Carburanti sostenibili, ombre sulla filiera agricola di Eni in Africa

Un’inchiesta di Politico e SourceMaterial denuncia raccolti invenduti, redditi mancati e uso di colture alimentari nei biocarburanti prodotti in Kenya.

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La filiera africana dei biocarburanti su cui punta Eni è al centro di un’inchiesta giornalistica internazionale che ne mette in discussione sostenibilità e benefici per le comunità locali.

L’organizzazione non profit britannica di giornalismo investigativo SourceMaterial e la testata internazionale Politico hanno indagato il progetto della major fossile in Kenya fondato sulla coltivazione del ricino, presentato come coltura resistente alla siccità, adatta a terreni degradati e non in competizione con la produzione alimentare.

Eni definisce il Kenya il primo Paese africano in cui ha costruito un “agri-hub” per estrarre olio vegetale da destinare alle bioraffinerie di Gela e Venezia, sostenendo che il modello genera reddito, accesso ai mercati e benefici per le comunità locali.

Il lavoro dei due media racconta però una realtà molto diversa da quella descritta dalla compagnia. Decine di agricoltori sostengono infatti di essere rimasti con raccolti invenduti, meno cibo a disposizione e promesse economiche mai mantenute.

Questa ricostruzione si basa su interviste a 44 agricoltori in quattro contee keniane, oltre che su colloqui con intermediari, esperti, attivisti e sull’analisi di dati commerciali.

Promesse tradite

Diversi contadini raccontano di aver sostituito mais e altre colture alimentari con il ricino, fidandosi della prospettiva di un nuovo reddito garantito dagli intermediari incaricati di distribuire semi e ritirare il raccolto. In molti casi, sostengono gli autori dell’inchiesta, gli intermediari non sarebbero poi tornati a comprare i raccolti; in altri, avrebbero pagato meno del previsto.

Alcuni agricoltori descrivono una caduta del reddito familiare fino ad arrivare a patire la fame dopo aver rinunciato alle colture commestibili. L’inchiesta riporta inoltre casi di raccolti deludenti, piante morte e infestazioni da parassiti associate alle coltivazioni di ricino.

Uno degli aspetti più delicati riguarda proprio la sicurezza alimentare. Eni sostiene da tempo che il progetto sia sviluppato su terreni degradati e che non sostituisca la produzione di cibo. Tuttavia SourceMaterial e Politico riportano testimonianze secondo cui, in molte aree, il ricino avrebbe preso il posto di mais e legumi.

La stessa International Finance Corporation, un’agenzia della Banca Mondiale che ha sostenuto il progetto con un prestito di 135 milioni di dollari, viene citata nell’inchiesta ricordando che i suoi standard richiedono l’assenza di impatti negativi sulla sicurezza alimentare. Si riporta anche il giudizio del professor Valerio Bini dell’Università di Milano, che ha intervistato 50 agricoltori nell’ambito del progetto Eni nel maggio 2025 e ha affermato che praticamente tutti avevano sostituito le colture alimentari con l’olio di ricino.

L’inchiesta accende poi un riflettore sulle materie prime effettivamente utilizzate da Eni per alimentare la filiera. Secondo l’analisi dei dati commerciali, il raccolto keniano di ricino non sarebbe stato sufficiente a sostenere i volumi necessari e il gruppo avrebbe quindi compensato importando in Kenya grandi quantità di olio di colza dal Sudafrica, poi inviate in Italia.

Qui emerge una contraddizione sostanziale: la colza è classificata dall’Unione europea come coltura alimentare e il suo impiego nei carburanti rinnovabili è soggetto a limiti stringenti. Secondo l’analisi condivisa con i giornalisti da Transport & Environment, nel 2025 circa l’80% delle importazioni di olio vegetale dal Kenya all’Italia effettuate dalle controllate Eni sarebbe stato costituito proprio da olio di colza sudafricano (“rapeseed oil” nel grafico in basso elaborato da T&E).

Carlo Tritto, che ricopre il ruolo di “sustainable fuels manager” dell’organizzazione, ha definito la situazione “l’esatto opposto” di ciò che il progetto dovrebbe realizzare, sottolineando che i biocarburanti ricavati da colture alimentari offrono benefici climatici limitati, pongono rischi di cambiamento d’uso del suolo e competono con la produzione di cibo.

In un precedente report pubblicato sempre da T&E nel febbraio 2024, l’associazione aveva già sostenuto che il progetto africano di Eni stesse fallendo nel produrre su larga scala le colture promesse, aggiungendo che in Kenya l’azienda non aveva raggiunto neppure un quarto del target produttivo 2023, mentre in Congo i progetti erano ancora in fase pilota.

La versione di Eni

La posizione di Eni è di segno opposto. All’inchiesta il gruppo ha risposto negando che la coltivazione del ricino abbia sostituito la produzione di cibo e sostenendo che le importazioni di colza rispettano i requisiti per i carburanti sostenibili.

Un portavoce ha affermato inoltre che il programma è costruito sulla partecipazione volontaria degli agricoltori, che possono entrare e uscire dal progetto senza penalità, e che i rapporti contrattuali tra intermediari e produttori locali vengono concordati all’inizio di ogni stagione.

Eni sostiene anche di non avere evidenza di modifiche arbitrarie dei termini economici da parte degli aggregatori e afferma di aver risolto i rapporti nei pochi casi in cui avrebbe riscontrato problemi nella raccolta dei semi.

Anche nei materiali ufficiali pubblicati dalla società, Eni ribadisce che il modello keniano sarebbe fondato su coltivazioni realizzate su terreni degradati, semi-aridi o abbandonati, “non in competizione con la filiera alimentare”, e parla di oltre 100mila agricoltori coinvolti nel Paese.

Il gruppo sostiene inoltre che i casi di scontento rappresenterebbero una quota minima rispetto al totale dei partecipanti, che il compenso per gli agricoltori è definito nei contratti in base al prodotto consegnato e che i servizi forniti dagli aggregatori ridurrebbero a zero l’esposizione finanziaria dei coltivatori.

La major fossile richiama infine anche la certificazione “Low ILUC” (una sigla che sta per “Indirect Land Use Change”, traducibile come “cambiamento indiretto della destinazione d’uso del suolo”) ottenuta nel 2025 da Janari Farms, partner locale in Kenya, come prova del fatto che almeno una parte della filiera rispetta i criteri europei contro la sottrazione diretta e indiretta di terreni alla produzione alimentare.

Rischio frodi

L’inchiesta, però, solleva dubbi anche sulla tenuta complessiva del sistema di certificazione. SourceMaterial ricorda che i clienti che acquistano i biocarburanti Eni, comprese compagnie aeree, fanno affidamento sulle certificazioni ISCC per rivendicare la sostenibilità del carburante utilizzato.

Ma la credibilità del sistema è stata messa in discussione da più casi recenti, compresa un’altra inchiesta di marzo di SourceMaterial e l’agenzia di stampa francese Afp sui flussi dall’Indonesia: in quel caso i giornalisti hanno ricostruito che società finite in un’indagine per presunta falsa etichettatura dell’olio di palma come Pome (“Palm Oil Mill Effluent”), un sottoprodotto soggetto a regole meno restrittive, avevano rifornito anche Eni.

Non c’è alcuna indicazione che Eni fosse a conoscenza di eventuali frodi, ma il caso ha riaperto il dibattito sulla capacità del mercato europeo dei biofuel di verificare davvero l’origine delle materie prime.

Su questo terreno si inserisce il giudizio di Ecco Climate, think tank climatico italiano anch’esso citato nell’indagine e che da tempo invita alla prudenza sull’espansione dei biocarburanti. In un’analisi dedicata al tema, l’associazione sottolinea che già oggi una quota rilevante dei biocarburanti consumati in Italia dipende da materie prime vergini o di scarto importate dall’Asia e che permangono criticità legate al rischio di frodi sulle certificazioni d’origine.

Ecco osserva inoltre che, per alimentare le bioraffinerie italiane, sono attese grandi quantità di olio vegetale dall’Asia e di olio di ricino dall’Africa, ma che la coltivazione intensiva del ricino per fini industriali dipende da irrigazione, meccanizzazione, fertilizzanti, pesticidi e sementi ibride, elementi che ne riducono la sostenibilità.

Non solo: secondo gli analisti non vanno ignorati gli effetti della monocoltura sui servizi ecosistemici e il possibile impatto sulla sicurezza alimentare delle popolazioni locali, gli stessi temi sollevati dall’inchiesta.

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