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Conto energia, la tattica del governo e la strategia mancante

Cosa renderebbe remunerativo un impianto fotovoltaico al di là degli incentivi e degli intoppi della burocrazia? Come affrontare la pressione dei produttori tradizionali di elettricità che non riescono più a stare sul mercato? Quali nuove soluzioni per l'industria FV nazionale? Ne parliamo con Arturo Lorenzoni dell'Università di Padova.

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“I decreti sulle rinnovabili e il fotovoltaico falliscono nella misura in cui si occupano solo del presente, e cioè puntano solo a contenere la spesa per gli incentivi. Non si pongono nessuna linea strategica per i settori delle rinnovabili. Mentre il problema oggi è di guardare nel lungo periodo e vedere come queste tecnologie possano diventare pilastri su cui costruire il sistema energetico di domani”. Così inizia il commento sui decreti ministeriali del Professor Arturo Lorenzoni del Dipartimento di Ingegneria Elettrica dell’Università di Padova, in un’intervista di Qualenergia.it nella quale proviamo a ragionare sulle soluzioni per uno sviluppo del fotovoltaico che possa affrancarsi dall’incentivo o giocare le sue carte, che sono molte, nel sistema elettrico nazionale.

Su questo però non c’è traccia nel decreto sul conto energia fotovoltaico che, come sappiamo, si limita a ridurre l’accesso al mercato per ridurre il peso della bolletta, o almeno è questo l’obiettivo dichiarato dai Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente. “Potremmo pensare che sia anche una soluzione sana nel breve periodo, ma totalmente inadeguata in un’evoluzione di un settore verso l’integrazione nel sistema energetico”, dice Lorenzoni.

Quindi nel decreto c’è il tatticismo di mettere sul tavolo solo la questione degli incentivi?

La tattica è quella che guarda al breve periodo, e qui è solo indirizzata a ridurre i costi per gli incentivi, ma la strategia è altra cosa: è quella che ti permette di avere successo nel medio-lungo periodo. Se l’obiettivo è quello di contenere l’esborso in A3 il decreto dà alcune risposte, che possono piacerci o meno. Ma quello che penso è che ci sarebbero molte altre possibilità di alleggerire la componente A3 senza creare pesanti difficoltà di accesso al mercato. E queste il decreto sul fotovoltaico non le considera proprio.

Nello specifico, a quale soluzioni pensi per bypassare l’incentivo e dare respiro al mercato?

Ritengo, per esempio, che si possa liberalizzare la cessione dell’energia prodotta a un soggetto che non debba per forza essere colui che la produce. Pensiamo per esempio a un impianto FV sul tetto di un capannone industriale, e a chi utilizza lo stesso capannone, diverso dal proprietario del sistema FV. Questa energia può non essere ‘vista’ dalla rete e quindi non andare a pesare sulla gestione del sistema e sugli oneri, ma nel complesso consentirebbe di ridurre moltissimo l’incentivo per rendere attraente l’investimento. Questa soluzione, non presa in considerazione, accelererebbe invece il raggiungimento della grid parity. Già ora nelle regioni del sud se si potesse cedere l’energia prodotta da un impianto fotovoltaico a un consumatore, come una PMI che paga l’elettricità a 0,16-018 €/kWh, si sgraverebbe la A3 e l’investimento sarebbe comunque remunerativo, almeno per alcune tipologie di impianto.

Come potrebbe applicarsi allora un’eventuale tariffa incentivante?

Anziché dare un premio su tutta la produzione, diamola invece solo a quella che viene auto consumata senza scambio con la rete. Se si dimensiona un impianto FV correttamente, così da non immettere in rete gran parte della sua produzione, perché consumata prima, allora l’incentivo può essere veramente molto basso. E la poca energia ceduta potrà semplicemente essere venduta al prezzo zonale. Per esempio, se pago l’elettricità 0,16 € al kWh, mi potrebbero bastare anche 2-3 centesimi di incentivo per rendere interessante l’investimento.

Se si orientasse il conto energia su queste basi, quali effetti si potrebbero ottenere?

Intanto si stimolerebbero tantissimi impianti per l’autoconsumo. Se poi partiamo da quel vincolo posto dai ministeri circa la soglia di incentivi per 500 milioni, allora si può affermare che con la stessa cifra, se la si potesse erogare a chi auto consuma, con incentivo veramente basso, avremmo molti più megawatt  installati e si andrebbe anche verso la direzione di incentivare un uso intelligente della rete, anche perché poi i consumatori troverebbero il modo di gestire in modo adeguato i propri carichi.

Però ora ci troviamo di fronte a un decreto pieno di vincoli e pastoie burocratiche. È soprattutto il caso dei registri per gli impianti sopra i 12 kW di potenza.

Questa è una barriera che terrà lontano l’investitore. Come può un’industria che deve fare una ristrutturazione di un capannone, o che deve poter bonificare il tetto dall’amianto,  impegnare del capitale o chiederlo in banca se non ha la certezza di avere quel contributo? Non lo farà mai. E per giunta al momento non c’è nemmeno più quel bonus ad hoc per la sostituzione dell’eternit.

Ci troviamo di fronte a un duro scontro tra rinnovabili e fonti fossili che molti si aspettavano più in là nel tempo. L’eccessiva capacità nella generazione di punta è uno delle motivazioni dello scontro?

Secondo me è proprio il punto. Qualcosa che dovremmo però risolvere. Direi, meglio, che vediamo oggi  in anticipo lo scontro tra due modelli di sviluppo del settore energetico: il modello centralizzato, che ha caratterizzato la seconda metà del 20° secolo, e il modello distribuito, verso cui, ci piaccia o meno, stiamo andando. Un dato inequivocabile è che la domanda non cresce. Siamo tornati ai consumi del 2009, con un meno 5,2%. Quando esistono obblighi europei per la crescita delle rinnovabili è normale che lo spazio per gli altri si riduca. Sapevamo che questa evoluzione avrebbe fatto male a qualcuno. Ci vuole pragmatismo nel gestire questo passaggio. Alcuni potrebbero dire che si sapeva che ciò sarebbe accaduto e chi ha investito in centrali a ciclo combinato sapeva in che rischio si metteva. Però, d’altra parte, la dimensione del fenomeno in Italia è così imponente che è difficile pensare che questi operatori possano essere lasciati da soli a leccarsi le ferite.

Allora come se ne esce?

Una possibilità è fare come nel Regno Unito quando c’era sovraccapacità. Lo Stato potrebbe proporre ai proprietari delle centrali tradizionali, che lavorano poche ore, di pagare loro gli interessi sui mutui che devono sostenere per i prossimi cinque anni e concordare con le banche la posticipazione del rientro del debito. Poi nel 2016 o nel 2017 si deciderà se quell’impianto serve oppure no. Nel frattempo li togliamo dal mercato elettrico, perché non ha senso tenere una sovraccapacità così ampia che va a falsare tutti gli equilibri di mercato. L’idea di fare un “capacity payment”, cioè dare una remunerazione a tutta la potenza installata, sarebbe per i consumatori una doppia beffa perché si tratterebbe di un prelievo oneroso per un bene di cui non hanno bisogno.

L’industria e gli operatori italiani del fotovoltaico si trovano in notevole difficoltà, non solo per la normativa in arrivo, ma anche per un’evoluzione del mercato globale che si è manifestata negli ultimi 12-15 mesi. Quale strategia dovrebbero attivare per uscirne indenni? Penso per esempio alla possibilità di affacciarsi su nuovi mercati esteri.

Che alcune aziende potessero andare incontro a una notevole sofferenza lo sapevamo già tre anni fa, quando alcune improntarono investimenti che non avevano nessuna logica industriale. A me dispiace moltissimo per i lavoratori, ma sapevamo da tempo che questo poteva accadere. A questo punto per alcune di loro una soluzione, come hai anticipato, è l’internazionalizzazione. Ci sono mercati  che stanno partendo. Penso al Brasile, alla Turchia, al Sud Africa. Bisogna aiutare le nostre imprese a presentarsi su questi mercati in maniera competitiva. Un altro ambito in cui vedo un notevole spazio è l’integrazione architettonica del fotovoltaico. La filiera FV è molto lunga e la parte a monte rappresenta oggi solo un 30% del valore finale del sistema; nell’altro 70% le imprese italiane possono dire la loro, come nell’integrazione architettonica. Qui non basta avere le economie di scala o uno Stato che ti finanzia la produzione con decine di miliardi di dollari. Ci vuole qualcosa di più, capacità e conoscenza dei mercati di sbocco. Su questo le imprese italiane possono essere molto forti. Prendendo la cella o il modulo come una commodity che si acquista normalmente sul mercato si può proporre un prodotto interessante per il consumatore finale. Cosa che ha molto senso soprattutto alla luce della nuova direttiva per gli edifici a consumi ‘quasi zero’. Nella nuova edilizia europea dei prossimi anni bisognerà integrare tantissimo fotovoltaico.

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