SEN: roadmap per la decarbonizzazione o difesa del gas?

Dalla SEN, secondo Giuseppe Onufrio di Greenpeace, emerge una linea: il gas prima di tutto. Un'impronta data già dal documento del Governo Monti. Più che una decarbonizzazione al 2050, che per chi l'ha scritta sembra impossibile, la SEN delinea una chiara difesa per il gas.

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L’articolo nella versione digitale della rivista QualEnergia

Il documento di consultazione della Strategia Energetica Nazionale, pubblicato il 13 giugno us. (consultazione terminata il 12 settembre scorso, ndr), contiene alcune novità positive, già sottolineate da G.B. Zorzoli nella sua “pagella” del 15 giugno su QualEnergia.it.

Il phase out del carbone, citato espressamente è fissato al 2030 – mentre il 2025, che è pure citato come scenario di chiusura forzata sarebbe più adeguato – ­ e oltre a ciò abbiamo la citazione della mobilità elettrica con una prima stima della quota di veicoli elettrici, il tema della povertà energetica, il ruolo dei prosumer.

Nonostante ciò, questi aspetti sono tutti da definire. Di negativo: la visione frenata dello sviluppo delle rinnovabili, che possono crescere molto più di quanto delineato, l’ossessione per l'”hub del gas” e lo scarno dettaglio con cui sono riportate le iniziative per la mobilità sostenibile e per lo sviluppo del parco elettrico di veicoli.

La mancanza di un orizzonte al 2050 circoscrive molto il senso della strategia: il 2030 ­ per le infrastrutture energetiche ­ è una data molto vicina e valutare la Strategia senza un orizzonte a lungo termine, lasciando come unico riferimento generico la Road Map europea, è un forte limite. Nel complesso la Sen, pur con le novità positive, appare una linea di difesa del gas naturale più che una convinta proposta di decarbonizzazione dell’economia italiana. Proviamo ad aggiungere alcuni altri elementi.

Obiettivo rinnovabili: quadro generale

Va ribadito che il raggiungimento degli obiettivi al 2020 ­ ampiamente rivendicato nel documento ­ è frutto in buona parte di un errore statistico grave, prodotto nel piano d’azione presentato nel 2010, come evidenziato da G.B. Zorzoli (“L’orizzonte è rinnovabile”, QualEnergia 5/2016).

La forte sottostima del contributo delle biomasse legnose assieme ad altre correzioni dell’effettivo consumo di rinnovabili per usi termici ha “coperto” buona parte dell’incremento atteso dal Piano 2010: invece di dover aggiungere 11 Mtep da rinnovabili, ne sono bastate poco più di 4, perché quasi 7 sono state cancellate dalla correzione statistica.

Da questo punto di vista, uno sforzo di onestà intellettuale dovrebbe portare a considerare il nostro vero obiettivo 2020: non il 17,5% ma almeno il 20%: il nostro “punto di partenza” del 2010 era infatti falsato.

Assumendo ciò, l’obiettivo 2030 al 27% è troppo basso; e lo è a maggior ragione se, nell’ottica di alzare l’ambizione ­ dopo l’Accordo di Parigi e dopo la rottura di Donald Trump ­ l’Unione Europea, come sarebbe logico e auspicabile, riprendesse la leadership. La mancanza di uno scenario al 2050 ­ declinazione italiana della Road Map europea ­ è un altro limite della Sen. Altri Paesi europei si sono già dati una prospettiva a lungo termine.

Rinnovabili elettriche

Fissare la quota del 45%-50% al 2030 è decisamente una sottostima dell’evoluzione ampiamente possibile, quasi come a mantenere comunque un “freno” alle rinnovabili.

In uno scenario di de-carbonizzazione, che deve riguardare l’intero sistema energetico, non solo l’elettricità ­ un obiettivo del 60% è ampiamente fattibile anche prima del 2030 (F. Starace, il Messaggero, maggio 2016). Secondo lo scenario Energy [R]evolution per l’Italia di Greenpeace andrebbe raggiunta una quota del 67% al 2030.

Mobilità elettrica

Viene introdotta, assieme ad altre misure di mobilità sostenibile, una stima di 5 milioni di vetture elettriche al 2030.

Secondo il Politecnico di Milano, il primo milione di vetture ­ tema su cui in Germania le parti sociali e il governo stanno lavorando – richiederebbe un consumo elettrico di poco superiore a 1 TWh e un costo di infrastrutture di ricarica inferiore ai 500 milioni (meno di 500 euro a vettura circolante, cioè nulla).

Un’elettrificazione spinta (80%) del parco auto, in tempi più lunghi, potrebbe richiedere una quota non superiore ai 60 TWh, poco più della crescita delle rinnovabili in Italia dal 2008. A livello europeo, è stato stimato che uno scenario spinto al 2050 richiederebbe 150 GW di potenza addizionale e 450 TWh (ÖkoInstitut et al., 2017).

Si tratta di quantità assolutamente alla portata del mercato e che avrebbero un effetto fondamentale anche sulla qualità dell’aria. Per tale ragione, la convocazione di una Conferenza sulla mobilità sostenibile è indifferibile, vista la rilevanza enorme del tema anche per la vivibilità delle città. Vanno messi insieme attori istituzionali e non per identificare i percorsi da intraprendere. Da questo punto di vista la Sen cita il tema ma non indica strumenti specifici.

Capacity Market

Le argomentazioni a favore del mercato della capacità si fondano sulla riduzione della capacità di riserva emersa come fattore critico durante la chiusura di diverse centrali nucleari francesi per i controlli a seguito dello scandalo dell’acciaio fuori norma nei reattori.

Si cita l’analisi di Terna e s’identifica il momento di maggiore criticità tra le 19 e le 20 dei mesi estivi. Si tratta dunque di un centinaio di ore critiche l’anno, sulla base delle quali si difende l’idea di un mercato della capacità. Anche qui emerge la “linea del gas prima di tutto” e rimane forte l’impronta da “hub del gas” data dal documento del Governo Monti.

Possiamo forse fare una domanda: nel Giappone post Fukushima si è conclusa improvvisamente una produzione elettrica pari quasi al 30% in un Paese, che è una grande isola, con due reti separate ­ una a 50 e una a 60 Hz ­ senza che questo abbia mai comportato un blackout.

Ci si risponde che il Giappone aveva degli operatori di rete che collaboravano poco e dunque erano molto inefficienti, e sarà così. Ma dal 30% di colpo di ammanco di potenza di base load a un centinaio di ore critiche in estate, ce ne corre.

Misure di efficienza e di gestione della domanda ­ e dei picchi ­ sono stati alla base della risposta giapponese ­ assieme a una maggior produzione da gas e carbone. Forse qualche strategia di gestione dei picchi nelle ore critiche costerebbe meno che pagare in bolletta impianti per fare da riserva calda.

Vedremo quali regole verranno date e se sarà in effetti qualcosa di diverso da una “buona uscita” da dare ad alcuni impianti o ad alcuni operatori rimasti scottati dalla crescita delle rinnovabili.

I prosumer

S’introduce, con riferimento al Clean Energy Package, la figura del prosumer ma la valutazione del ruolo attivo dei consumatori rimane comunque generico sul piano quantitativo.

Nella valutazione fatta dal rapporto Ce Delft, commissionato da alcune associazioni ambientaliste tra cui Greenpeace, l’autoproduzione da parte di singoli cittadini, cooperative e piccole imprese ha un potenziale raggiungibile di 122 TWh al 2050.

Siccome il potenziale è elevato, l’indeterminatezza nella Sen ­ – si cita solo un aumento di 10 TWh per l’autoproduzione industriale dagli attuali 30 TWh – ­ appare come una scelta politica: quella di continuare a ritardare lo sviluppo di nuovi soggetti nel settore elettrico. In conclusione, l’idea che si può trarre dalla nuova Sen è che una vera strategia di decarbonizzazione al 2050 è per gli estensori della proposta sostanzialmente impossibile, a parte forse il settore elettrico che in una proiezione lineare può arrivare all’80%.

La maggiore preoccupazione è concentrata sul gas naturale: a parole, lo si tratta come una fonte di transizione nella prospettiva di decarbonizzazione (cioè rinnovabili largamente maggioritarie), ma il quadro finale non viene delineato.

Senza un riferimento al 2050 è difficile valutare l’adeguatezza della Sen, e in particolare delle infrastrutture per il gas che rischiano di essere sovradimensionate e di generare in prospettiva nuovi “stranded asset” o, volendo essere maligni, si vuol “occupare” maggior spazio per mantenere il più a lungo possibile il ruolo di una fonte che rischia di essere sostituita più velocemente di quanto oggi immaginiamo.

In questo si fa propria la visione (interessata?) dell’International Energy Agency che nel recente passato ha mostrato di sbagliare e di molto le valutazioni sulle rinnovabili e che prevede le fossili dominare ancora il sistema energetico per il XXI Secolo. Il coraggio mostrato sulla difesa dell’Accordo di Parigi richiederebbe più coerenza all’Europa e all’Italia, e dunque un impegno ben più consistente.

L’articolo è stato pubblicato sul n.3/2017 della rivista QualEnergia, con il titolo “Una strategia gasata”

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