Si chiama Hinkley Point C e con i suoi due reattori EPR (European Pressurized Reactor) ciascuno da 1,6 GW e un costo previsto di 22,6 miliardi di euro è il più grande impianto nucleare oggi in fase di progettazione nei Paesi occidentali.

La posa della prima pietra accanto agli impianti nucleari “A” e “B” nel Somerset (Sud dell’Inghilterra) è prevista per il 2019 e l’entrata in funzione per il 2025, delle tempistiche che appaiono perlomeno ottimistiche alla luce dei ritardi di svariati anni nella costruzione degli altri quattro progetti EPR nel mondo (in Francia, Finlandia e Cina).

E che rischia di mettere seriamente a rischio le finanze già traballanti di EDF, l’operatore elettrico di proprietà all’85% del governo francese che dovrebbe finanziare per i due terzi la costruzione della centrale (il terzo rimanente sarà coperto dall’azienda pubblica cinese China General Nuclear Power Corporation).

Il debito netto di EDF è infatti stimato in 37 miliardi di euro e l’azienda dovrà spendere qualcosa come 50 miliardi di euro entro il 2025 per rinnovare la sua flotta di reattori francesi.

Benché il governo francese si sia pubblicamente dichiarato pronto a intervenire per garantire le risorse per la realizzazione della centrale, sono in tanti, anche all’interno di EDF, a chiedersi se il progetto non possa rappresentare comunque un salto nel buio per l’azienda. E mettere a repentaglio il mito tanto sbandierato del successo nucleare francese, fiore all’occhiello dell’ingegneria d’oltralpe.

Tante polemiche intorno al progetto

Uno dei motivi per cui Hinkley Point sta sollevando così tante polemiche è l’accordo sottoscritto dal governo inglese che prevede un prezzo ultra-generoso di 92,50 sterline per ogni megawattora di elettricità generata nel corso dei primi 35 anni di funzionamento (si prevede una vita utile della centrale di 60 anni).

«La cifra di 92,50 sterline è più del doppio del prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica nel Regno Unito oggi e verrà pagata in bolletta da tutti i consumatori inglesi – spiega a QualEnergia.it Doug Parr, Policy Director di Greenpeace UK –. Un prezzo senz’altro esagerato per una fonte tanto problematica e per di più numerose clausole del contratto sottoscritto da EDF con il governo inglese pongono il progetto al riparo dai rischi del mercato elettrico.»

«Ma alla fine si tratta di decisioni di carattere puramente politico e non sociale o economico: se l’impianto verrà costruito, si tratterà di un atto politico dei governi inglese e francese che andrà al di là di ogni logica commerciale. Il governo di François Hollande vede in questo progetto l’ultimo chance per salvare il nucleare francese – prosegue Parr -. È chiaro che la tecnologia EPR è stata un fallimento e lo dimostrano i ritardi e la crescita dei costi per la realizzazione degli altri impianti dello stesso tipo in giro per il mondo. Ma chiunque analizzi seriamente il progetto non può che concludere che realizzarlo non è una buona idea né per i consumatori inglesi né per EDF e per chi ci lavora».

L’opposizione dei sindacati francesi

Non è quindi un caso che anche i principali sindacati francesi (il sindacato radicale Force Ouvriere, il socialista CGT e i moderati CFDT e CFE-CGC) si siano dichiarati contrari al progetto Hinkley Point C, indirizzando una lettera aperta al presidente francese François Hollande in cui scrivono che EDF non è nelle condizioni di costruire i due reattori.

«Oggi, la situazione finanziaria di EDF e le condizioni di lavoro degradate non consentono alla società di considerare con serenità la costruzione di nuovi reattori nucleari nel Regno Unito» si legge nella lettera, in cui si sottolinea come l’azienda sia praticamente sull’orlo del fallimento. La decisione finale verrà presa nella riunione del Consiglio di amministrazione di EDF il prossimo 11 maggio. Sui 18 membri del Consiglio, 6 sono di nomina sindacale e voteranno tutti contro il progetto, degli altri membri solamente uno ha espresso la propria contrarietà.

«I sindacati inglesi vogliono invece andare avanti perché sono posti di lavoro, e questo è comprensibile perché sono in gioco dei posti di lavoro negli UK – ci spiega Doug Parr -. Ma i soldi pubblici dovrebbero essere spesi in altri modi, ad esempio nell’efficienza e nelle rinnovabili, grazie a cui si potrebbero creare altrettanti se non più posti di lavoro. Però si sa che i grandi progetti come Hinkley Point C si portano dietro un’attrattiva politica maggiore rispetto a progetti più piccoli e diffusi sul territorio, tipici della generazione distribuita».

Un’azienda dilaniata al suo interno

Dubbi sulla fattibilità del progetto sono stati sollevati anche all’interno di EDF. A fine di marzo, un gruppo di ingegneri che lavorano in EDF ha scritto una lettera pubblicata dal sito francese Mediapart in cui si sostiene che il progetto mettere a rischio la sopravvivenza della società, mentre poche settimane dopo l’ormai ex direttore finanziario di EDF si è dimesso in disaccordo con le intenzioni della dirigenza di proseguire nel progetto.

«Questo è un segnale ulteriore delle forti criticità insite nel progetto – afferma Doug Parr -. Se EDF fosse gestita come un’azienda privata, non andrebbe avanti nella realizzazione di Hinkley Point. L’unico motivo per cui il governo francese è deciso a continuare nel progetto è che si tratta dell’ultima occasione per salvare la filiera nucleare francese e, soprattutto, dimostrare che le tante risorse spese nello sviluppo delle centrali EPR sono andate a buon fine. Ma anche Moodys ha dichiarato che EDF rischia un downgrade se non cambierà idea sul progetto e a un certo punto ciascuno dovrà prendersi la responsabilità delle proprie azioni: a quel punto il potere politico potrebbe svegliarsi e capire quanto è stupido andare avanti nel progetto. Con il rischio di essersi svegliati troppo tardi, viste le penali salate in caso di blocco del progetto».

All’interno di EDF c’è però anche chi si batte per portare avanti il progetto. Un gruppo di un centinaio fra ingegneri e manager dell’azienda hanno scritto una lettera nei giorni scorsi per affermare che «il progetto di Hinkley Point è un elemento chiave per il rilancio dell’industria nucleare francese. Come tutti i progetti di tale portata, ci sono incertezze, ma è nostro compito di gestirli. Siamo fiduciosi nella nostra capacità di avere successo» affermano con ottimismo i firmatari.

Tanto sanno che anche in caso di fallimento del progetto non ci rimetteranno certo di tasca loro (anzi: avranno un bel po’ di lavoro per diversi anni), ma saranno i contribuenti francesi a pagare …