Raramente gli ambientalisti si trovano d’accordo con le grandi società di consulenza finanziaria internazionale, quelle che hanno convogliato sull’industria dei combustibili fossili triliardi di dollari di investimenti, contribuendo a creare l’attuale sistema energetico inquinante e insostenibile.
Ma visto che questi non sono tempi normali, ecco che assistiamo a un inedito assist da parte di una delle maggiori di queste, cioè JP Morgan, alla tesi ripetuta da decenni dai “verdi” di tutto il mondo: petrolio e gas ci porteranno al disastro globale.
Naturalmente non aspettatiamoci da JP Morgan un mea culpa, né un allarme basato su ragioni climatiche o di protezione della biodiversità: quello che li sta terrorizzando è che l’attuale conflitto fra Iran e Usa/Israele sta drenando le riserve petrolifere mondiali, rischiando di portare l’economia mondiale a un disastroso blocco entro pochi mesi.
Crollo delle riserve mondiale di petrolio
L’allarme l’ha lanciato Qasem Al-Ali, esperto di mercati energetici globali, postando sul social media X un grafico (qui sotto) riportato in un report di JP Morgan Commodities Research, che ha definito come “il più spaventoso di tutti tempi”
Il grafico mostra l’andamento delle riserve petrolifere detenute dagli Stati dal 2019 ad oggi; si nota come, dopo il picco di 9 miliardi di barili raggiunto nel 2020, per il rallentamento dei consumi causa Covid, le riserve si siano mantenute intorno agli 8 mld fino a marzo 2026, l’inizio della guerra in Iran.

Ad aprile, a causa della necessità di sostituire la sparizione dal mercato di circa il 20% dell’offerta mondiale di greggio, quella proveniente da Iran, Iraq, Arabia Saudita e altri paesi del Golfo Persico, le riserve avevano già perso 0,5 mld di barili.
Continuando a quel ritmo di caduta, secondo JP Morgan, a giugno raggiungeranno i 7,6 mld di barili, considerato il limite minimo sopportabile dal sistema energetico mondiale. E se Hormuz non sarà riaperto neanche allora, permettendo una normale circolazione del greggio, a settembre si sarà perso quasi un altro miliardo di barili di riserve, raggiungendo i 6,8 mld di barili di riserve, una quota definita la “base operativa” del sistema petrolifero globale. Passata quella, si verificherà il crash.
Le conseguenze sull’economia
Le ragioni di questo tracollo, molto prima di aver consumato l’ultima goccia di greggio nei serbatoi, è che quel petrolio serve a mantenere la pressione negli oleodotti e nelle raffinerie: senza quello gli impianti si fermeranno.
E se si fermerà la raffinazione non si produrrà neanche più il gasolio per far andare le autobotti, il bunker oil per far navigare le petroliere e il cherosene per far volare gli aerei: il sistema dei trasporti si bloccherà, impedendo lo stesso spostamento del petrolio.
Insieme al flusso di petrolio si arresteranno produzione e trasporto di fertilizzanti, prodotti chimici, pezzi di ricambio, medicinali, plastiche e, soprattutto, di quegli alimenti che permettono la sopravvivenza di vaste aree del mondo, a cominciare dai paesi del Medio Oriente e dell’Africa del Nord, che importano gran parte del cibo che consumano.
Come ci sta ricordando Cuba dopo mesi di embargo petrolifero, senza gasolio in buona parte del mondo si fermano anche le pompe di irrigazione dei campi (il 74% dell’energia che consumano viene da motori diesel), gli impianti di dissalazione e persino gli ospedali che fanno affidamento su gruppi elettrogeni propri. Una catastrofe totale e globale.
Il dirupo di Seneca
Ma è possibile che tutto ciò si verifichi? L’abbiamo chiesto a uno dei maggiori “catastrofologi” italiani, Ugo Bardi, professore di chimica all’Università di Firenze, oggi in pensione, pioniere nelle rinnovabili e nelle auto elettriche in Italia, divulgatore scientifico attraverso blog e saggi.
Bardi segue le vicende del mercato dei fossili, avvertendoci da decenni che restando agganciati a queste risorse energetiche, prima o poi finiremo nei guai o, meglio, cadremo dal “Seneca’s Cliff”, il dirupo di Seneca, metafora di un graduale peggioramento della situazione energetica, economica e sociale mondiale, prima di un improvviso crollo finale globale.
Allora Bardi, siamo arrivati al cosiddetto Seneca’s Cliff in modo inaspettato: non per la fine del petrolio, ma per la chiusura dello stretto di Hormuz?
Può essere, ma personalmente ci credo poco. Se le cose si metteranno veramente male, e la chiusura si prolungherà, molto prima di avvicinarci a soglie di pericolo per il sistema mondiale si muoveranno poteri economici in grado di costringere a un accordo le parti coinvolte in questa guerra senza senso, per fargli riaprire in tempo il commercio del petrolio dal Golfo Persico.
Ma questa resistenza del sistema, che alla fine eviterebbe la catastrofe, non vale anche per gli altri motivi per cui in questi decenni lei ha pronosticato vari tipi di “cadute nel dirupo”?
È noto che siamo una specie molto ingegnosa, e ogni volta che si intravede all’orizzonte un possibile crollo, prendiamo provvedimenti per evitarlo. In questo caso, prima ancora di risolvere la crisi, vediamo che stanno già cercando dei modi per aggirare il blocco, esportando il greggio e gli altri prodotti tramite oleodotti dal Mar Rosso o dall’Oceano Indiano, o addirittura mediante strade e ferrovie. Ma sono provvedimenti tampone, che prolungano l’agonia, non la evitano.
Non è la prima volta che l’umanità dimostra questa resilienza in caso di crisi petrolifere.
No di certo. Per esempio, quella degli anni ’70 portò a sfruttare nuovi giacimenti di greggio, come quelli nel mare del Nord e all’uso dell’energia nucleare o del metano per produrre elettricità. In seguito, il compito di tappabuchi delle nuove carenze di greggio lo hanno assunto il petrolio di scisto da fracking, quello bituminoso in Canada o le perforazioni in acque profonde.
Quindi non c’è mai stata una “carenza di petrolio” tale da portarci a un catastrofico “picco” della sua produzione, come quello previsto, fra gli altri, anche da voi di ASPO (Associazione per lo Studio del Picco del Petrolio).
C’è una crescente carenza di ‘petrolio facile’. Ed è questa carenza ad aver innescato la salita verso il Seneca cliff: tutte le soluzioni che ho elencato producono petrolio più costoso, spesso di qualità inferiore e proveniente da giacimenti, come quelli di scisto, che si esauriscono molto rapidamente, richiedendo continue perforazioni. Il sistema dei fossili è come un elastico che viene sempre più tirato, diventando via via più duro, quindi meno efficiente e più costoso. Ma non puoi tirarlo all’infinito, perché prima o poi si spezza. Se non ne usciremo presto, quando la rottura accadrà succederà ciò che ha paventato Qasem Al-Ali: il sistema non riuscirà più ad autoalimentarsi, portando a un blocco totale e improvviso di trasporti, economia e produzione di cibo».
Quindi la chiusura di Hormuz, anche se forse non provocherà questa caduta, ci ha comunque rivelato quanto sia fragile il sistema.
Esatto. Basta che sparisca il 20% di greggio, ed ecco che ci avviamo in pochi mesi al crash. E attenzione, non è solo questione di quantità, ma anche di qualità. Il petrolio del Medio Oriente, oltre ad essere il più economico, è quello su cui sono state tarate buona parte delle raffinerie del mondo, soprattutto in Asia, per la produzione di gasolio per i camion e di cherosene per gli aerei. Non si può facilmente sostituire.
C’è chi ipotizza di farlo con il petrolio pesante del Venezuela.
Quello è vero e proprio bitume. Per essere usato va prima diluito con la nafta, altrimenti non scorre nei tubi. E indovinate da dove arriva un quarto della nafta del mondo? Dal Golfo Persico. Stesso discorso si può fare per i fertilizzanti azotati, indispensabili per produrre abbastanza cibo da sfamare 8 miliardi di persone. Oggi si producono quasi tutti dal gas naturale, e quindi il 30% di essi veniva realizzato nel Golfo, grazie agli enormi giacimenti di metano locali. Anche l’export di questi fertilizzanti è bloccato. Forse per il raccolto di quest’anno basteranno le scorte accumulate; ma per il prossimo? E in ogni caso, con i costi in crescita di fertilizzanti e trasporti, il prezzo del cibo nel mondo è destinato a salire velocemente, causando carestie fra i più poveri.
Quindi, in questa situazione di elastico sempre più teso, come si evita il precipizio di Seneca?
Non so se siamo ancora in tempo, visto che il cambiamento dovrebbe essere globale e ormai molto veloce. Ma comunque non c’è bisogno di inventarsi molto, le tecnologie necessarie sono già tutte disponibili: rinnovabili, accumuli, veicoli elettrici, pompe di calore e così via. Recentemente sono stato in Cina per degli incontri su questi temi, e là mi hanno spiegato come stiano già portando avanti un piano per fare a meno del petrolio entro il 2060. Conoscendo i cinesi, forse anche prima. Il punto di partenza sono i trasporti su strada, e com’è noto già la metà dei veicoli venduti in Cina è elettrico. Loro sono stufi dei rischi e dei ricatti legati al greggio. Gli italiani non ancora, a quanto pare.
Che il piano funzioni basta guardare i consumi cinesi di petrolio. Pur in un contesto di crescita economica, stanno calando velocemente: nel 2023 hanno raggiunto il picco di 825 milioni di tonnellate annue, nel 2026 dovrebbero già scendere a poco più di 800. E stiamo parlando di paese da 1 miliardo e 400 milioni di persone.





























