Il cambiamento del clima rappresenta la principale sfida che l’umanità dovrà affrontare in questo secolo. La consapevolezza della gravità della situazione sta rapidamente migrando dal mondo ambientalista e scientifico verso i piani alti delle istituzioni.
Del resto, è tutto un susseguirsi di piccoli e grandi segnali che indicano un’accelerazione del fenomeno. Dai 30.000 morti per l’ondata di caldo in Europa nel 2003 ai 100 miliardi di dollari di danni dell’uragano Katrina nel 2005, dal raddoppio della massa ghiacciata che scompare annualmente in Groenlandia ai 25,3 °C registrati a Torino il 19 gennaio 2007, oltre quattro gradi in più rispetto al massimo registrato a partire dal 1753.
Come dimostra il rapporto Stern commissionato dal Governo inglese, la questione climatica è passata da emergenza ambientale a grave preoccupazione economica per i pesanti impatti sul Pil, che del resto già iniziano a manifestarsi.

Di fronte a questo quadro si deve recuperare il forte ritardo che come sistema-Paese abbiamo accumulato, riducendo così il costo da pagare in termini di acquisizione all’estero di quote di carbonio. Un deciso cambio di marcia può tra l’altro contribuire a far decollare i settori industriali che possono trarre vantaggio da Kyoto, seguendo la strada imboccata dai Paesi più lungimiranti. Dovremo avviare cambiamenti nel settore della produzione energetica, dei trasporti, dei comparti produttivi, dell’agricoltura e dell’edilizia molto più incisivi di quanto normalmente siamo abituati a pensare.
Una forte azione nazionale ed europea rappresenta inoltre la migliore carta per incidere sul fronte della definizione del quadro post Kyoto che veda coinvolti con impegni differenziati tutti i Paesi del Pianeta.

A che punto siamo con Kyoto?

Gli ultimi dati ufficiali indicano un livello di emissioni climalteranti del 13% più elevato rispetto al 1990. C’è ancora tempo per invertire la rotta? Certo, anche se il ritardo accumulato è tale che una quota importante dei crediti di carbonio andrà comunque acquisita all’estero.
Vediamo dunque dove ci si può spingere per ridurre le emissioni, quali sono le aree nelle quali già si evidenza un deciso cambio di marcia rispetto al passato e i settori nei quali la risposta è inadeguata.

Emissions trading: un segnale di parziale discontinuità

I comparti energivori coperti dalla Direttiva sull’Emissions trading (termoelettrico, cementifici, acciaierie, carta, ceramiche, vetro) hanno avuto assegnate nella proposta finale del Piano nazionale di allocazione 2008-12 (PNA 2) emissioni del 6% inferiori rispetto ai livelli stabiliti dal precedente Governo per il periodo 2005-7 (del 10% considerando le emissioni reali registrate nel 2005 pari a 232 Mt CO2).
Si tratta di un compromesso rispetto ai tagli che sarebbero stati necessari per garantire il contributo di questo comparto rispetto all’obiettivo finale. Per di più va ricordato che le riduzioni della domanda elettrica legate a nuove misure di efficienza e la generazione aggiuntiva da fonti rinnovabili, comportando riduzioni di CO2, di fatto già rientrano nel taglio previsto dal PNA2. Ai fini delle emissioni per Kyoto queste riduzioni infatti non possono essere conteggiate due volte. Critiche sono state rivolte anche sulla ripartizione interna delle quote che rischia di penalizzare proprio i cicli combinati.
Detto ciò, va riconosciuto che il taglio previsto rispetto allo scenario tendenziale è comunque dell’ordine del 15% e sarà maggiore se, come probabile, la Commissione chiederà anche all’Italia, come ha fatto con la maggior parte degli altri Paesi, una riduzione del tetto massimo del PNA2.
Positiva è l’assegnazione dietro pagamento di una quota annua pari a 12 Mt CO2 che consentirà di creare un fondo per ulteriori interventi di riduzione.
Qualunque sia il tetto finale, è certo che le nostre industrie dovranno acquisire crediti di CO2 all’estero e questo apre il capitolo sulla nostra debolezza in questo crescente mercato, come si approfondirà più avanti.
Una riflessione particolare va infine fatta per il carbone. Un aumento limitato della generazione può essere compreso per la necessità strategica di ridurre i rischi di una domanda troppo esposta sul fronte del gas. Ma far crescere ulteriormente la dipendenza da questo combustibile appare del tutto illogico nel contesto di futuri drastici tagli delle emissioni climalteranti.
Ricordiamo che la UE propone l’obbligo dal 2020 della cattura e sequestro della CO2 per le nuove centrali a carbone e la progressiva estensione anche alle centrali esistenti. Con quali costi e in quali siti si inietterebbero in Italia i milioni di tonnellate di anidride carbonica?

Settore civile: la giusta marcia verso un futuro “carbon neutral”

Il settore in cui è risultata più visibile l’inversione di tendenza rispetto a Kyoto è il comparto civile individuato dall’attuale Governo come un’area prioritaria di intervento per ottenere risultati significativi di riduzione dei consumi energetici e delle emissioni di anidride carbonica.
Da qui l’attenzione dedicata a questo comparto nella legge Finanziaria 2007, con un innalzamento dal 36 al 55% della detrazione fiscale nel caso degli interventi di riqualificazione energetica delle costruzioni, e la drastica revisione del decreto legislativo 192 (il dlgs. 311/2007), due strumenti definitivamente approvati nel dicembre del 2006. I nuovi edifici dovranno invece garantire consumi sempre più bassi (circa il 50% in meno tra il 2005 e il 2010) ed essere provvisti di impianti solari, sia per la produzione di calore che per la generazione elettrica, e di impiantistica a elevata efficienza energetica.
Aggiungiamo infine il fatto che l’energia che i distributori elettrici e del gas dovranno risparmiare in base ai decreti sull’efficienza energetica del 20 luglio 2004 è raddoppiata nel 2007 portandosi a 633.000 tep/a e che è intenzione del Governo di innalzare gli obblighi già previsti (2,9 Mtep nel 2009) prolungandoli almeno al 2012.
L’utilizzazione combinata di tutte queste norme comporterà dunque una decisa accelerazione della riqualificazione dell’edilizia esistente e la realizzazione di nuove costruzioni all’insegna dei bassi consumi e delle tecnologie solari.
Crediamo che l’edilizia dovrà confrontarsi con limiti prestazionali sempre più rigorosi nell’arco del prossimo decennio fino ad arrivare a costruzioni “carbon neutral”, cioè a emissioni zero di CO2. Ricordiamo che il Governo inglese ha diffuso un documento lo scorso dicembre che individua un target di azzeramento delle emissioni a partire dal 2017 per tutte le nuove costruzioni del settore residenziale.

Trasporti: da buco nero a priorità di intervento

E’ noto che il settore della mobilità rappresenta il comparto in maggiore controtendenza rispetto a Kyoto, con emissioni climalteranti aumentate di oltre un quarto dal 1990. Si tratta del resto di un trend esteso a livello mondiale e alcune risposte non possono che essere sovranazionali. A fronte del fallimento dell’accordo volontario del 1998 che prevedeva per le vendite delle auto un livello di 140 gCO2/km entro il 2008, la Commissione sta proponendo l’introduzione di limiti obbligatori pari a 130 gCO2/km al 2012.
In Italia ambiguità e oscillazioni sulla tassazione dei Suv non chiariscono la linea di marcia del Governo.
Una priorità nella priorità è rappresentata dalla mobilità urbana. Si tratta infatti dell’area con maggiori sprechi (quindi con più alte opportunità di intervento) e con un micidiale impatto sulla salute.
Negli ultimi anni si è purtroppo affievolita sia l’attenzione centrale (focalizzata solo sulle infrastrutture extraurbane) che quella locale, come dimostrato dalla mancata applicazione del “road pricing” e dalla risibilità della rete di piste ciclabili o di aree pedonali.
Il nostro trasporto locale è in larga parte degradato e assolutamente inadeguato rispetto alle necessità di una mobilità moderna e ambientalmente sostenibile. Va compiuto quindi un grande sforzo di potenziamento e di progressiva eliminazione dell’accesso delle auto nelle aree centrali, per portarci al livello delle città europee. Realizzando moderni sistemi tranviari, ripensando alle stesse modalità del trasporto pubblico e tenendo conto delle nuove caratteristiche della “città diffusa” e della articolazione della domanda.
Le liberalizzazioni del settore dei trasporti annunciate a gennaio dovrebbero consentire di introdurre servizi flessibili inducendo miglioramenti di produttività e favorendo una razionalizzazione a costi inferiori per la società. Anche i 270 milioni € del Fondo per la mobilità sostenibile, se indirizzati in maniera intelligente, possono contribuire a invertire la rotta. E naturalmente vanno previsti finanziamenti significativi per potenziare l’offerta, innalzando decisamente i 300 milioni € previsti per il Fondo per il trasporto pendolari. La cancellazione del progetto del Ponte sullo Stretto e il potenziamento delle Autorità portuali segnalano un’inversione di tendenza anche sul fronte del trasporto extraurbano, ma devono venire definite misure più convincenti sul trasporto delle merci.

Fonti rinnovabili: verso una forte espansione

Lo sviluppo delle energie verdi è a un punto critico. L’eolico arrivato dignitosamente a superare i 2.000 MW potrebbe espandere di 3-4 volte la potenza installata. La filiera delle biomasse, grazie all’introduzione di coltivazioni ad alta resa, potrà finalmente svolgere un ruolo importante con prodotti nazionali impianti facendo salire a 3-4.000 MW la cogenerazione di piccola scala. Perchè questi obiettivi vengano raggiunti occorre rivedere l’attuale meccanismo dei certificati verdi differenziandolo per tecnologie e innalzando l’obbligo per i produttori elettrici.
Il mondo dell’agricoltura potrà svolgere un ruolo di primo piano nei prossimi anni. Il rilancio delle rinnovabili rappresenterà infatti un formidabile strumento di diversificazione delle attività nei campi.
Positivo il decreto sul fotovoltaico in dirittura d’arrivo, che traccia un percorso ambizioso e sostenibile di crescita del solare, con un raddoppio dell’obiettivo al 2015 portato a 2.000 MW, la semplificazione dell’accesso alla tariffa e l’eliminazione del tetto annuo di realizzazioni.
L’obbligo del solare termico nella nuova edilizia e le incentivazioni sull’esistente potrebbero portare a un ritmo annuo di installazioni di mezzo milione di metri quadrati, mentre il nuovo conto energia pone le basi per un ruolo di punta dell’Italia in una tecnologia strategica sul lungo periodo.
Resta poi il capitolo dei biocarburanti, una scelta sempre più sostenuta a livello internazionale sia per la crisi dell’agricoltura che per la necessità di ridurre la dipendenza petrolifera. Anche in questo campo andranno fatte le scelte giuste di valorizzazione delle coltivazioni energetiche nazionali considerando l’intero ciclo di vita, l’uso dell’acqua, l’impatto sul paesaggio.
Come è ovvio non basta però creare una forte domanda di energia verde, ma vanno individuate adeguate misure di agevolazione per attirare capitali e competenze per creare una forte industria per la produzione di queste tecnologie.

Gestione dei rifiuti

L’attenzione nel campo dei rifiuti è centrata sulle varie modalità di smaltimento. Dal punto di vista dei gas climalteranti è molto utile la captazione e l’utilizzo del biogas dalle discariche e va considerata anche la produzione di energia elettrica identificando con chiarezza il contributo della parte organica.
Ma c’è un altro aspetto della gestione dei rifiuti generalmente sottostimato, quello del recupero e riciclo. Per valutare il suo contributo in termini di riduzione delle emissioni e di stimare del potenziale futuro, il Kyoto Club ha commissionato all’Istituto Ambiente Italia uno specifico studio. I risultati sono particolarmente interessanti, con una stima di riduzione dei consumi energetici associata al riciclo pari a 16,5 Mtep/a. Nella simulazione non sono stati inclusi i recuperi agronomici, mentre sono stati inclusi gli usi di CdR sostitutivo in cementifici e centrali termoelettriche. In termini di gas climalteranti, un incremento del 10% della quota attuale di recupero e riciclo comporterebbe una riduzione di 4 Mt/a CO2 eq.

Meccanismi flessibili: politiche da rivedere

Considerati i forti ritardi accumulati sarà necessario ricorrere ai crediti di carbonio provenienti dai CDM e JI cioè dalle riduzioni relative a interventi nei Paesi in via di sviluppo o nei Paesi dell’Est.
Parliamo di molte decine di milioni di tonnellate di CO2eq nell’arco del quinquennio di Kyoto, quindi di interventi di centinaia di milioni di €.
La situazione va letta da due punti di vista. Da un lato infatti si tratta di acquisire crediti a basso costo, possibilmente considerando la valenza ambientale e sociale dei progetti utilizzati. Dall’altro la valorizzazione delle mancate emissioni rappresenta una marcia in più per interventi che possono essere realizzati dalle nostre imprese all’estero.
Qual è la situazione attuale? Il quadro è complessivamente poco incoraggiante.
Il Ministero dell’Ambiente ha puntato sulla creazione dell’Italian Carbon Fund. Al momento i progetti nel portafoglio del fondo sono ancora pochi.
Sul fronte degli interventi diretti delle aziende italiane per attivare interventi CDM/JI la situazione è poco incoraggiante. L’Eni persegue una sua strada per farsi riconoscere il recupero del gas emesso durante l’estrazione di greggio dai pozzi. Grazie al recupero del “flaring” a Kwale in Nigeria viene alimentata una centrale da 450 MW, progetto registrato come CDM lo scorso novembre con un riconoscimento di una riduzione di 1,5 Mt CO2eq/a per 10 anni. L’Enel sta acquisendo crediti derivanti dall’eliminazione di HFC23 in Cina. Esistono poi alcuni interventi certificati di Asja Ambiente (prevalentemente relativi a gas da discariche) e poco altro.
Cosa fare dunque per ridare slancio ai meccanismi flessibili?
Occorre una triangolazione forte tra i Ministeri dell’Ambiente, degli Esteri e dello Sviluppo economico che consenta di agire efficacemente sull’acquisizione di crediti, sull’orientamento degli aiuti alla cooperazione e sul sostegno alle nostre imprese che vogliono investire all’estero. Naturalmente si deve tener conto che un’azione proattiva dispiegata adesso consentirà di avere risultati significativi dopo il 2012, periodo in cui devono essere ancora definiti gli impegni internazionali. Ma l’impegno della UE ad avviare una terza fase della Direttiva sull’emissions trading, garantisce comunque una domanda certa anche nel medio periodo.

Conclusioni

A meno di un anno dall’inizio del conteggio delle emissioni per soddisfare gli impegni di Kyoto occorre una discontinuità nell’azione del Governo. Dalla Presidenza del Consiglio deve venire un segnale forte ai vari Ministeri affinché nell’elaborazione delle norme e nell’allocazione delle risorse economiche si tenga sempre conto del possibile impatto sulle emissioni climalteranti. Anche le Regioni e gli Enti locali devono venire responsabilizzati mediante la definizione di premi economici per chi ottiene risultati significativi e di penalizzazioni per chi non si impegna. E’ quindi utile una distribuzione degli obiettivi di riduzione delle emissioni su scala regionale.
Il giudizio sull’azione del Governo in questo campo verrà in maniera semplice e netta dall’andamento delle emissioni. Se queste non si ridurranno vorrà dire che le politiche messe in atto saranno state insufficienti e il centrosinistra avrà fallito su uno dei temi più rilevanti della nostra epoca.
La sfida è appena iniziata e durerà decenni. Occorre saper dare risposte efficaci nel breve termine e contemporaneamente predisporre una strategia di riduzione di lungo respiro. Soprattutto si deve passare dalla posizione difensiva (quando non ostile) assunta negli ultimi anni a una linea propositiva.
La conversione in atto può infatti rappresentare una straordinaria occasione per riqualificare il nostro sistema produttivo, rivedere la struttura dei trasporti, garantire bassi consumi nelle abitazioni.
Le risposte dovranno riguardare trasversalmente le politiche del Paese e coinvolgere tutti i livelli istituzionali. E gli stili di vita. Il cambiamento che ci aspetta sarà infatti di una ampiezza e radicalità che pochi immaginano.