Gestire il cambiamento

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Lo sviluppo delle rinnovabili vuole le reti intelligenti e un nuovo modo di gestire anche la domanda di energia. Un approccio diverso dal passato, con attori capaci di muovere verso un cambiamento di mentalità, proprio come immaginava Hermann Scheer. Tanti i segnali di un sistema energetico che sta mutando. L'editoriale di Gianni Silvestrini per l'ultimo numero della rivista QualEnergia.

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Hermann Scheer se n’è andato proprio mentre le battaglie di una vita da “visionario realizzatore” stavano aprendo scenari impensabili. La sua posizione eretica è andata maturando quando ancora il potere energetico era saldamente nelle mani dei grandi gruppi, delle multinazionali e delle compagnie elettriche. Hermann sosteneva lucidamente che le fonti rinnovabili, allora del tutto marginali, potevano diventare il cuore di un nuovo sistema energetico e che questo cambiamento sarebbe avvenuto grazie a un processo dal basso che avrebbe coinvolto milioni di persone.

L’importanza del suo ruolo, che ha portato la rivista Time a definirlo “Hero of the green century”, deriva dalla sua capacità di abbinare l’elaborazione teorica con l’azione pratica volta a creare consenso, a incidere nella legislazione, a spostare costantemente in avanti l’asticella degli obbiettivi. La sua azione si è sviluppata inizialmente in Germania, dove le possibilità di intervento erano maggiori anche per il suo ruolo di deputato della SPD. Le leggi sulle rinnovabili che si sono succedute, portando infine all’introduzione del “conto energia”, hanno visto la sua ispirazione. Ma la partita non poteva essere affrontata in un solo Paese e per questo Hermann più di venti anni fa lanciò Eurosolar, uno strumento per forzare il cambiamento verde nel Vecchio Continente. La vecchia Europa era ricettiva e in effetti ha conquistato un posto di leadership nelle tecnologie verdi. Ma per mettere in crisi il sistema energetico dominante bisognava dare una dimensione mondiale al cambiamento.

«C’è l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e non si capisce perché non debba esserci uno strumento analoghe a favore delle rinnovabili» diceva Hermann. Così iniziò a lavorare al progetto di Irena, una sorta di organismo sovranazionale che si occupasse delle energie verdi, accelerando la transizione dai combustibili fossili. Per realizzare questo sogno anche in questo caso attivò un processo dal basso. Riuscì così a convincere il Governo tedesco ad affidargli un incarico ufficiale per sondare le capitali del Mondo e trovare adesioni al progetto. Venne anche in Italia e incontrò D’Alema, allora Ministro degli Esteri, che gli diede ampie rassicurazioni sulla volontà dell’Italia di appoggiare l’idea, candidando il nostro Paese per ospitare la sede centrale di Irena. Lo stesso giorno doveva vedere Bersani, che però era fuori Roma. Capitò dunque a me, allora al ministero dello Sviluppo Economico, di incontrarlo e ci facemmo grandi risate pensando ai dibattiti ai quali lo invitavo a Palermo e lui si precipitava dalla Germania, sempre disponibile, magari per parlare di fronte a poche decine di persone.

Irena poi è decollata con l’adesione di 148 Paesi più l’Europa. La capacità diplomatica e le risorse finanziarie di Abu Dhabi e della Francia ebbero la meglio nelle scelte finali della sede, a Masdar, e del primo direttore generale ad interim, Hélène Pelosse. Alla Germania è rimasto, come premio di consolazione, il Centro per l’Innovazione e la Tecnologia.
Hermann era un amico con cui impegnarsi in affascinanti discussioni. Per esempio, sugli attori che potevano facilitare il cambiamento. Lui non credeva assolutamente che gli attuali poteri energetici potessero essere piegati a un ruolo positivo.

Ciao caro Hermann, i tuoi scritti, la tua passione continueranno a essere fonte di ispirazione e cambiamento.

Boom del solare

E il cambiamento sta avvenendo a una velocità inaspettata. Basta vedere cosa accade nel campo del solare. Il 2010 vede infatti un aumento del 100% delle installazioni fotovoltaiche mondiali rispetto all’anno precedente. I nuovi 15 GW collegati alla rete quest’anno rappresentano una potenza quasi cento volte superiore rispetto a quella installata nel 2000.
Cuore dell’exploit è la Germania che, secondo le ultime stime, quest’anno ha installato 8 GW solari, malgrado il taglio del 26% delle tariffe rispetto al 2009. Complessivamente 17 GW fotovoltaici sono collegati alla rete tedesca e la potenza disponibile nelle ore centrali delle giornate estive ormai supera i 9 GW, arrivando a coprire il 10% della domanda. In Baviera questa percentuale sale al 25%.

La possibile evoluzione della crescita fotovoltaica nei prossimi anni pone due ordini di problemi: da un lato, l’impatto economico sulle tariffe, dall’altro la criticità della gestione della rete. Sul fronte economico ci troviamo di fronte a un delicato equilibrio tra il deciso calo degli incentivi e la riduzione dei prezzi degli impianti. Cosa succederà nei prossimi anni? Consideriamo che nel periodo giugno 2010 – gennaio 2012, cioè in un anno e mezzo, gli incentivi tedeschi si ridurranno di un ulteriore 50%. Per quanto riguarda i prezzi, questi sono calati del 40% rispetto al 2006 e nei prossimi anni il calo proseguirà, consentendo livelli di installazione di diversi GW annui e il raggiungimento tra il 2013 e il 2014 della grid parity.

L’altro tema di attualità in Germania, vista l’incredibile crescita solare, riguarda le interazioni con la rete. In termini assoluti solo il 2% della domanda elettrica tedesca è attualmente soddisfatta con il solare, ma considerando anche la copertura eolica (8%) e i prevedibili incrementi solari dei prossimi anni è sempre più urgente una maggiore intelligenza nel governo della rete.
Iniziano a comparire preoccupanti richieste di porre un tetto alle installazioni annue fotovoltaiche per i possibili impatti sulla rete. Un allarme probabilmente eccessivo, ma che pone il tema della necessità di governare la domanda elettrica, di estendere l’uso di smart grid, di prevedere anche l’introduzione di sistemi d’accumulo. Lo schema elettrico classico prevede che il sistema di produzione si adatti e insegua il profilo della richiesta nell’arco della giornata. In futuro sarà sempre meno così. La presenza di quote crescenti di produzione fluttuante imporranno di intervenire anche sull’andamento temporale della domanda.

Una rete intelligente potrà consentire di modulare l’utilizzo di alcuni elettrodomestici (scaldabagno e frigorifero innanzitutto, ma in seconda battuta anche lavabiancheria e lavastoviglie) in relazione alle esigenze della produzione. In futuro anche la ricarica intelligente di veicoli elettrici potrà servire a gestire i carichi.
Si deve cioè passare a una fase più evoluta del governo della domanda. In realtà, le politiche di “Demand Side Management” (DSM) si sono sviluppate a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso con lo scopo di ridurre i consumi e intervenire sul profilo dei carichi portando a risultati molto interessanti. Tra il 1989 e il 2005 le utilities statunitensi hanno speso 30 miliardi di dollari ottenendo cumulativamente un risparmio elettrico pari a 800 TWh. Questi interventi sono stati realizzati per distribuire in maniera ottimale gli investimenti tra il versante dell’efficienza energetica e quello del potenziamento della produzione, secondo lo schema definito “least cost planning”.

Un futuro con una crescente quota di rinnovabili imporrà un nuovo tipo di DSM che, accanto agli interventi di risparmio, preveda una gestione intelligente della domanda tale da consentire l’inserimento in rete dell’elettricità eolica e solare. In sostanza, mentre in passato la produzione doveva adattarsi a una domanda variabile, in futuro si dovrà gestire la contemporanea variabilità e imprevedibilità sia della produzione che dei consumi.
Questo implicherà una maggiore complessità nel governo della rete. A cominciare dalla previsione dell’offerta di energia solare ed eolica mediante modelli meteorologici per finire con l’impiego di sistemi di accumulo, di batterie, di sistemi ad aria compressa, i supercondensatori, con la produzione di idrogeno … La sfida è aperta!

USA: atomo in affanno

Il nucleare USA è in grave difficoltà per la convergenza di una serie di fattori negativi: calo della domanda elettrica per la crisi, prezzi del metano dimezzati a seguito dell’immissione sul mercato del gas naturale contenuto in rocce scistose, mancato accordo in Senato sulla legge “cap and trade” che avrebbe fissato un prezzo per le emissioni di anidride carbonica. Il risultato è che, uno dopo l’altro, i progetti di nuove centrali stanno affondando. In settembre la Exelon aveva rinunciato a costruire un paio di reattori in Texas. La Duke ha rinviato la realizzazione di un impianto a Lee. Infine, lo scorso 8 ottobre la Constellation Energy, che era alleata con la francese EDF per un nuovo reattore Epr, ha clamorosamente abbandonato il campo. Secondo un’elaborazione riportata dall’Union of Concerned Scientists, il costo dell’elettricità sarebbe stato di 10,7 e 14 c$/kWh, per la metà coperto dai vari incentivi pubblici disponibili. Evidentemente però, malgrado il generoso supporto pubblico, i rischi a procedere erano troppo elevati.
La compagnia elettrica francese si è detta «estremamente dispiaciuta della decisione». Da parte sua l’amministratore delegato della Constellation, Michael J. Wallace, ha affermato sconsolato «Le forze del mercato hanno avuto la meglio su di noi».
Aria di tempesta dunque sul nucleare USA. Basta leggere cosa scrive l’ultimo numero dell’Economist: «Prima dell’estate sembrava plausibile la realizzazione entro il 2016-2018 di quattro/otto reattori; ora andrà già bene se ne entreranno in funzione un paio entro il 2020».

Clima, USA, Cina, Cancun

Nessuno si fa illusioni sul possibile esito delle negoziazioni della Cop 16 in Messico. Gli USA si presentano fortemente indeboliti dalla morte della legge su energia e clima al Senato e dal passaggio della maggioranza della Camera ai repubblicani: questo stallo consente a molti Paesi in via di sviluppo di evitare di prendere impegni ufficiali. La Cina accanto a un atteggiamento di attesa in relazione alle negoziazioni sta comunque sviluppando una forte azione sul versante delle rinnovabili. Partendo da zero ha costruito un’industria fotovoltaica e successivamente un comparto eolico diventati entrambi in pochi anni leader mondiali per potenza prodotta e venduta.
Sul versante interno la Cina ha registrato una crescita vertiginosa dell’eolico che ha portato nel 2009 a un record di installazioni con 13,7 GW, una potenza in grado di generare elettricità sufficiente agli usi domestici di 50 milioni di cinesi.
Quest’anno la potenza eolica dovrebbe ulteriormente crescere fino a superare il valore cumulativo di 40 GW, una potenza che dovrebbe consentire al Paese asiatico di superare per potenza eolica anche gli USA, che avevano appena tolto il record alla Germania.
Alle prime battute invece il mercato fotovoltaico interno cinese che quest’anno dovrebbe raggiungere i 500 megawatt per poi crescere decisamente nei prossimi anni anche grazie alla realizzazione di grandi centrali. Una di queste, da 2 GW, dovrebbe essere realizzata da First Solar a partire dal 2011 nei deserti della Mongolia.

Si assiste insomma a una rapida oscillazione del pendolo delle energie verdi verso l’Asia come rileva l’ultima edizione – agosto 2010 – del rapporto Ernst&Young che analizza la capacità di attrazione per gli investimenti sulle fonti rinnovabili dei vari Paesi. La prima posizione è stata conquistata dalla Cina che ha sorpassato anche in questo campo gli USA.

E l’attivismo industriale “verde” preoccupa gli Stati Uniti. Così il sindacato dei lavoratori dell’acciaio nelle scorse settimane ha chiesto che venga aperta una causa presso il WTO perché il Governo cinese starebbe favorendo troppo le proprie imprese delle rinnovabili alterando la competizione internazionale. Ma non è l’unico contenzioso aperto. Il Giappone, ad esempio, contesta al Canada il fatto di avere previsto un incentivo fotovoltaico elevato con la clausola che il 50% dei componenti vengano prodotti nel Paese.
Per finire, dalle elezioni di mid term negli USA arriva anche una notizia positiva, accanto alla dura lezione ai democratici e all’emergere di posizioni repubblicane chiaramente negazioniste sui cambiamenti climatici. C’era un test importante in California dove un referendum puntava ad affossare l’attuale legislazione avanzata che prevede tra l’altro che il 33% dell’elettricità al 2020 fosse rinnovabile. Le lobby petrolifere e del carbone avevano investito molti soldi per cercare di abbattere questa legislazione che, in assenza di una politica nazionale sulle rinnovabili, rappresenta un importantissimo punto di riferimento. Il fatto che la “Proposition 23″ sia stata sconfitta fa sperare che gli USA possano riprendere un ruolo sulla scena internazionale della lotta ai cambiamenti climatici.

 

Articolo pubblicato sulla rivista bimestrale QualEnergia (n.5/2010) 
 

 

 

 

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