Quando le previsioni energetiche sono realizzate da una fonte non neutrale, è comprensibile che questa tenda a dare una valutazione restrittiva dei trend non favorevoli ai propri interessi e ottimistica per quelli di segno opposto; a patto, però, che si resti nell’ambito di ciò che è verosimile. Purtroppo le “Previsioni di domanda energetica e petrolifera italiana 2016-2030” dell’Unione Petrolifera (in allegato in basso) contraddicono a più riprese questo presupposto.

Partiamo dalla previsione sul “consolidamento dei consumi di carbone, grazie alla sua economicità, in particolare nell’uso termoelettrico, scontando però una progressiva fuoriuscita dal parco delle centrali meno efficienti”, per cui i combustibili solidi (essenzialmente carbone) soddisferebbero nel 2030 l’8,2% della domanda energetica complessiva, una percentuale quasi identica all’8,3% del 2015.

Quando questa conclusione è stata messa nero su bianco, dei tre nuovi impianti a carbone autorizzati, Porto Tolle era già stato cancellato da più di un anno e, subito dopo la pubblicazione del rapporto UP, il 13 maggio scorso l’utility svizzera Repower ha messo in liquidazione la società Sei, che avrebbe dovuto costruire una centrale a carbone a Saline Joniche; decisione presa subito dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato, che aveva autorizzato in via definitiva la realizzazione della centrale. La motivazione, assente, dovrebbe presumibilmente essere analoga a quella che il 20 maggio scorso ha portato il gruppo energetico ceco EPH a comunicare la rinuncia alla realizzazione di un nuovo gruppo termoelettrico a carbone nella centrale sarda di Fiume Santo: l’investimento non è giustificabile dal punto di vista del ritorno economico per una serie di ragioni, fra cui il processo di decarbonizzazione, rilanciato dall’accordo successivo alla COP 21 di Parigi, che “non si può sottovalutare”.

Queste decisioni che non sono piovute dal cielo: erano già nell’aria. Comunque, se l’UP nell’elenco degli interlocutori consultati avesse incluso almeno un esperto del settore carbonifero, avrebbe evitato una smentita così clamorosa. Con nessun altra nuova installazione prevista, basta guardare all’età media delle centrali a carbone in esercizio per rendersi conto che, tranne i 1980 MW di Torrevaldaliga Nord, nel 2030 saranno tutte tecnologicamente obsolete e ampiamente ammortizzate, per cui ai proprietari sarà difficile, ma soprattutto non conveniente, continuare a tenerle in vita. 

Dei circa 20 milioni di tonnellate di carbone importati in Italia nel 2015, 16 hanno alimentato le centrali a carbone, mentre la restante parte è finita praticamente tutta nei cementifici e nella siderurgia, dove nei paesi più evoluti la sostituzione con altri combustibili è già in atto. Risultato: al massimo nel 2030 il consumo di carbone arriverà a 6 milioni tonnellate (sempre che nel frattempo non intervenga la carbon tax). Poiché la domanda di energia nel 2030 è stimata dall’UP pari a 169 Mtep, il contributo del carbone sarebbe al massimo il 2,4%, cioè poco meno del 30% della percentuale fornita dal rapporto.

Ma il caso del carbone è solo l’aperitivo. L’UP prevede 350 TWh di domanda elettrica al 2030. Anche ipotizzando che l’elettricità importata rimanga sulle percentuali massime fin qui registrate, e tenendo conto di perdite di rete ridotte dalla presumibile crescita dell’autoproduzione e della generazione distribuita, la produzione interna dovrebbe collocarsi intorno a 305 TWh.

Ebbene, secondo l’UP, nello stesso anno tutte le rinnovabili produrranno 141,1 TWh, poco più del 42% del totale, una percentuale intermedia tra quelle raggiunte nel 2015 (39%) e nel 2014 (44%)! Un dato che farebbe rabbrividire Renzi, che prevede di arrivare al 50% in pochi anni, e che non basterebbe comunque per soddisfare gli obiettivi UE al 2030. Non diverso è il trattamento riservato agli usi non elettrici, che dovrebbero salire da 7 Mtep del 2015 a 9,6 del 2030, col risultato di portare nel 2030 le rinnovabili a coprire solo il 19,6% della domanda energetica: anche tenendo conto dei criteri europei, che fanno riferimento ai consumi finali lordi, rimaniamo molto lontani dal 27%, indicato come obiettivo dall’UE.

Con un ovvio risultato: secondo l’UP, nel 2030 le emissioni di CO2 rimarranno praticamente uguali a quelle del 2015, con una riduzione del 17% rispetto al 1990, mentre il governo italiano ha approvato l’obiettivo UE, vincolante, di riduzione delle emissioni nazionali di gas a effetto serra di almeno del 40% entro il 2030. Secondo il Devoto-Oli, siamo alla schizofrenia: “chi ne è affetto diventa del tutto indifferente a ciò che accade, o reagisce in modo assurdo o incoerente alle stimolazioni che riceve”.

Per concludere, due perle relative ai trasporti. “Nel breve termine, la diffusione dell’auto elettrica appare stentare…. Non essendo al momento possibile prefigurarne un salto tecnologico determinante, non si ritiene possa raggiungere uno sviluppo tale da incidere sensibilmente sulla struttura delle tradizionali tipologie di propulsione, almeno nell’arco di tempo considerato (dai 5.00 pezzi del 2015 a 150.000 nel 2030)”. Evidentemente per l’UP non è determinante il salto tecnologico realizzato dalle batterie al litio, il cui costo sta decrescendo a una velocità tale da anticipare al 2022, secondo Bloomberg, la competitività dei veicoli elettrici. Per l’UP andranno un po’ megliole vetture ibride: da 95.000 nel 2015 a 930.000 nel 2030.

Visto che, secondo il rapporto, le vetture effettivamente circolanti nel 2030 saranno 33,7 milioni, la somma dei veicoli elettrici e ibridi rappresenterebbe il 3,2% del totale. Ebbene, RSE, la più autorevole struttura italiana nelle ricerche di sistema, tanto che il rapporto UP l’annovera tra gli interlocutori da cui ha acquisito elementi di base, in uno scenario elaborato nel 2013 ipotizzava la circolazione di 10 milioni di auto elettriche e ibride nel 2030. Nel frattempo, i progressi nel settore hanno superato le più rosee previsioni, per cui il 30% di auto elettriche e ibride, cioè dieci volte quanto ipotizzato da UP, è diventato una previsione conservativa.

Seconda perla. Il “Documento di consultazione per una Strategia Nazionale sul GNL” del MiSE, predisposto a seguito della direttiva 2014/94/EU, che richiedeva agli Stati membri di adottare entro il 2016 piani di sviluppo delle fonti alternative per il settore dei trasporti, prevede che nel 2030 il GNL copra il 20% dell’energia richiesta dai trasporti merci e marittimi. Il rapporto UP, che fra gli interlocutori consultati menziona proprio il MiSE, cita la Direttiva europea, ma solo per precisare che “è previsto un certo sviluppo di alimentazioni … che sostituiranno parte del gasolio usato nei trasporti pesanti, anche se limitatamente”. Infatti, secondo le sue previsioni nel 2030 il metano coprirà solo il 4% della domanda nei trasporti.

In una lettera a Galileo, il suo amico Paolo Gualdo scrive che Cesare Cremonini, professore di filosofia aristotelica all’università di Padova e acerrimo nemico delle teorie galileiane, non aveva intenzione di guardare dentro il cannocchiale, perché “quel mirare per quegli occhiali m’imbalordisce la testa: basta, non ne voglio saper altro”.

Il prof. Cremonini aveva ragione: altro che mal di testa, se avesse guardato nel cannocchiale, l’intera visione aristotelica dell’universo sarebbe saltata per aria. Altrettanto saggia è la decisione dell’Unione Petrolifera di rinviare il più possibile la presa d’atto che i prossimi 15 anni saranno caratterizzati dall’avvio del declino irreversibile del petrolio come fonte energetica. Si evita l’emicrania, ma non si arresta il corso della storia.

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