Ne avevamo parlato un mese fa. Si tratta di quell’articolo apparso sul Corriere della Sera, un articolo strampalato sul fotovoltaico, pieno di errori e approssimazioni che sembrava non fare altro che voler danneggiare un settore che ha al momento deve tirarsi fuori dalle non poche difficoltà create dalla brusca azione del Governo Monti e, in particolare, del Ministro Passera. Ma la storia la conosciamo.

Nel caso dell’editoriale degli economisti Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, in poche righe si concentrano una quantità di dati sbagliati e tesi fantasiose che pongono seri dubbi sulla buona fede dei suoi autori.

Ci piace riprendere sul nostro portale (lo stesso ha fatto Ugo Bardi sul suo blog del fattoquotidiano.it) una lettera di risposta all’articolo di Averaldo Farri, ad di Power-Italia, importante azienda del settore inverter, con oltre 1000 addetti in provincia di Arezzo, che era stata inviata al direttore del Corsera, ma che il quotidiano si è guardato bene dal pubblicare. E con questa lettera vorremmo chiudere con quella pessima pagina di “giornalismo economico”.

 

Egregio Direttore,

Si fa fatica a capire il senso dell’articolo di fondo pubblicato sul Corsera di domenica 3 febbraio a firma congiunta Giavazzi-Alesina.

Dal punto di vista tecnico e tecnologico, le affermazioni sul fotovoltaico sono semplicemente sbagliate. Non esiste una vernice da tetto che produce energia equivalente a un pannello fotovoltaico. Né ne esisteranno a breve, altrimenti, ci perdonino, perché nessuno si è fatto avanti a venderla a nessuno, in un mercato mondiale che ha installato oltre 40 miliardi di watt fotovoltaici? I conti energia, in qualsiasi paese del mondo, non hanno incentivato i pannelli ma la produzione di energia fotovoltaica. Se ci fosse stata questa vernice e avesse creato energia, essa sarebbe stata pagata né più né meno che come quella prodotta dai pannelli.

Inoltre, nazioni come Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Francia, Belgio, Olanda, adesso Giappone e financo Grecia, che hanno investito tanto, anche più dell’Italia, e stanno continuando a farlo sulla stessa esatta tecnologia su cui abbiamo investito noi e con obiettivi al 2030, sono tutte nazioni tecnicamente stupide come noi? I programmi d’incentivazione che stanno nascendo in Turchia, Romania, Ucraina, in tutto l’Est europeo, Sud Africa, Brasile e perfino negli Emirati Arabi, sono frutto di un miraggio collettivo? Non sarà che queste nazioni hanno una visione di lungo termine che l’Italia, schiava di lobbies tanto forti quanto miopi, non riesce a sviluppare?

Ci si preoccupa dello smaltimento dei pannelli a fine vita. I pannelli sono per il 95% vetro, silicio e alluminio. Un paese che fino a un annetto fa voleva iniziare un programma nucleare e avrebbe dovuto smaltire scorie nucleari, sarà in grado di smaltire vetro, sabbia e alluminio?

Si dice che il fotovoltaico costa 11 miliardi all’anno. E’ sbagliato. La spesa per il settore fotovoltaico è limitata a 6,7 miliardi all’anno e ancora non ci siamo arrivati. Si può discutere se siano pochi o tanti e su come siano stati gestiti gli incentivi, ma per favore, se mettete dei numeri sulle prime pagine dei giornali, metteteli precisi. L’approssimazione non è da professori.

Anche la teoria sull’innovazione proposta nell’articolo è singolare. La teorizzata “distruzione creativa” confonde l’innovazione con la creazione di nuovi prodotti, che dell’innovazione è solo una parte. Ci piacerebbe, come azienda, confrontarci su questo con gli autori dell’articolo.

Per chi, come noi di Power-One, continua a perseguire quel sogno romantico di dare lavoro alla nostra gente, evitando di delocalizzare, e di creare ricchezza nel nostro paese, l’innovazione è un concetto a tutto tondo. Spazia dai processi produttivi, alla gestione e all’assicurazione della qualità, al modo di fare acquisti e gestire i magazzini, alla creazione dell’immagine di marca, al modo di portare i prodotti sul mercato e, in ultima analisi, arriva alla definizione di un modello diverso di azienda per quello che riguarda le relazioni con le maestranze, i sindacati e il territorio.

Se un’azienda non ha nuovi prodotti (i cicli industriali durano dai due ai tre anni, non è detto che ogni mese ci possa essere un nuovo prodotto da presentare al mercato), può intanto puntare a rendere “eccellenti” quelli che produce. Quindi, forse non vedremo mai “quattro funzionari dell’Iri in un garage che si inventano Apple”, ma noi li vedremmo bene al miglioramento continuo dei loro prodotti esistenti.

Averaldo Farri, Power-One Italy SpA