Negli ultimi giorni prima della firma del memorandum per la tregua fra USA e Iran, avvenuta il 18 giugno, sembrava che sospendere le ostilità premesse più alla super potenza americana che al molto più debole Iran.
La fretta di Trump di chiudere una guerra logorante può essere legata anche agli ultimi dati rilasciati dalla EIA (Energy Information Administration) e alle concrete preoccupazioni economiche sullo stato delle riserve petrolifere interne.
Come ha evidenziato l’analisi della pubblicazione finanziaria Kobeissi Letter, la situazione degli inventari energetici negli Stati Uniti ha raggiunto livelli di allerta che non si registravano da oltre un ventennio: le riserve di petrolio e derivati sono scese a quota 1,57 miliardi di barili, il livello più basso dal 2004.
A guidare questa contrazione senza precedenti sono state le riserve commerciali e governative, che hanno subito un crollo isolato di ben 15,9 milioni di barili, segnando il secondo calo settimanale più grande mai registrato.
La sola Strategic Petroleum Reserve pubblica è scesa a 357 milioni di barili, erodendo quasi la metà dei barili accumulati negli ultimi tre anni. La scorta di 1,57 miliardi di barili può ancora sembrare rassicurante, ma se si considera che il consumo complessivo di petrolio e derivati degli USA è di 7,5 miliardi di barili l’anno, ecco che la montagna si rivela una collinetta.
Inoltre, come ricordato in questo nostro articolo, il sistema petrolifero andrebbe in crisi molto prima di aver prosciugato l’ultimo barile; una parte consistente di queste scorte è infatti tecnicamente indispensabile per far funzionare le raffinerie e la rete degli oleodotti. Se mancassero quei volumi minimi di stabilizzazione, tutto il meccanismo si va a inceppare.
Questi dati e fatti, fanno venire alla mente alcune domande, a cui proviamo a rispondere.
Perché il massimo produttore di petrolio al mondo, quasi 14 milioni di barili al giorno di greggio, ha rischiato così tanto dalla chiusura dello Stretto di Hormuz?
La risposta è semplice: ai produttori americani è convenuto di più esportare il greggio verso l’Europa e l’Asia, con un picco di 13,6 milioni di barili/giorno (quasi l’intera produzione Usa), per rimpiazzare i flussi bloccati nel Golfo Persico e spuntare prezzi record sui mercati esteri.
Il rilascio delle scorte governative statunitensi è servito proprio a fare da ammortizzatore interno: evitare che a Houston o Chicago chiudessero i distributori per mancanza di benzina o che i cittadini americani si ritrovassero a pagarla a prezzi astronomici.
Non è strano che la chiusura di Hormuz non abbia provocato la catastrofe economica mondiale che ci si aspettava?
In effetti, un evento simile trenta o quarant’anni fa ci avrebbe mandato tutti in bicicletta, riproponendo l’austerità e le domeniche a piedi del 1973. Stavolta, invece, il barile ha toccato un picco poco sopra i 100 dollari, meno di quanto fece nella crisi del 2012.
Il punto è che dalle crisi del passato l’Occidente ha tratto insegnamenti strutturali. Le nazioni hanno costituito grandi riserve strategiche per tamponare i buchi di fornitura e hanno quasi azzerato l’uso del petrolio nella produzione elettrica, sostituendolo con gas, nucleare e rinnovabili. Inoltre, si comincia a sentire l’impatto sulla domanda globale dell’elettrificazione dei trasporti: in Cina, per esempio, la richiesta di greggio per il trasporto, dopo anni di crescita, ha raggiunto un plateau, proprio grazie al boom di auto e camion elettrici.
Anche la mappa dei fornitori si è molto ampliata: l’Ue, per esempio, oggi importa il suo petrolio principalmente da Stati Uniti, Norvegia, Kazakistan, Libia, Azerbaijan e Nigeria.
Dal Golfo Persico arriva ormai meno del 15% del totale. La differenza maggiore rispetto al passato è però la mutata posizione degli Stati Uniti: non più importatori affamati di petrolio mediorientale, ma esportatori capaci di fare da pompa di rifornimento al blocco occidentale.
Ma è andata davvero così “liscia” per tutti?
Naturalmente no. A pagare il prezzo reale di questa crisi è stato il Sud globale. I paesi asiatici emergenti hanno perso improvvisamente i loro fornitori chiave, provocando scene drammatiche come la chiusura di migliaia di ristoranti indiani rimasti senza bombole di Gpl per cucinare.
Paesi ancora più poveri, come il Bangladesh, non hanno potuto competere nell’asta internazionale del greggio contro i ricchi compratori europei o giapponesi, rimanendo letteralmente al buio a causa di blackout sistematici.
Oltre al petrolio, attraverso Hormuz transita un quinto dei fertilizzanti azotati mondiali e gran parte di zolfo, precursori per la petrolchimica ed elio indispensabile per la diagnostica medica e l’industria ad alta tecnologia. Tutti questi settori hanno subito danni profondi.
Anche in questo caso, l’impatto peggiore ricadrà sui paesi poveri, che non avendo potuto acquistare fertilizzanti ai prezzi di mercato vedranno ridimensionati i prossimi raccolti agricoli, con il rischio di una nuova ondata di malnutrizione.
Adesso può dirsi tutto risolto?
No. Anche ammettendo che il memorandum si trasformi in un accordo duraturo, cosa su cui pochi oggi scommettono, la riapertura di Hormuz ai flussi commerciali precedenti, circa 130 navi al giorno, fra cui una trentina di superpetroliere, richiederà mesi.
L’opera di sminamento delle acque sarà lenta e complessa, e richiederà il supporto di navi specializzate europee, che non si muoveranno se non saranno sicure che nessuno gli spari addosso.
C’è poi da rimettere in moto l’immensa macchina della raffinazione e dell’estrazione nel Golfo: far ripartire a pieno regime pozzi rimasti semichiusi o fermi per tre mesi richiede interventi tecnici delicati.
Bisognerà inoltre verificare se le compagnie di navigazione e i colossi assicurativi si fideranno subito della tregua o se continueranno a pretendere premi per il rischio bellico, oltre a dover forse pagare “pedaggi” a Iran e Oman per ogni nave che transita.
Non dimentichiamo, infine, che l’estate è la stagione di picco per i consumi mondiali e che ora i governi dovranno avviare una massiccia campagna di acquisti per ricostituire le riserve nazionali piuttosto svuotate. Tutto questo congiura affinché il prezzo del petrolio, pur crollato a 75 dollari al barile, mantenga una pressione inflazionistica ancora per diversi mesi.
Qual è la lezione finale per il mercato del petrolio?
Ad essere pessimisti, verrebbe da dire “nulla di rivoluzionario”, visto che dagli anni ’70 il mondo passa da uno shock petrolifero all’altro senza riuscire a svezzarsi dall’oro nero.
Certamente vedremo un’accelerazione nei progetti di infrastrutture alternative dai paesi arabi del Golfo, per bypassare Hormuz, spostando i flussi verso il Mar Rosso, l’Oceano Indiano e persino il Mediterraneo, tramite nuovi oleodotti, strade e ferrovie.
Tuttavia, la successione ravvicinata di due crisi sistemiche, prima la guerra in Ucraina e poi quella nel Golfo, ha reso evidente che la stabilità economica di miliardi di persone non può rimanere appesa agli umori geopolitici di pochissimi attori. Per non parlare dei sempre più devastanti effetti del cambiamento climatico provocato dall’uso dei combustibili fossili nel mondo.
La vera svolta rispetto al passato è che oggi le alternative tecnologiche esistono. Il petrolio si usa per il 60% nei trasporti, e di questo tre quarti finisce in quelli stradali. Auto e camion elettrici rappresentano il primo reale “oil killer” della storia. Puntare sull’elettrificazione della mobilità terrestre, seguendo la strada già tracciata dalla Cina, è la via maestra per liberarsi definitivamente dalla dipendenza dal greggio.
Più futuribile, magari usando vettori indiretti come idrogeno, biocarburanti ed e-fuel, sarà invece sostituire il petrolio in navi e aerei.
Per quanto riguarda la petrolchimica, 30% dei consumi di petrolio, con la sua infinita gamma di prodotti, ha la necessità di trovare alternative altrettanto economiche e versatili, sebbene sia piuttosto complicato. Qui forse sarebbe meglio puntare a ridurre i consumi di plastica e affini, e riciclarne di più e meglio, piuttosto che tentare improbabili sostituzioni con materie prime coltivate.
Più facile invece trovare alternativa a quell’11% di petrolio che ancora finisce bruciato per riscaldamento ed elettricità: usi ancora presenti solo dove questa materia prima costa o costava pochissimo, ma già abbandonati altrove.
Fare a meno del greggio al 100% è per ora impossibile, ma rendere il suo uso non più così centrale nelle nostre vite, liberandoci dai ricatti geopolitici, è invece già a portata di mano, cominciando a sostituirlo là dove (trasporti stradali, riscaldamento e produzione elettrica) esistono alternative basate su fonti più pulite e meno problematiche dell’oro nero.
Così che lo stretto di Hormuz, invece di una spada di Damocle sul nostro capo, torni ad essere magari un’interessante destinazione turistica.

























