Big Oil prova (lentamente) a diventare “verde”: Equinor punta a emissioni zero nel 2050

Il nuovo obiettivo annunciato dall'amministratore delegato dalla compagnia norvegese, ex Statoil.

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Si allunga la fila dei colossi petroliferi che puntano ad azzerare le emissioni inquinanti entro metà secolo, anche se con tante incognite e contraddizioni su come riusciranno a raggiungere l’obiettivo.

L’amministratore delegato della norvegese Equinor (ex Statoil), Anders Opedal, appena entrato in carica lunedì 2 novembre, ha annunciato che Equinor diventerà una compagnia energetica net-zero entro il 2050, vale a dire, una compagnia in grado di azzerare le emissioni nette di anidride carbonica delle sue attività.

L’obiettivo, spiega una nota, copre tutte le emissioni di CO2 dirette-indirette collegate alle attività operative di Equinor e all’uso finale dei suoi prodotti energetici.

Intanto, però, Equinor si aspetta di aumentare la produzione di petrolio e gas del 3% l’anno fino al 2026.

Nel breve termine, quindi, le risorse fossili continueranno a giocare un ruolo di primo piano.

Intanto l’azienda guidata da Opedal si sta preparando, precisa la nota, a un graduale declino della domanda globale di combustibili fossili dal 2030.

In tema di rinnovabili, la società norvegese intende arrivare a 12-16 GW di capacità installata al 2035 (4-6 GW nel 2026), accelerando in particolar modo lo sviluppo di progetti nell’eolico offshore.

Nella nota si parla anche dell’importanza attribuita alla tecnologia CCS (Carbon capture and storage) per assorbire e immagazzinare le emissioni di CO2 degli impianti industriali; Equinor, infatti, in partnership con Shell e Total, è impegnata nel progetto Northern Lights in Norvegia, volto a stoccare grandi quantità di anidride carbonica in depositi sottomarini.

Equinor scommette anche sulle tecnologie per produrre idrogeno low-carbon da destinare ai trasporti e alle industrie, tanto da essere coinvolta nelle iniziative della futura “Hydrogen valley” in Olanda e più in generale nell’Europa settentrionale.

Le rinnovabili, quindi, almeno per il momento, sembrano solo una fetta nemmeno prioritaria della strategia industriale della “nuova” Equinor.

CCS, idrogeno e progetti per assorbire la CO2 nei bacini naturali (natural sinks), come foreste e torbiere, sono tutti ingredienti indispensabili per ottenere l’azzeramento delle emissioni nette al 2050, stando alle assunzioni di Equinor nell’annunciare il suo piano climatico.

Secondo un recente documento di Oil Change International, gli obiettivi presentati da Equinor e dalle altre compagnie fossili – BP, Shell, Total – pendono molto verso il greenwashing.

Conviene chiarire che il documento è uscito prima delle dichiarazioni di Opedal per il 2050: bisognerà quindi monitorare i prossimi passi dell’azienda norvegese per valutare appieno la portata del suo impegno ambientale e capire meglio quali misure saranno prese per tagliare le emissioni.

Greenwashing significa che Big Oil afferma di volersi impegnare per ridurre gli impatti sul clima delle attività fossili, ma poi continua a fare investimenti che vanno nella direzione contraria.

Ad esempio, investire nelle energie rinnovabili non basta, se poi all’aumento di potenza installata nelle tecnologie pulite non corrisponde una riduzione dei giacimenti di oro nero e gas naturale.

Spesso, dietro l’impegno di ridurre l’intensità di carbonio dei prodotti petroliferi – è un altro degli obiettivi annunciati da Equinor – si cela un inghippo.

Difatti, se una compagnia dichiara di estrarre gli idrocarburi in modo più “pulito”, ad esempio utilizzando tecnologie più efficienti e consumando solamente energia elettrica di origine rinnovabile, e/o riducendo le emissioni “fuggitive” di metano che fuoriesce dai pozzi, ma poi nel complesso incrementa la produzione di petrolio e gas, finisce per emettere una quantità globalmente superiore di CO2 e altri gas-serra.

Quindi: intensità di carbonio inferiore, ma con emissioni cumulative in crescita.

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