Hormuz, quanto ci costi. Perché dobbiamo investire in elettro-tecnologie

L'elettrificazione può contribuire a ridurre le importazioni di petrolio e gas nelle crisi energetiche, ma bisogna scalare di più gli investimenti e serve una "green golden rule" europea. Dati e analisi di Ember ed Ecco.

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Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, ora l’attacco di Usa e Israele all’Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz: è la seconda grande crisi energetica in pochi anni, con una volatilità ormai “strutturale” dei mercati dei combustibili fossili.

La soluzione per ridurre la vulnerabilità di molti Paesi alle importazioni di petrolio e gas è puntare sulle fonti rinnovabili per produrre elettricità e sulle tecnologie che permettono di utilizzare direttamente questi elettroni, come pompe di calore, piani a induzione e veicoli a batteria.

Lo scrive il think-tank Ember nel nuovo rapporto intitolato “The energy security fallout: from fossil fuel fragility to electric independence” (link in basso).

Nella crisi attuale, soprattutto l’Asia è particolarmente fragile. Per capire meglio lo scenario, citiamo alcuni numeri riportati dall’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) riguardo al collo di bottiglia costituito dallo Stretto di Hormuz.

Quanto vale lo Stretto di Hormuz

Nel 2025, circa il 25% del commercio mondiale di greggio via mare ha attraversato questo braccio di mare, mentre le opzioni per deviare altrove i flussi petroliferi sono limitate. Solo l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti possiedono oleodotti operativi che potrebbero potenzialmente reindirizzare l’export di oro nero, con una capacità disponibile stimata tra 3,5 e 5,5 milioni di barili al giorno.

Altri paesi, tra cui Iran, Iraq, Kuwait, Qatar e Bahrein, dipendono dallo Stretto per la consegna della stragrande maggioranza delle loro esportazioni di petrolio.

Circa l’80% del petrolio transitato nello Stretto di Hormuz nel 2025 era destinato all’Asia.

Quanto al gas naturale liquefatto (Gnl), oltre 110 miliardi di metri cubi hanno attraversato questo canale marittimo lo scorso anno. Qatar ed Emirati hanno esportato oltre il 90% del loro Gnl via Hormuz nel 2025, principalmente indirizzato all’Asia. Non esistono rotte alternative per portare questi volumi sui mercati.

Come sottolinea Ember, anche l’esposizione europea agli acquisti di Gnl sta aumentando dopo la crisi del 2022 (grafico sotto). In particolare, l’Italia è vicina a un 10% di dipendenza dal Gnl importato sul totale delle forniture di energia primaria (dato 2024). Oltre il 24% dell’import italiano di Gnl nel 2025 proveniva dal Qatar.

Intanto, si legge nel rapporto, “lo shock dei prezzi si sta già diffondendo nell’economia dei combustibili fossili”; in Europa, ad esempio, i prezzi del carburante per aerei sono aumentati del 70% dall’inizio della guerra, mentre quelli del gas all’ingrosso sono saliti del 61%.

Perché investire in elettro-tecnologie

Per Ember, come anticipato, la soluzione alle crisi energetiche legate ai combustibili fossili è puntare sulle tecnologie elettriche (electrotech).

Sono tecnologie che hanno già raggiunto una scalabilità in grado di contribuire a mitigare una crisi come quella di Hormuz. Il documento offre un paio di esempi:

  • la crescita della produzione globale di energia solare nel solo 2025 (+600 TWh), è pari a quella che si sarebbe potuta generare nelle centrali a gas usando tutto il Gnl esportato attraverso lo Stretto di Hormuz in quello stesso anno;
  • i veicoli elettrici hanno sostituito 1,7 milioni di barili di petrolio al giorno in tutto il mondo nel 2025, pari a circa il 70% dell’export iraniano di greggio (grafico seguente).

Certamente le elettro-tecnologie sono lontane dal poter sostituire massicciamente un’economia ancora basata sul petrolio; basti ricordare che dal solo Stretto di Hormuz passano ogni giorno circa 20 milioni di barili.

Ma come conclude il report di Ember, “la logica strutturale non cambierà e la prossima crisi non tarderà ad arrivare. Ogni anno di continua dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili è un altro anno di esposizione a un sistema che ha dimostrato, ripetutamente, di non essere affidabile”. Pertanto, “i paesi che avranno la lungimiranza di investire ora nell’elettro-tecnologia saranno in grado di affrontare meglio la prossima tempesta”.

La proposta: una “green golden rule” europea

Per sbloccare maggiori investimenti nei settori della transizione energetica, una soluzione potrebbe essere una “green golden rule”, scrive il think-tank italiano ECCO.

Questa regola assegnerebbe uno status speciale alla spesa pubblica indirizzata in determinati settori, escludendola dalle regole fiscali europee, in particolare dal calcolo del deficit e del debito utilizzato nel Patto di stabilità e crescita.

L’idea, evidenzia Caterina Molinari, analista senior finanza, “è che gli investimenti per la transizione e quelli che promuovono resilienza climatica, non dovrebbero essere trattati come spesa corrente, e pertanto non dovrebbero sottostare ai limiti di spesa del Patto di stabilità”.

Tra i tipi di spesa che dovrebbero beneficiare della green golden rule:

  • investimenti infrastrutturali in reti elettriche, sistemi di accumulo energetico, stazioni di ricarica per veicoli;
  • supporto alla domanda – sia con incentivi diretti sia tramite una riduzione dell’imposizione fiscale – per la diffusione delle cleantech, come ad esempio pompe di calore, elettrificazione dei processi industriali;
  • strumenti di sostegno per famiglie e classi sociali vulnerabili, di modo che possano adottare tecnologie più pulite e ridurre le bollette.

Non ci sono dubbi, scrive Molinari, “sul fatto che la sicurezza energetica sia parte integrante della sicurezza europea. Le tensioni geopolitiche nelle principali aree di produzione e transito dei combustibili fossili dimostrano quanto la dipendenza da fonti energetiche importate rappresenti una vulnerabilità strutturale per l’Unione”.

La green golden rule andrebbe accompagnata con rigorosi criteri applicativi. Ad esempio dovrebbe esserci l’obbligo che gli investimenti siano coerenti con gli obiettivi climatici nazionali (come quelli stabiliti nel Pniec), l’impegno a eliminare gradualmente i sussidi ai combustibili fossili, la verifica dell’effettivo loro contributo alla transizione energetica con un monitoraggio regolare da parte di Bruxelles.

L’analista conclude che “non investire oggi nella transizione significa esporre le economie nazionali degli Stati membri (…) a costi sempre più ingenti in futuro”. E i fatti ce lo ripetono da diversi anni.

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