Quel disaccordo sulle riserve petrolifere

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La metodologia di valutazione delle riserve di petrolio è un problema, soprattutto per quelle non provate e per quelle provate ma non sviluppate. Manca un sistema omogeneo e condiviso di rendicontazione, soprattutto per l'ostilità di Stati e industria. Troppe le implicazioni sugli equilibri geopolitici.

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Partiamo dalle recenti rivelazioni di WikiLeaks sulle risorse di petrolio dell’Arabia Saudita (Qualenergia.it, Wikileaks, gonfiate le riserve di petrolio saudite) )). Il clamore mediatico che ne è conseguito non ha prodotto impennate del prezzo del barile, come accade di contro in questi giorni a causa degli sconvolgimenti politici in corso in Libia, ma offre l’occasione per tornare a considerare un problema annoso: la valutazione delle riserve di idrocarburi, le procedure secondo cui tali stime sono realizzate e pubblicate e il loro grado di omogeneità.


L’articolato discorso oggetto dei dispacci diplomatici, frutto delle dichiarazioni del ex vice presidente esecutivo di Aramco Esplorazione e Produzione, Al-Husseini, sullo stato della produzione e delle risorse petrolifere saudite, è stato generalmente ridotto a una critica della valutazione in eccesso della stima della quantità di greggio nella disponibilità della compagnia di Stato Aramco. Dai documenti riservati dell’ambasciata USA sembra però emergere dell’altro.


È vero, si fa riferimento esplicito alla limitata capacità saudita di incrementare la produzione giornaliera nel medio periodo, osservazione questa di portata geopolitica notevole, poiché se ne deduce una condizione stabilizzata di equilibrio tra domanda e offerta di greggio a livello mondiale, ma soprattutto viene evidenziato un problema di carattere metodologico sulla valutazione delle riserve che da sempre investe l’industria e l’economia del petrolio.


Il disaccordo di Al-Husseini dai dati attribuiti ad Aramco riguarda infatti in primo luogo le categorie prese in esame per classificare il greggio. Aramco ne considera due: risorse totali e risorse recuperabili. Nello specifico ad oggi 716 Gbbl totali (716.000 milioni di barili), di cui il 51% recuperabile (365 Gbbl), e che potrebbero diventare 900 Gbbl con le nuove scoperte dei prossimi 20 anni; anche se gli sviluppi delle tecnologie di estrazione consentiranno forse il recupero del 70% (630 Gbbl).


Al-Husseini si attiene invece alle riserve provate (360 Gbbl), mantenendosi conforme alle valutazioni dei maggiori analisti internazionali (Oil & Gas Journal, ASPO, IEA) e non distante dal dato Aramco sulle risorse attuali recuperabili. Ecco forse spiegato l’effetto minimo delle rivelazioni WikiLeaks sul mercato petrolifero: molto rumore nella stampa non specializzata, nulla di nuovo per gli addetti ai lavori.


Tornando al merito dei dispacci informativi, la divergenza sui dati, ossia sostanzialmente sulla stima delle risorse non provate che Al-Husseini definisce ‘speculative’ per circa 300 Gbbl, nasce dalla non univoca attribuzione di significato a questa categoria.


Malgrado sia un problema diffusamente e variamente dibattuto, l’armonizzazione della classificazione delle risorse petrolifere non ha trovato ancora una composizione condivisa. Questa prospettiva è condizionata dalle conseguenze della scelta di una struttura classificatoria in luogo di un’altra, che comportano effetti economici e finanziari selettivi con implicazioni importanti sulla pianificazione industriale e sugli equilibri geopolitici, tanto da poter favorire sia un impulso alla ricerca di una soluzione condivisa, se prevalgono interessi generali, sia un rallentamento in quella direzione se ne prevalgono altri.


Un apparente dilemma, forse non irrisolvibile. Esiste un’eccellente opportunità per conseguire un sistema omogeneo, univoco e universale di rendicontazione delle risorse petrolifere. Questa è offerta dallo United Nation Framework Classification for Fossil Energy and Mineral Reseserve and Resources e prodotta dal Comitato per l’energia sostenibile dell’UNECE. Tralasciando i dettagli tecnici, è significativo che a tale classificazione tenda al lavoro di armonizzazione dei sistemi di reporting condotto congiuntamente da autorevoli istituti quali SPE, WPC, AAPG a cui si rifanno su scala mondiale molte oil and gas companies e organizzazioni di settore.


Tuttavia permangono seri dubbi sull’affermazione inequivocabile di un sistema condiviso, tanto giustificati quanto è ampia la varietà degli interessi che sottendono la pubblicizzazione dei dati. Ad avvalorare tali dubbi ci sono ancora una volta spunti di analisi che provengono dal mercato statunitense, il più evoluto e tradizionalmente liberalizzato in materia di idrocarburi. In particolare si possono mettere in evidenza le difficoltà incontrate dalla SEC, l’organo federale di controllo del mercato USA, nel sottoporre a revisione le regole di divulgazione dei dati sulle riserve minerarie delle Public Companies petrolifere. Avendo avviato questo percorso nel 2008, per la prima volta negli ultimi 30 anni (vedi documento pdf), nell’intento dichiarato di modernizzare e rendere più trasparenti le vecchie regole, la SEC ha dovuto fronteggiare le reazioni, e a volte l’ostilità, delle industrie. Prima le osservazioni sulla mancanza di chiarezza delle nuove regole, per cui si sono resi necessari nel 2009 approfondimenti di merito sviluppati dalla SEC; poi la loro applicazione non soddisfacente manifestatasi in un consuntivo preliminare del 2010.


E’ bene sottolineare che le nuove regole SEC riguardano prevalentemente il modo di definire le Riserve provate non sviluppate (PUD, Proved Undevelopment Reserves) iscritte nel portafoglio societario, peraltro secondo parametri non esclusivamente restrittivi. Tre i requisiti richiesti allo scopo: utilizzazione di tecnologie accessibili, piano di sviluppo entro 5 anni, economicità del progetto in base alla media annuale del prezzo della risorsa. Il primo requisito è anche meno limitativo rispetto alle vecchie regole. Tuttavia alla luce della risposta deludente delle industrie petrolifere, tradottasi nell’applicazione incongrua dei nuovi dettami, il vantaggio di non dover dipendere dai test di pozzo (flow tests) per la valutazione delle risorse è controbilanciato negativamente dalla dichiarazione vincolante sulla tecnologia d’estrazione applicata, ancor più se proprietaria, e dal limite temporale imposto alla previsione di coltivazione della risorsa.


Riguardo il parametro del prezzo medio annuale, le variazioni determinate sulle PUD, pur consistenti rispetto alle quantità calcolate in base al vecchio metodo del prezzo spot relativo all’ultimo giorno utile, non hanno generato altrettante perplessità in prospettiva. Rimane il fatto che la complessità e severità dei termini di confronto hanno indotto la SEC a pianificare una nuova integrazione delle regole di divulgazione delle risorse provate. Se questo accade per la regolamentazione del corretto andamento del mercato interno di uno Stato, ci si possono attendere anche maggiori impedimenti in un contesto più ampio dove intervengono gli interessi delle varie economie nazionali e delle multinazionali petrolifere.

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