I soldi del carbone che negano il cambiamento climatico

Il colosso minerario americano Peabody è al centro di uno scandalo per aver elargito finanziamenti sommersi a organizzazioni di diversa natura che si oppongono alle politiche ambientali. Un negazionismo spinto alla sua forma più radicale ("la CO2 fa bene"). E dagli Usa altri documenti sulle attività anti-clima della compagnia.

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Peabody Energy, il colosso americano del carbone, ha finanziato diversi gruppi politici e industriali che si oppongono alle norme ambientali e negano gli effetti della CO2 sui cambiamenti climatici. I sospetti c’erano già, secondo un recente articolo di The Guardian, perché la più grande società mineraria degli Stati Uniti non ha mai fatto mistero delle sue posizioni super-conservatrici.

Il caso però è scoppiato in modo evidente da quando, lo scorso aprile, Peabody ha utilizzato il Chapter 11 della legislazione fallimentare USA, una sorta di amministrazione controllata sotto la giurisdizione di una corte federale. L’obiettivo è risanare un’impresa in dissesto finanziario per evitarne la bancarotta: nel caso specifico di Peabody, il rischio-crack sarebbe imputabile a diversi fattori, tra cui la crisi del carbone dovuta alla concorrenza crescente del gas naturale.

Negazionismo in piena regola

Così dalla documentazione fornita per il Chapter 11, scrive il Guardian, sono emersi particolari piuttosto imbarazzanti per il gigante fossile a stelle e strisce: ad esempio, si legge nell’articolo, i finanziamenti “sporchi” di Peabody erano diretti a organizzazioni che hanno criticato gli sforzi di Barack Obama per promuovere le fonti rinnovabili e ridurre le emissioni inquinanti.

La testata britanica cita il Center for the Study of Carbon Dioxide and Global Change, che si è spinto ad affermare che l’incremento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera è un beneficio anziché un danno per il nostro Pianeta. Un’altra organizzazione citata è Americans for Prosperity, che si batte contro qualunque forma di carbon-pricing per colpire gli impianti industriali più inquinanti.

Nell’articolo troviamo anche l’American Legislative Exchange Council, fermamente impegnato a contrastare le nuove regole proposte dall’EPA (Environmental Protection Agency) per limitare le emissioni delle centrali termoelettriche. Negazionismo in piena regola, quindi, che non si limita a instillare dubbi sui cambiamenti climatici provocati dalle attività umane, come hanno fatto e continuano a fare compagnie petrolifere del calibro di ExxonMobil, Chevron e ConocoPhillips.

Peabody è andata oltre, affermando che il surriscaldamento terrestre non è pericoloso. I documenti svelati nell’ambito del Chapter 11 contengono anche nomi di professori e scienziati, tra cui Willie Soon, ricercatore presso l’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics, la cui attività è sempre stata foraggiata dall’industria petrolifera.

Finanziamenti “sporchi” ai mezzi d’informazione

Secondo Nick Surgey, direttore delle ricerche presso il Center for Media and Democracy, «sembra che Peabody sia un tesoro per una parte molto consistente del movimento negazionista del clima».

Sempre in tema di finanziamenti sommersi alle organizzazioni pro-fonti fossili, segnaliamo un articolo pubblicato sul blog DeSmog. Nel mirino qui ci sono due fondi – Donors Trust e Donors Capital Fund – che hanno agito come veri e propri “bancomat” con cui supportare studi, articoli e azioni per attaccare la tesi ambientalista del cambiamento climatico. Nella lista dei beneficiari figurano alcuni progetti giornalistici: il blog cita, ad esempio, la Daily Caller News Foundation, che ha ricevuto decine di migliaia di dollari da alcuni fondi legati alle grandi aziende fossili.

DeSmog cita poi il Franklin Center for Government and Public Integrity, il cui nome è emerso anche dalle carte di Peabody. Secondo il blog, nel 2014 il centro ha accettato quasi 7 milioni di dollari dal Donors Capital Fund ed è uno dei maggiori destinatari dei finanziamenti assicurati dalle lobby fossili.

Parecchi soldi sono arrivati pure alle scuole americane di giornalismo, come la Student Free Press Association, oltre a realtà come il National Journalism Center e l’American Media Institute.

Insomma, alla faccia della tanto sbandierata obiettività del giornalismo investigativo americano, dietro molti articoli e molte inchieste ci sarebbe la “lunga mano” dei miliardari conservatori e delle loro industrie.

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