Con una potenza totale di circa 1.000 MW quello di Thor sarà il più grande parco eolico offshore della Danimarca, con entrata in funzione prevista nel 2026-2027.

Il progetto si distingue per le condizioni molto particolari previste dal bando di gara, tra cui costi di connessione alla rete a totale carico del produttore e un contratto CfD che, di fatto, si trasformerà in un sussidio negativo con entrate nette per centinaia di migliaia di euro a favore dello Stato.

A sviluppare il progetto sarà RWE, come informa una nota del colosso energetico tedesco, spiegando che la compagnia si è aggiudicata dalla Danish Energy Agency (Energistyrelsen) la concessione per realizzare il mega impianto.

Più in dettaglio, evidenzia una nota della stessa Agenzia energetica danese, la procedura di gara è stata decisa con estrazione a sorte, poiché al bando hanno partecipato diverse società che si sono offerte di costruire il parco offshore al prezzo minimo possibile secondo le regole della gara: appena 0,01 centesimi di corona per kWh quindi 0,013 euro per MWh al cambio attuale.

Si parla di pietra miliare per il settore eolico offshore danese, perché per la prima volta il vincitore di una gara dovrà pagare interamente i costi di connessione alla rete elettrica nazionale, comprese le sottostazioni e i cavi di trasmissione sulla terraferma.

Il nuovo impianto sorgerà a circa 22 km dalle coste occidentali dello Jutland e produrrà energia per oltre un milione di abitazioni danesi, con autorizzazione a operare per 30 anni e opzione per ulteriori cinque anni.

La cifra della offerta minima che RWE e altri 4 concorrenti si sono detti disposti ad accettare, 0,013 euro/MWh, non è un nostro errore di calcolo: come sottolinea la Danish Energy Agency, in sostanza il vincitore dovrà pagare lo Stato per costruire e operare il parco offshore. O meglio dovrà pagare per un certo periodo, rifacendosi in seguito.

Come spiega a QualEnergia.it Jakob Bendixen, partner della società di consulenza Our New Energy, che segue questo tipo di operazioni: la gara danese è basata su un modello di contratto CfD (Contract for difference), che prevede pagamenti tra le parti, determinati dalla differenza tra il prezzo di mercato del MWh e il prezzo indicato nel contratto.

Se il prezzo spot di mercato è superiore al valore stabilito, come in questo caso sarà quasi sempre, dato che parliamo di una offerta praticamente a zero, il produttore pagherà la differenza allo Stato danese. Lo farà, però, solo fino al raggiungimento di una certa cifra: il tetto massimo di quanto RWE dovrà sborsare è fissato dal contratto a 375 milioni di euro.

Ciò significa, spiega Bendixen, che quando il parco entrerà in funzione, il produttore di energia dovrà restituire allo Stato tutti i proventi del mercato elettrico (sopra 0,013 euro/MWh) fino al totale di 375 milioni di euro, cifra che però sarà raggiunta in circa tre anni di operatività, secondo le stime sui prezzi elettrici futuri.

Dopodiché, tutta la produzione di elettricità sarà venduta a prezzi di mercato, senza alcun tipo di supporto statale, per il resto della vita utile del parco offshore, che come detto potrà arrivare a 30-35 anni, ed è qui che arriveranno i guadagni per RWE.

“Il sito offshore è così buono, con un fattore di carico del 52,5% che permette di avere 4,6 TWh/anno, che cinque offerenti su sei erano disposti a pagare 375 milioni di euro per averlo”, aggiunge Bendixen.

In pratica è come se ci fosse un sussidio negativo: lo Stato guadagnerà per il semplice fatto di aver concesso di costruire il parco, mentre il produttore, pur pagando per il periodo “incentivato”, utile ad avere il sito, si rifarà quando potrà giocare sul mercato.

Un bel cambio di rotta, rispetto alle previsioni iniziali delle autorità danesi, che si aspettavano di dover pagare circa 500 milioni di euro di sussidi ventennali per il progetto Thor (con un cap a 900 milioni di euro), assumendo che sarebbero arrivate offerte tra 30-60 euro per MWh.