei flussi di idrocarburi attraverso lo Stretto di Hormuz.

Le continue tensioni geopolitiche hanno comportato un netto calo delle forniture di materie prime petrolchimiche e di prodotti raffinati, unito a un forte aumento dei prezzi dei carburanti.

È la previsione dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) pubblicata nell’Oil Market Report dell’11 settembre. L’Agenzia sottolinea che il calo si è accentuato rispetto alle stime precedenti: 940 mila barili aggiuntivi al giorno “persi” in confronto ai dati diffusi ad agosto.

Si stima però che la domanda di petrolio tornerà a crescere di 2,6 mb/d nel 2027, compensando, anche se di stretta misura, le perdite di quest’anno.

Produzione e scorte di petrolio

La produzione globale di petrolio è scesa di 1,6 mb/d su base mensile, attestandosi a 100,1 milioni di barili al giorno ad agosto; si dovrebbe registrare un rimbalzo di 8 mb/d nel 2027.

La Iea evidenzia che una produzione nei paesi del Golfo Persico di oltre 10 mb/d è rimasta bloccata a causa dell’aumento dei rischi per la sicurezza.

L’offerta totale è destinata a calare di 5,7 milioni di barili giornalieri nel 2026, attestandosi a 100,7 mb/gd con la prevista ripresa nel Golfo ormai posticipata al 2027.

Intanto le scorte petrolifere globali monitorate sono crollate di ulteriori 95 milioni di barili ad agosto, portando il calo complessivo da febbraio a 507 milioni. I volumi di greggio in transito marittimo sono diminuiti di 65 milioni di barili, a seguito dei nuovi attacchi subiti dalle petroliere in partenza dal Medio Oriente.

Andamento dei prezzi

I prezzi di riferimento del greggio hanno toccato oggi i massimi da maggio. I futures ICE Brent sono scambiati a oltre 107 dollari al barile, in rialzo di 23 dollari rispetto all’inizio di agosto e con un incremento di quasi il 50% rispetto ai livelli pre-conflitto, mentre i prezzi di riferimento del mercato fisico erano decisamente più elevati.

Tuttavia, scrive la Iea, tali aumenti “impallidiscono” se confrontati con quelli dei prodotti raffinati, segmento in cui la tensione del mercato è attualmente più acuta.

Ad esempio, i prezzi del gasolio negli Stati Uniti hanno superato la soglia dei 200 dollari al barile all’inizio di settembre (+94% rispetto a prima delle ostilità Usa-Iran). Europa e Asia hanno registrato tendenze analoghe.

Il crescente differenziale tra greggio e prodotti raffinati ha spinto i margini di raffinazione a livelli record nell’area atlantica. Le esportazioni totali di petrolio dai paesi del Golfo ad agosto sono stimate intorno ai 13 milioni di barili al giorno, quasi la metà dei livelli pre-conflitto.

In particolare, le esportazioni di prodotti raffinati e Gpl rimangono inferiori di quasi il 60% (pari a 3,7 milioni di barili al giorno) rispetto ai livelli di febbraio.

In definitiva, osserva l’Agenzia, “con la riduzione delle riserve e il sistema di raffinazione globale ormai al limite delle proprie capacità, è più che mai necessario compiere progressi nella risoluzione del conflitto in Medio Oriente e della guerra tra Russia e Ucraina, giunta ormai al quinto anno, per evitare un ulteriore irrigidimento del mercato”.

Possibili soluzioni contro la dipendenza fossile: il caso Ue

Tra le possibili soluzioni ai rincari dei carburanti, gli Stati Ue possono chiedere di destinare fino allo 0,3% del Pil annuo e allo 0,6% del Pil cumulativo nel periodo 2026-2028 per misure di sicurezza energetica, volte a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.

Per l’Italia si parla di circa 14 miliardi di euro complessivamente utilizzabili nel triennio 2026-2028 in deroga temporanea dai vincoli di bilancio europei, grazie all’applicazione della clausola di salvaguardia nazionale (National Escape Clause, Nec) che consente una maggiore flessibilità di spesa.

La Commissione europea, in una comunicazione del 18 agosto, ha precisato che tali risorse devono finanziare misure di sostegno alle famiglie e alle imprese per diminuire l’uso di combustibili fossili, grazie anche a una maggiore elettrificazione dei consumi energetici finali, ad esempio tramite pompe di calore e veicoli elettrici.

Le misure di sostegno diretto per l’acquisto di auto elettriche, seppure escluse dall’elenco esemplificativo della Commissione, rientrano nell’ambito di applicazione della clausola, secondo un’analisi pubblicata il 9 settembre dal think tank italiano indipendente ECCO.

In Italia, si spiega, l’elettrificazione del parco circolante “è la leva principale” per ridurre la dipendenza dalle importazioni di carburanti fossili, ma finora è progredita “a un ritmo largamente inferiore alla media europea”. “Risorse stabili e pluriennali, come quelle offerte da una maggior flessibilità di spesa”, potrebbero favorire il passaggio nel settore automobilistico “a tecnologie elettriche quattro volte più efficienti delle corrispettive fossili”, evidenzia ECCO.

Intanto in Italia, in un contesto segnato dai rincari dei carburanti, i dati del mercato automobilistico dei primi otto mesi 2026 mostrano una crescente diffusione delle motorizzazioni ibride, mentre i modelli 100% elettrici rimangono più ancorati alla disponibilità degli incentivi statali.

ADV
×
Privacy Policy Cookie Policy