Santa Marta è un “vero” inizio per uscire dalle fonti fossili?

Si è chiusa nella città colombiana la prima conferenza internazionale sull'abbandono di carbone, gas e petrolio. Cosa si è discusso, risultati e prossimi passi.

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Si è chiusa ieri (29 aprile) a Santa Marta, in Colombia, la prima conferenza internazionale sulla transizione dai combustibili fossili, in cui 57 Paesi hanno discusso su “come” realizzare concretamente questo obiettivo dopo decenni di tentativi falliti nell’ambito dei negoziati climatici globali.

La scelta della sede – il principale porto colombiano per l’esportazione di carbone – è il segnale di un impegno che può arrivare dalle stesse economie emergenti fondate sull’estrazione di fonti fossili.

Un luogo simbolico, come ha voluto esserlo l’Amazzonia per la COP 30 che si è tenuta lo scorso anno in Brasile, dove però il dibattito sull’abbandono di gas, petrolio e carbone è rimasto impantanato nei processi decisionali elefantiaci, tipici delle Conferenze Onu sul clima. Tanto che nel testo finale della COP 30 era saltato ogni riferimento alla Roadmap sul phase-out dai combustibili convenzionali.

Alla conferenza in Colombia, co-organizzata dall’Olanda, hanno partecipato molte realtà africane e insulari, l’Unione europea nel suo complesso, Italia, Germania, Francia e altri Stati europei, diversi Paesi con forti economie estrattive (Australia, Brasile, Canada, Norvegia…). Assenti invece Stati Uniti, Cina, Russia, Arabia Saudita.

Il documento finale (link in basso) rispecchia lo scopo prioritario di questo vertice: bypassare i rigidi schemi delle COP, raccogliere opzioni e strategie politico-finanziarie condivise con la società civile, il mondo scientifico, i governi nazionali e locali, in modo da avviare una cooperazione più strutturata sull’uscita dai combustibili fossili. La seconda conferenza si svolgerà nel 2027 a Tuvalu, nell’Oceano Pacifico.

Il percorso iniziato a Santa Marta, è emerso dai convenuti, non vuole essere un’alternativa in senso assoluto alle COP, bensì un processo complementare e di supporto ai negoziati climatici, spostando l’attenzione sulle possibili soluzioni.

Tantissimi i temi discussi: in particolare, come superare la dipendenza economica, fiscale e dell’occupazione da un sistema energetico fossile. È una dipendenza di cui la guerra in Medio Oriente sta rivelando con forza crescente tutte le sue storture: prezzi dei carburanti alle stelle, rischi geopolitici, colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento.

Nel documento si riconosce che “la transizione in sé è complessa e richiede tempo e un’attenta gestione”. Difatti, occorre “garantire che le comunità e le economie dipendenti dalla produzione e dal consumo di combustibili fossili possano passare a nuovi modelli economici”, mentre “è chiaro che la decarbonizzazione dei nostri sistemi economici, commerciali ed energetici è la strada migliore verso società eque, stabili e resilienti”.

Le prime reazioni

Come evidenzia una breve analisi dell’Istituto internazionale per lo sviluppo sostenibile (IISD, think tank con sede in Canada), Santa Marta è “l’inizio di una nuova piattaforma di cooperazione” verso una più ampia “democrazia climatica”, ossia “uno spazio in cui governi, società civile, popoli indigeni, lavoratori ed esperti possano affrontare insieme questioni complesse e costruire un’agenda più orientata all’azione”.

Anche Shiva Gounden, capo delegazione di Greenpeace in Colombia, afferma in una nota che la conferenza è stata “un vero segnale che il vento sta finalmente cambiando, ma un segnale non è una soluzione e la transizione procede ancora troppo lentamente”.

Katrine Petersen, responsabile del programma Global Clean Power Diplomacy del think tank ambientalista E3G, ha rimarcato che “in un contesto di sconvolgimenti geopolitici, i Paesi a Santa Marta hanno dimostrato un nuovo modello di cooperazione per la transizione energetica, che pone al centro le tabelle di marcia per l’abbandono dei combustibili fossili e si concentra su come accelerare il cambiamento e come farlo insieme”.

I principali risultati

Tra i principali risultati della conferenza, l’istituzione di tre “filoni di lavoro” tematici incentrati sull’individuazione di opportunità e canali concreti di cooperazione.

Questi wokstream si focalizzeranno su:

  • collaborazione per sviluppare roadmap nazionali e regionali per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, compresi i collegamenti con gli impegni climatici NDC (Nationally Determined Contributions), ossia i piani climatici dei Paesi che hanno siglato gli Accordi di Parigi nel 2015;
  • politiche commerciali orientate alla decarbonizzazione;
  • evoluzione del sistema finanziario e riforma dei sussidi.

Inoltre, Santa Marta ha istituito un nuovo panel scientifico internazionale sulla transizione energetica, al fine di perseguire un approccio più sistemico su diverse questioni, tra cui: tabelle di marcia per l’uscita dalle fonti fossili nei diversi settori economici, integrando politica fiscale e debito; un ruolo più incisivo per le banche centrali e le istituzioni finanziarie; strumenti coordinati come misure dal lato dell’offerta e riforme dei quadri normativi internazionali.

Discussioni e prossimi passi

Tra i punti maggiormente discussi dalle Nazioni partecipanti, si legge nel documento finale, la necessità di passare da rendite da combustibili fossili sotto-tassate “a politiche fiscali trasformative”.

In particolare, la tassazione “dovrebbe inviare segnali chiari alle aziende e agli investitori dei combustibili fossili affinché reindirizzino i capitali verso nuovi settori, sostenendo al contempo la diversificazione delle entrate attraverso una riforma fiscale progressiva, un bilancio verde e investimenti pubblici strategici”.

I Paesi hanno poi concordato l’importanza di una “diminuzione controllata” delle fonti fossili con allineamento tra domanda e offerta, proponendo diverse soluzioni.

Ad esempio, quadri di pianificazione integrati che allineino le decisioni di estrazione con la riduzione della domanda, l’elettrificazione, l’efficienza energetica e lo sviluppo di infrastrutture pulite, offrendo al contempo maggiore certezza a lavoratori, comunità e investitori.

Per limitare l’espansione delle attività estrattive, i governi potrebbero attuare piani di chiusura, bloccare il rilascio di nuove licenze, gestire gli asset non redditizi, distribuire equamente i costi di chiusura.

Quanto ai sussidi ai combustibili fossili, il documento conclusivo evidenzia che occorre identificarli e renderli trasparenti, in modo da includere sussidi espliciti e impliciti, costi fiscali, distribuzione dei proventi e impatti.

Si è anche discussa la necessità di sostituire i sussidi generalizzati con trasferimenti mirati per i gruppi vulnerabili, con misure che colleghino lo spazio fiscale acquisito al sostegno finanziario per gli investimenti in tecnologie pulite.

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