In Italia siamo spesso troppo impegnati in accesi dibattiti su questioni poco fondamentali per prestare attenzione a fatti ben più rilevanti, come il forte rialzo dei prezzi di gas e petrolio, recentemente arrivati ai massimi dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz.
Se la guerra si intensificasse, con il blocco del Mar Rosso e i bombardamenti di raffinerie e oleodotti intorno al Golfo Persico, potremmo arrivare a rimpiangere i prezzi, già altissimi, di oggi.
Una situazione già così critica e potenzialmente destinata a peggiorare sarebbe una catastrofe per cittadini e imprese di un Paese come l’Italia, che ancora produce il 40% della sua elettricità con il gas e nel quale meno dell’1% – uno per cento! – dei veicoli sulle strade è elettrico.
Eppure, si fa fatica a trovare traccia di allarmi sui nostri media, impegnati a parlare d’altro, mentre l’idea che un giorno si possa fare a meno di gran parte del petrolio, liberandoci dai ricatti geopolitici, viene relegata nel regno delle fantasie belle ma impossibili.
La rassegnata spensieratezza italiana di fronte al disastro che incombe stride con la lungimirante serietà di chi ha preso molto più sul serio di noi la minaccia della dipendenza dai combustibili fossili: la Cina.
Riserve petrolifere e consumi in calo
A maggio, nel pieno del tumulto per Hormuz, a fronte di un aumento del 2% dei trasporti stradali, la Cina ha consumato il 10% in meno di benzina e il 14% in meno di diesel rispetto al 2025, riuscendo persino a far scendere i prezzi di benzina e gasolio, oggi tornati ai livelli di febbraio: 0,99 €/l per la benzina e 0,88 €/l per il gasolio. Da noi, invece, i prezzi schizzano verso l’alto: oggi, in media, 2 €/l per la benzina e 2,2 €/l per il gasolio.
Un miracolo? No: lungimiranza e serietà. Prima di tutto, la Cina ha costruito negli anni immense riserve di petrolio per le sue raffinerie: circa 1,5 miliardi di barili, pari a circa cinque volte le riserve degli Usa.
Questo ha permesso di produrre benzina e gasolio utilizzando soltanto il poco petrolio estratto internamente e quello delle riserve, consumate dalle raffinerie al ritmo di circa un milione di barili al giorno, consentendo così al governo di calmierare i prezzi.
Il risultato di questa sorta di “autarchia” è stato un taglio drastico delle importazioni, che a giugno sono diminuite del 41% rispetto al 2025, sottraendo il Paese all’impazzimento del mercato seguito alle velleità belliche di altri attori internazionali.
Una scelta che, fra l’altro, ha fatto un favore a tutti: evitando di competere con il resto del mondo per i carichi di greggio, la Cina ha contribuito a mantenere un po’ più bassi i prezzi globali. Contemporaneamente, come detto, è riuscita anche a ridurre i consumi interni di benzina e gasolio, senza penalizzare gli spostamenti su strada di persone e merci.
Taxi elettrici e ride-sharing cambiano la mobilità
È noto che già la metà dei veicoli sulle strade cinesi è elettrica, ma il fenomeno più impressionante fra quelli connessi al crollo della domanda di petrolio è il boom del ride-sharing. In pratica, in Cina chiunque abbia un’auto può improvvisarsi tassista, imitando il modello occidentale di Uber, ma con molte meno restrizioni rispetto a quelle esistenti da noi.
Il mestiere del tassista part-time attrae sempre più cinesi, in un’economia che non tira più come un tempo. A favorirli sono anche le auto elettriche, vendute a prezzi sempre più bassi e ideali per ridurre drasticamente i costi di esercizio.
Così, mentre i taxi ufficiali sono soltanto 1,3 milioni, di cui la metà elettrici – anche se nelle metropoli ormai si arriva al 100% di taxi elettrici –, Didi, la principale applicazione cinese di ride-sharing, dispone già di una flotta di 8 milioni di veicoli ibridi ed elettrici, con quelli completamente elettrici che coprono il 75% del chilometraggio totale percorso.
Oggi i cinesi possono contare su decine di app di società di taxi “fai da te”, piccole e grandi, che si contendono il mercato di chi, per risparmiare, lascia a casa l’auto con motore a combustione e utilizza i loro servizi.
Il risultato? Da quando è cominciata la guerra in Iran, l’uso dei taxi elettrici è aumentato del 6%, con 3,05 miliardi di viaggi effettuati nel solo mese di maggio, mentre le tariffe sono crollate. Secondo Greenpeace, il processo di elettrificazione continuerà nei prossimi anni ed entro il 2035 il 90% dei chilometri percorsi da taxi e servizi di ride-sharing in Cina potrebbe essere effettuato con veicoli elettrici.
La rivoluzione dei robotaxi è già cominciata
Intanto, all’orizzonte si profila anche la rivoluzione dei robotaxi: a Pechino, Shenzhen e Wuhan i veicoli autonomi sono già diffusi e le compagnie che li utilizzano hanno ottenuto il permesso di operare senza conducente a bordo.
Soltanto a Wuhan, Apollo Go ne ha già 500 in strada, che offrono corse a un prezzo inferiore del 60-70% rispetto a quello di un taxi tradizionale. La feroce concorrenza dei veicoli autonomi sta suscitando le proteste dei tassisti, che accusano i robot di “levare il lavoro alla classe operaia”.
Il governo ha risposto limitando le licenze per i robotaxi, ma sarà una concorrenza difficile da ostacolare, visto che il modello RT6, costruito da Baidu, costa appena 25.000 euro e lavora 24 ore al giorno. Unendo robotaxi e ride-sharing, arriverà presto il momento in cui chi vorrà fare il tassista non dovrà neanche guidare l’auto, ma potrà far lavorare per lui un robot.
La sfida più difficile: liberare le merci dal diesel
Si potrebbe pensare che tutto ciò, in fondo, rappresenti la parte “facile” della transizione, mentre il vero nodo emergerà quando si tenterà di liberare il trasporto merci dalla dipendenza dal diesel.
Ma la Cina, che vuole liberarsi del tutto dal petrolio entro il 2060, sta pensando anche a questo. Recentemente è stato varato un piano strategico nazionale affinché entro il 2030 il 40% dei veicoli pesanti sia elettrico, a idrogeno o alimentato con metanolo “verde”. Nella pratica, ciò comporterà la messa in strada, nell’arco di cinque anni, di oltre 1,6 milioni di autoarticolati “ecologici”.
Impossibile? Macché: i dati della prima metà del 2026 indicano un boom verticale, con le vendite di camion pesanti elettrici balzate a 140.000 unità, il 78,6% in più rispetto all’anno precedente.
Per sostenere questo ritmo di crescita della domanda, Pechino sta attuando una strategia aggressiva basata su quattro pilastri tecnologici e infrastrutturali.
1) Battery swapping. Per superare l’ostacolo dei tempi di ricarica, è stato fissato uno standard per le batterie dei camion, in modo che, in meno di un minuto, all’interno di apposite stazioni robotizzate, la batteria scarica possa essere sostituita con una a piena capacità; già 3.000 di queste stazioni sono attive lungo le autostrade, nei porti e nei punti di scambio logistici.
2) Autostrade a “zero emissioni”. È iniziato lo sviluppo di 30.000 km di corridoi autostradali a zero emissioni, dotati di grandi sistemi fotovoltaici dedicati esclusivamente ad alimentare le stazioni di scambio delle batterie per i camion; l’obiettivo è trasferire il 18% dell’intero trasporto merci su gomma su questi corridoi elettrificati già entro il 2030.
3) Idrogeno per le lunghe distanze. Poiché sarà necessario del tempo prima che la rete delle stazioni di scambio sia completa, per i trasporti su lunghe distanze e internazionali la Cina sta introducendo camion con celle a combustibile alimentate a idrogeno, dotati di oltre 700 km di autonomia; a Guangzhou ne sono già operativi migliaia.
4) Incentivi massicci. Per convincere le aziende logistiche private ad abbandonare il diesel, il governo ha stanziato un fondo straordinario da oltre 3 miliardi di dollari, finanziato attraverso titoli di Stato speciali a lunghissima scadenza; i sussidi coprono direttamente la rottamazione dei vecchi camion e finanziano fino al 50% dell’acquisto dei nuovi giganti a energia pulita.
Una trasformazione destinata a durare?
Ma questa transizione ultra-accelerata reggerà di fronte a un eventuale – al momento improbabile – crollo dei prezzi del petrolio?
Secondo Natasha Kaneva, analista di J.P. Morgan, “il conflitto potrebbe aver solo accelerato i cambiamenti comportamentali già in atto, volti a far diventare la Cina strutturalmente meno dipendente dal petrolio. Abbiamo finora sottovalutato la velocità con cui il Paese può modificare il proprio modello di mobilità”.
Secondo l’analista, la domanda di benzina in Cina continuerà a diminuire anche nel 2027, ma a un ritmo più contenuto rispetto all’anno in corso: 50.000 barili al giorno in meno, contro i 150.000 in meno previsti nel 2026. Ammesso, ovviamente, che Hormuz riapra e tutto torni alla normalità.
Se invece la guerra continuasse, svuotando le riserve strategiche degli Usa e di altri grandi consumatori e facendo schizzare alle stelle il prezzo del greggio, i cinesi premeranno ancora di più sull’acceleratore della transizione per liberarsi dal petrolio. Noi, invece, rimpiangeremo di essere rimasti a guardare e di non averli imitati per tempo.


























