Gas e legami con Israele: un nuovo “scontro” tra Eni e ambientalisti

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La società energetica italiana ha avviato una mediazione obbligatoria con ReCommon, conclusa negativamente, per presunta diffamazione. Cos'è successo e le tappe precedenti.

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Si va verso una “Slapp” di Eni contro ReCommon? Cioè, una querela-bavaglio?

Il nuovo capitolo delle vicende legali tra il colosso energetico italiano e l’associazione ambientalista che lotta contro gli abusi di potere e le devastazioni dei territori avrebbe le caratteristiche proprio di una Strategic Lawsuit Against Public Participation, che avrebbe lo scopo di intimidire gli attivisti (si veda Quelle di Eni contro gli ambientalisti sono “querele temerarie”?).

Lo scrive la stessa ReCommon in una nota pubblicata ieri, 15 aprile, in cui denuncia “la volontà di Eni di intentare l’ennesima causa strumentale nei confronti dell’associazione, per provare a mettere a tacere i suoi esponenti”.

I legali del cane a sei zampe, si spiega, hanno notificato lo scorso marzo a ReCommon la richiesta di avviare una mediazione obbligatoria in sede civile per presunta diffamazione, aggravata dall’utilizzo della televisione e dei social media. La mediazione obbligatoria fa seguito a una diffida con richiesta di rettifica, recapitata da Eni a ReCommon all’inizio di gennaio.

L’azienda punta il dito contro le dichiarazioni rese da Eva Pastorelli (campaigner su finanza pubblica e multinazionali) riguardo ai legami di Eni con Israele per attività offshore in acque palestinesi, durante la trasmissione Report andata in onda su Rai 3 il 14 dicembre 2025 e pubblicate in un successivo articolo sul sito dell’associazione.

In sostanza, sostiene ReCommon, Eni minaccia una causa legale da 800mila euro e chiede di rimuovere le dichiarazioni presunte diffamatorie “in quanto avrebbero alimentato sentimenti di odio e ostilità verso Eni e i suoi dipendenti, mettendo addirittura in serio pericolo l’incolumità dei lavoratori operanti in Italia e all’estero e delle loro famiglie”.

La risposta di Eni

Eni, contattata via mail da QualEnergia.it, precisa di non avere avviato alcuna Slapp nei confronti di ReCommon.

Nella risposta che l’azienda ci ha inviato, si legge che “a fronte del perdurare della condotta diffamatoria da parte di ReCommon, come previsto dalla legge Eni ha avviato la procedura di mediazione”, che si è svolta il 14 aprile “e si è conclusa negativamente poiché gli esponenti di ReCommon non hanno aderito alla richiesta di cessare la diffusione di notizie false e di rimuovere i contenuti diffamatori dai profili online”.

Questa procedura, afferma la società, “non costituisce una Slapp in quanto Eni non ha richiesto alcun risarcimento economico”, mentre “l’indicazione di 800mila euro, riportata nella comunicazione di ReCommon, è relativa a un valore che deve essere necessariamente indicato a fini procedurali, in merito all’ammontare di un possibile danno causato dalla comunicazione diffamatoria nei confronti di Eni”.

L’azienda, prosegue la nota, “si è invece limitata a richiedere che ReCommon si astenga dalla diffusione di ulteriori dichiarazioni diffamatorie e la rimozione dai profili social di ReCommon di tali contenuti, in merito al tema delle licenze per l’esplorazione di gas al largo delle coste israeliane”.

Infine, la compagnia energetica italiana ribadisce di non aver mai ottenuto le licenze di esplorazione per la zona G, “che come risulta dalle fonti ufficiali del ministero dell’Energia israeliano non sono mai state formalmente assegnate al consorzio di cui Eni faceva parte”, perché “l’annuncio ministeriale del 29 ottobre 2023 riportava l’esito della procedura selettiva, non il completamento dell’iter di assegnazione della licenza”, precisando che questa è “una distinzione giuridica fondamentale che ReCommon ha sistematicamente ignorato”.

Le tappe della vicenda

La controversia riguarda in particolare il ruolo di Eni nell’esplorazione di idrocarburi al largo delle coste di Gaza, in partnership con istituzioni e società israeliane che, come dichiarato da Pastorelli a Report, operano illegalmente nei territori palestinesi occupati.

Sotto la lente ci sono le licenze assegnate alla fine di ottobre 2023 dal ministero dell’Energia israeliano per esplorare e sfruttare alcuni giacimenti di gas nelle acque della Striscia di Gaza, tra cui il cosiddetto “Blocco G” che si trova in buona parte nella zona economica esclusiva palestinese.

Eni, insieme a Dana Petroleum (società anglo-coreana) e Ratio Petroleum (Israele) si era aggiudicata alcune licenze. La stessa Eni, a marzo di quest’anno, ha poi ufficializzato la sua decisione di uscire dal consorzio costituito per condurre le attività esplorative nel Mediterraneo all’interno delle aree palestinesi, motivandola con una “razionalizzazione e diversificazione strategica delle proprie attività upstream”.

L’altro aspetto criticato da ReCommon è la partnership siglata dalla multinazionale italiana con la società israeliana Delek Group, che come evidenzia l’associazione “si trova nella lista nera delle Nazioni Unite perché opera nei Territori Palestinesi occupati e opera illegalmente in questi”.

“Eni sembra intenzionata a mantenere il suo primato in Europa per numero di liti temerarie, rivolgendoci pesanti e infondate accuse con l’obiettivo di silenziare l’attività di informazione condotta dall’associazione su questioni di indiscutibile pubblico interesse”, è il commento di Pastorelli sulla nuova iniziativa di Eni contro ReCommon. Il tutto, sottolinea, “per aver riportato dati inconfutabili, tra cui le dichiarazioni della stessa Eni”.

Archiviata la fase della mediazione, ReCommon si dice pronta ad affrontare un’eventuale nuova citazione in giudizio da parte dell’azienda.

Eni, ricordiamo, attraverso la controllata Eni Uk, ha perfezionato nel 2024 un’operazione di fusione con Ithaca Energy, società parte del gruppo israeliano Delek. A poche settimane dall’operazione, a luglio 2024, ReCommon aveva denunciato pubblicamente l’accordo e lanciato una petizione per chiedere alla compagnia italiana di interromperlo alla luce del genocidio a Gaza.

Secondo noi, il punto vero in questa vicenda non è solo giuridico, ma democratico: su temi di interesse pubblico così rilevanti, la tutela della reputazione non dovrebbe mai tradursi in un freno alla libertà di informare, criticare e partecipare al confronto pubblico.

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