Dopo il via libera ottenuto dalla Commissione Ue un anno fa, a febbraio 2020, Eni e Cdp Equity hanno costituito GreenIT, la nuova joint venture per lo sviluppo, la costruzione e la gestione di impianti per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili in Italia.

GreenIT, spiega una nota del cane a sei zampe, è partecipata al 51% da Eni e al 49% da Cdp Equity e punta a raggiungere una capacità installata di circa 1.000 MW entro il 2025 principalmente in impianti eolici e fotovoltaici, con investimenti cumulati di oltre 800 milioni di euro in cinque anni.

Le risorse, aggiunge la nota, saranno utilizzate su vari filoni di intervento che includono lo sviluppo e la costruzione di impianti greenfield, anche attraverso la valorizzazione del patrimonio immobiliare del gruppo Cdp e della Pubblica amministrazione, il repowering di impianti a fine vita e la costruzione di progetti già autorizzati.

La costituzione di GreenIT, secondo la nota, è in linea con gli obiettivi di de-carbonizzazione fissati nel Piano nazionale su energia e clima al 2030 (Pniec).

Intanto lo scorso dicembre Eni, Snam e Cassa Depositi e Prestiti hanno siglato un accordo per promuovere iniziative congiunte per produrre, trasportare e commercializzare l’idrogeno, sul quale abbiamo espresso i nostri “dubbi”.

Tuttavia, ricordiamo che Eni nel suo piano d’azione 2020-23 prevede investimenti nelle rinnovabili per 2,6 miliardi di euro, mentre per petrolio e gas verrà speso quasi dieci volte di più (24 miliardi). Insomma alle rinnovabili resteranno solo delle briciole in confronto agli investimenti pianificati nei settori tradizionali dei combustibili fossili.

La strategia quindi è molto incentrata sul greenwashing: le risorse destinate alle fonti rinnovabili sono minoritarie (anche se molto pubblicizzate e promosse sui vari canali di comunicazione) rispetto a quelle indirizzate al comparto oil&gas.

Ricordiamo anche la polemica scoppiata a gennaio per le ingerenze di Eni nella stesura del Pnrr, con il cane a sei zampe che ha cercato di far inserire progetti per la cattura e il confinamento geologico della Co2 a Ravenna (CCS: carbon capture and storage).

Progetti, questi per la cattura del carbonio, che sono costosissimi e tolgono risorse agli investimenti in rinnovabili, elettrificazione diretta dei consumi, sistemi di accumulo.

Lo stesso idrogeno, se gestito male, rischia di essere una scusa per mantenere e potenziare le infrastrutture fossili. Nell’accordo firmato a dicembre da Eni con Snam e Cdp, infatti, si parla non solo di idrogeno verde ma anche di idrogeno blu (ricavato da fonti fossili) e tecnologie CCS.