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Fissare al 2030 i target per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, per migliorare l’efficienza energetica, per aumentare il ricorso alle rinnovabili nella produzione di energia nel nostro Paese, non è una questione di numeri.

Sembra un paradosso ma non lo è. Si dovrebbe uscire da una discussione stanca, ripetitiva e sterile sul singolo numero, se il target sull’efficienza che ci indica l’Europa sia o meno sostenibile per il nostro sistema economico come ha incredibilmente discettato di recente il nostro Parlamento, arrivando alla stupefacente conclusione che “no, il 33% sarebbe troppo ambizioso” (sic!), o se l’obiettivo sulle rinnovabili (al 2020) sia stato o meno già raggiunto.

Purtroppo nel nostro Paese, sul tema che coinvolgerebbe l’intera politica industriale, dalle questioni energetiche, alla manifattura, ai trasporti la nostra classe dirigente non è stata lungimirante come avrebbe dovuto.

L‘ultimo Piano Energetico, con un’ambizione “generale”, risale a trent’anni fa. Peccato, che fu sostanzialmente dettato dall’allora monopolista, gonfiando le previsioni sui consumi per giustificare la scelta bocciata fortunatamente l’anno successivo con un referendum popolare – di ricorrere al nucleare.

E rimase inascoltato chi allora, non solo invitava a maggior realismo – “I conti sbagliati del Pen” un bel rapporto dell’allora Lega per l’Ambiente – ma correttamente indicava, nelle centrali a ciclo combinato, la tecnologia più promettente che avrebbe potuto agevolmente sostituire olio combustibile (molto utilizzato anche per produrre energia elettrica e carbone senza ricorrere al costoso e pericoloso nucleare).

Perso il referendum del 1987, l’establishment si guardò bene dall’aggiornare previsioni e programmi, e in un settore in cui in tutto il mondo pianificava, procedette alla cieca, continuando a delegare la “politica energetica” ai grandi attori Enel ed Eni (una malattia da cui sembra non si riesca a guarire).

A seguito della sacrosanta liberalizzazione, voluta dieci anni dopo nella produzione di energia elettrica, la situazione è persino peggiorata. I governi che si succedevano continuavano a programmare alcunché, perdevano l’occasione delle rinnovabili (all’inizio degli anni 90 eravamo leader europei per l’eolico e il fotovoltaico, poi una volta che i settori uscivano dalla nicchia e diventavano profittevoli noi sparivamo dalla produzione di pale e pannelli), e si inseguivano solo le emergenze.

Quando a causa del black out ci si rese conto che la potenza installata non era sufficiente a coprire le punte, con il decreto Marzano si semplificarono le procedure per la realizzazione di nuove centrali. Risultato: la “bolla” in cui viviamo oggi con il paradosso di centrali a ciclo combinato nuove ed efficienti (il parco centrali tra i migliori in Europa) che  non girano, perché non sanno a chi vendere energia, spiazzate dal calo di consumi (non tutto attribuibile alla crisi) e al boom delle rinnovabili.

Due fenomeni ampiamente prevedibili dieci anni fa e che alcuni, sempre quelli dei “conti sbagliati” del 1986, avevano previsto. La prova migliore dell‘incapacità della nostra classe dirigente di esercitarsi in una politica industriale, che consente al mercato di svilupparsi in una cornice che valorizza l’innovazione, è la Strategia Energetica Nazionale (Sen) approvata nel 2012 dal ministro Passera, in cui nella prima versione addirittura ci si fermava a indicazioni al 2020.

Come se otto anni fossero un tempo congruo per qualsiasi azienda per programmare investimenti in una direzione o in un’altra. Nella versione finale si riuscì ad arrivare al 2030 ma tutta la strategia era segnata da un driver fondamentale: conservare il più possibile l’esistente e difendere i fossili.

Non sarà un caso se invece la Germania dell’Energiewende si proietta al 2050, calcolando come il ricorso all’80% di rinnovabili (quello il target che si è dato il Paese più manifatturiero d’Europa), possa essere compatibile con la rete, cosa fare di conseguenza con gli accumuli, ecc.

Di recente, il Ministro Carlo Calenda ha annunciato che si sta lavorando a una Nuova Strategia Energetica che vedrà la luce nei primi mesi del 2017. Bene. E questa nuova strategia, ha detto il ministro, avrà a che fare con politica industriale, geopolitica. Più che bene. “Finalmente”, si potrebbe dire, se le dichiarazioni immediatamente successive non facessero temere che in realtà quello che preme sia solo trovare qualche maniera per fare sconti sulle tariffe agli “energivori” e introdurre il “capacity market”.

Obiettivi che ritengo anche accettabili se inseriti in una politica più generale, ma che sarebbero devastanti – lo diciamo sin da adesso – se fossero presi come assi cardinali su cui fondare la nuova strategia.

Che cosa serve per scrivere una Energiewende all’italiana al cui interno, i target al 2030, troverebbero un adeguato valore?

Le premesse sono innanzitutto quattro:

  • non considerare i target fissati dall’Ue come un “balzello”, ma come “base” per scegliere obiettivi anche più sfidanti;
  • essere consapevoli che prossimamente, a livello internazionale – come peraltro previsto dall’accordo di Parigi – si riverificheranno quegli obiettivi e che è molto probabile che verranno adeguati e resi più stringenti in modo da poter contenere l’aumento di temperatura entro 1,5 gradi, come raccomandato da Ipcc;
  • provare a giocare d’anticipo e schierarsi con i leader della trasformazione invece di farsi cogliere impreparati dalle richieste internazionali. Significa che in Europa occorre fare asse con la Germania e non con la Polonia, come spesso capita ai nostri governi che siano di destra, di sinistra o tecnici;
  • piuttosto del solito piagnisteo sul peso degli incentivi per le rinnovabili in bolletta (che, non ci stancheremo di ripeterlo, sono analoghi a quelli della Germania), rivendicare orgogliosamente i nostri primati (35/40% di rinnovabili nella produzione di energia elettrica, record mondiale nel fotovoltaico 8%, una normativa fiscale sulle ristrutturazioni in edilizia che, seppur ancora migliorabile, può fare da scuola in Europa).

E quindi su questa base è necessario puntare su:

  • aumentare il ricorso alle rinnovabili nel mix elettrico, favorendo generazione diffusa e autoproduzione, affrontando la questione degli oneri di rete e della distribuzione del loro peso non come si sta facendo adesso (ideologicamente penalizzando le rinnovabili), piuttosto copiando schemi più moderni ed equilibrati, come quello californiano;
  • completare l’ottimo lavoro su bonus fiscale in edilizia, rendendolo stabile e prendendolo come modello efficace per incentivare capacità anche nella produzione industriale. Verificare se il nuovo conto termico inizi davvero a funzionare e improntare una campagna di comunicazione sulla convenienza delle nuove e rinnovabili forme di riscaldamento e raffrescamento;
  • spingere per una rivoluzione nei trasporti, accompagnando le misure di rafforzamento del trasporto pubblico e di nuove forme di mobilità (bici, sharing, ecc.) con attenzione alle innovazioni tecnologiche positive e potenzialmente distruttive come il biometano (fatto bene) da rifiuti, l’agricoltura e l’elettrico.

Una strategia basata su queste scelte sarebbe in grado di far svolgere al nostro Paese e al nostro sistema economico, che è già pronto, un ruolo di leadership in Europa e nel mondo, viceversa saremo tagliati fuori dai benefici industriali che porterà con sé l’inevitabile rivoluzione energetica mondiale. Un’occasione che non possiamo e non dobbiamo perdere.

Servono scelte, non discorsi in sede Onu sui cambiamenti climatici cui non seguono fatti concreti.

L’articolo è stato pubblicato sul n.5/2016 della rivista bimestrale QualEnergia con il titolo “Questione di target”