Quei vecchi principi rivoluzionari di sostenibilità, rimasti inascoltati

Il concetto di sviluppo sostenibile oggi è molto più radicale rispetto a quando fu confezionato nel 1987 all'interno del rapporto Onu "Our common future". Si parlava di redistribuzione della ricchezza e del potere, dell'interesse comune dello sviluppo sostenibile come giustizia economica e sociale.

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Sono passati 50 anni da quando Martin Luther King, il 4 aprile 1967, ha tenuto il suo famoso discorso contro la guerra in Vietnam nella Riverside Church di Manhattan.

Al tempo, per le parti più radicali del movimento degli anni Sessanta, la presa di posizione del pastore sembrava moderata e accondiscendente verso il potere. Queste prese di posizione predicando in chiesa o manifestando in osservanza delle regole imposte dalle autorità sembravano non avere alcun effetto sul presidente Lyndon B. Johnson e l’establishment di Washington.

Molti nel movimento erano convinti che l’opposizione contro la guerra in Vietnam richiedesse una resistenza più militante, come per esempio quella di versare sangue sulle liste di leva o bruciarle con napalm, portate avanti in azioni dirette di disobbedienza civile da padre Philip Berrigan e altri preti e monache.

Mezzo secolo dopo, rimane l’ammirazione per questi militanti, mentre il discorso di Martin Luther King assume qualità profetiche. «Vietnam» lui affermava, «è il sintomo di una malattia molto più profonda nello spirito americano» e se rimane senza trattamento «saremo certamente trascinati sui lunghi, bui corridoi del tempo pieni di vergogna riservati a quelli che possiedono potere senza compassione, potenza senza moralità, e forza senza visione».

La guerra in Vietnam finì otto anni dopo e le parole di King sono oggi più attuali che mai.

Sono passati 30 anni da quando Gro Harlem Brundtland, a marzo 1987, presentò alle Nazioni Unite il rapporto “Our common future” che introdusse il concetto della sostenibilità.

Per una buona parte del movimento ecologista in Europa e negli Stati Uniti si trattava di un documento di ambientalismo opportunista che metteva al centro i problemi giusti del clima, della desertificazione, della riduzione di biodiversità, dell’inquinamento, senza avere il coraggio di affrontare le cause strutturali che spingono le società industriali avanzate a distruggere la base naturale della vita umana.

Sostenibilità” era il concetto debole per chi non voleva parlare di “conversione ecologica”, sperando di poter curare i sintomi in un approccio eco-tecnocratico senza dover affrontare i problemi strutturali in una prospettiva eco-sociale di un sistema di produzione e consumo rapace e ingiusto.

Trent’anni dopo, “Our common future” si legge come un documento radicale, che parla di redistribuzione non solo di ricchezza e reddito, ma anche di potere e mette l’interesse comune dello sviluppo sostenibile nel contesto di giustizia economica e sociale.

La conclusione? Non esiste. Gli Stati Uniti continuano a condurre delle guerre in paesi lontani come continua la guerra contro il clima.

Il rischio nucleare non è diminuito, il futuro sembra meno “common” che mai, se non in negativo, la concentrazione di gas serra nell’atmosfera terrestre cresce, il potere senza compassione, la potenza senza moralità, e la forza senza visione sembrano avere il sopravvento.

Rimane la gratitudine e l’ammirazione per le voci che in passato con grande rigore morale hanno ammonito contro i corridoi bui e delineato le strade verso un futuro sostenibile.

Non aver ascoltato abbastanza in passato sarebbe una ragione in più per attivarsi oggi per mettere fine alla guerra contro la natura e combattere la disuguaglianza tra gli uomini.

Nelle parole dell’utopista William Morris: «Gli uomini combattono e perdono le loro battaglie e accade che le cose per le quali avevano combattuto s’avverino nonostante la loro sconfitta, ma quel che s’avvera non è ciò che intendevano, e altri uomini dovranno lottare per la stessa cosa, chiamandola con un altro nome».

L’articolo è stato pubblicato sul n.2/2017 della rivista bimestrale QualEnergia, con il titolo “Sostenibilità rivoluzionaria”.

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