Il Niger, Wikileaks e la torbida filiera dell’uranio

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In una miniera di uranio del Niger a dicembre sono fuoriusciti 200mila litri di materiale radioattivo, nel silenzio dei media. Solo l'ultimo dei danni di questa industria nel paese africano. Intanto da Wikileaks arrivano preoccupanti rivelazioni sull'estrazione e il contrabbando del minerale. La filiera del nucleare è sporca e poco trasparente fin dalla sua parte più a monte.

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Mentre in Italia è partita a pieno regime la campagna per dipingere il nucleare come un scelta razionale, sicura e “pulita”, si fermano al di là dei confini nazionali le notizie che mostrano quanto questa tecnologia abbia “effetti collaterali” fin dalla fase più a monte della filiera, l’estrazione dell’uranio. È il caso dell’ultima massiccia fuga di liquido radioattivo avvenuta in una miniera della società francese Areva in Niger, notizia rilanciata da Greenpeace, ma ignorata dalla quasi totalità dei media italiani. Come sotto silenzio sono passate anche le ultime rivelazioni di Wikileaks sulla scarsa trasparenza e sui rischi potenziali della filiera atomica in Africa.

Lo scorso 11 dicembre, infatti, un sopralluogo dell’Ong Aghir in’Man in una miniera ad Arlit, in Niger aveva rivelato che oltre 200mila litri di liquidi radioattivi erano fuoriusciti da alcuni serbatoi danneggiati della miniera (a cielo aperto, vedi immagine) e si erano riversati nell’ambiente. “In contraddizione con le affermazioni di Areva, che afferma che le loro operazioni sono conformi agli standard internazionali per la tutela della salute e dell’ambiente, le nuove rivelazioni mostrano che Areva non ha agito con attenzione per proteggere le popolazioni del Niger”, commentava Rianne Teule di Greenpeace. Alla segnalazione non sono seguiti commenti o smentite da parte di Somair, la sussidiaria che gestisce la miniera, o di Areva, il gigante francese del nucleare, che controlla Somair e praticamente tutta l’estrazione dell’uranio in Niger (oltre ad essere il più grande produttore mondiale del combustibile atomico).

Anche a livello mondiale, d’altra parte, sono stati pochissime le testate a riportare la notizia: solo l’ennesima goccia nel mare dei danni che l’estrazione dell’uranio sta facendo nel paese africano da cui proviene circa il 10% dell’uranio mondiale. Quale sia l’impatto ambientale e sanitario dell’estrazione del minerale in Niger lo hanno mostrato bene dei report realizzati da Greenpeace e dal Criiard, l’ultimo pubblicato a maggio 2010 (in allegato in basso versione integrale e sintesi in italiano).

Pesanti i segni lasciati da 40 anni di estrazione, riassunti nello studio. Ad esempio, una falda acquifera impoverita (270 miliardi di litri prelevati e contaminati,”saranno necessari milioni di anni per riportare la situazione allo stato iniziale”, stimano gli autori del report) e contaminata (concentrazione di uranio sopra i limiti OMS in quattro campioni di acqua su cinque nella regione di Arlit, una di quelle con più miniere assieme ad Akokan). E poi radon, rilevato nell’aria tra le 3 e le 7 volte superiore ai livelli considerati normali nella zona e, infine, livelli di radioattività abnormi: per le strade di Akokan fino a quasi 500 volte superiore al fondo naturale: “una persona che passa meno di un’ora al giorno in quel luogo per un anno, potrebbe essere esposta a un livello di radiazioni superiore al limite massimo consentito in un anno”, commentano gli autori dello studio.
In Niger infatti si sono usati gli scarti delle miniere per fare le strade (pratica che non ha risparmiato neanche la madrepatria di Areva, la Francia, grazie a una filiera segreta di Stato per smaltire a costo zero questi detriti, come ha denunciato un’inchiesta di France 3. Qualenergia.it, La Francia contaminata).

Dunque, non c’è bisogno di arrivare alle centrali o allo smaltimento delle scorie: il nucleare è sporco e pericoloso già nella fase più a monte della filiera. E non è nemmeno una fonte a emissioni zero come la dipinge chi la sostiene (Qualenergia.it, I gas serra dell’atomo): la grande quantità di energia consumata (circa 9,7 tep per ogni tonnellata di minerale secondo il Ciiard) in quelle stesse miniere del Niger, che hanno reso radioattive le strade del paese, viene dal combustibile peggiore in termini di emissioni di CO2, il carbone.

Guardando a quel che accade in Niger, destano poi preoccupazione i cablogrammi americani rivelati recentemente da Wikileaks: vi si legge di un fiorente contrabbando di uranio in Tanzania, Burundi, Niger, Portogallo e Georgia. Nella Repubblica Democratica del Congo una compagnia (la Malta Forest Company) estrarrebbe ed esporterebbe addirittura il minerale senza nessun controllo, dichiarando di trattare solo legna. Nello stesso paese i documenti pubblicati rivelano la mancanza di sicurezza degli impianti nucleari del paese, da i quali praticamente chiunque potrebbe rubare pericoloso materiale radioattivo.


Se anche l’estrazione dell’uranio avvenisse in maniera trasparente e sostenibile c’è poi un altro mito nuclearista che guardando questa filiera viene sfatato: quello dell’indipendenza energetica che l’atomo darebbe a paesi come il nostro (Qualenergia.it, Sicurezza energetica e la variabile uranio). L’uranio, sulla cui disponibilità per il futuro ci sono grandi disaccordi (centinaia di anni o decine?), in Europa deve e dovrà esser quasi completamente importato.


La Francia, leader mondiale del nucleare, ad esempio, se si considera l’import del combustibile, dipende dall’estero per il 93% del suo fabbisogno energetico. Nel 2009 il vecchio continente ha importato il 97,27% del fabbisogno di uranio. Importazioni che arrivano in prevalenza proprio da paesi politicamente delicati: il 20% ad esempio, proviene dalla Russia e in gran parte dagli arsenali dismessi, come rivelato su Qualenergia.it da Sergio Zabot.

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