Sardegna, solo un po’ di risorse per le comunità energetiche nei piccoli comuni

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Dopo il reddito energetico, la giunta sarda punta a promuovere le CER con priorità per i comuni non metanizzati. Scelte positive, sebbene marginali al cospetto della sua costante opposizione ad una vera decarbonizzazione dell'isola.

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La Regione Sardegna stanzia 4 milioni di euro per i piccoli comuni, con misure finalizzate alla creazione di comunità energetiche rinnovabili.

Obiettivo è soprattutto quello di affrontare la povertà energetica per i territori e i cittadini economicamente svantaggiati, in attuazione della legge dell’articolo 9 della L.R. n. 15/2022 che, al fine di promuovere e sostenere la costituzione delle comunità energetiche in Sardegna, prevede che la Regione istituisca un quadro di sostegno attraverso il supporto alle pubbliche amministrazioni e la loro partecipazione diretta.

La Regione ha approvato questo stanziamento con la delibera del 22 novembre che prevede che 2 milioni di euro siano spese nel 2023 e altri due nel 2024.

La norma regionale riconosce la priorità dei Comuni non raggiunti dalla rete del metano, così da assicurare a specifiche aree la possibilità di promuovere, con priorità sulle altre, la realizzazione di reti smart grid e condividere il risparmio energetico e l’autoconsumo all’interno del territorio comunale.

Questa prima dotazione, destinata allo studio di fattibilità e all’avviamento delle comunità, consentirà ai Comuni di verificare anche la possibilità di associarsi tra unioni e soprattutto di avere finanziate spese che non sono previste, ad esempio, tra i costi eleggibili dei prossimi bandi Pnrr.

Il Servizio Energia ed economia verde della Direzione generale dell’Assessorato dell’Industria è ora al lavoro per la predisposizione della lista dei comuni, prioritariamente quelli privi di rete gas e in base al numero degli abitanti, per le annualità 2023 e 2024.

Ricordiamo che la legge regionale 15/2022 che prevede una serie di norme che regolano la pianificazione, la produzione, il trasporto, la distribuzione e l’uso dell’energia nella regione, istituisce anche il reddito energetico che consiste per gli utenti beneficiari di avere il diritto all’autoconsumo gratuito dell’energia elettrica prodotta con impianti a fonti rinnovabili.

Sicuramente si tratta di un’iniziativa pregevole, ma ancora una piccola cosa se pensiamo che la giunta Solinas è la stessa che si oppone ad una vera decarbonizzazione dell’isola, favorendo la rete gas, sotto la forte spinta della Snam, ma anche il vecchio carbone, e dicendo di no ai grandi parchi eolici offshore, al fotovoltaico utility scale e, di recente, perfino agli accumuli elettrochimici per i grandi impianti a fonti rinnovabili.

Eppure, la Sardegna, con appena 9 TWh di consumi elettrici (4 da rinnovabili), potrebbe voltare pagina anche abbastanza velocemente, uscendo per sempre dalle fossili e diventare un esempio mondiale di area 100% rinnovabili.

È un po’ quello che prevederebbe il piano di sviluppo dell’Enel per l’isola: generazione elettrica da fonti rinnovabili con eolico, impianti fotovoltaici a terra utility scale e su tetti e coperture, sistemi di accumulo, per coprire gradualmente il fabbisogno energetico del territorio sardo, gli ambiti residenziali (con pompe di calore e piani a induzione) e dei siti industriali.

Insomma, da una parte Regione e Snam puntano sulla metanizzazione dell’isola, dall’altra Enel, Terna e molte organizzazioni ambientaliste guardano all’elettrificazione dei consumi energetici con fonti pulite.

In quest’ultima direzione, oltre che in ottica di sicurezza energetica, va anche il Tyrrhenian Link di Terna, un doppio cavo sottomarino che collegherà la Sicilia con la Sardegna e la penisola italiana: 970 km di lunghezza e 1.000 MW di potenza in corrente continua.

L’errore da parte dei politici sardi è vedere sempre dietro l’angolo il rischio di “trasformarsi in una colonia energetica”, mentre potrebbero partire dall’orientare diversamente la loro politica energetica per diventare un’isola, la prima del Mediterraneo, indipendente dalle fonti fossili.

Al contrario di quanto afferma il governo regionale, questo scenario potrebbe contribuire a dare anche una forte spinta all’economia (turismo incluso) e all’occupazione locale.

Uno scenario simile, tra molti altri, è stato presentato un anno fa in uno studio dell’Università di Padova e del Politecnico di Milano, insieme al Wwf Italia. Vi si spiegava come sia fattibile e conveniente in Sardegna uscire dal carbone entro il 2025, senza investire in altri combustibili fossili e puntare esclusivamente su rinnovabili, idrogeno verde e accumuli.

Con un piano di investimenti di media-lunga durata, non superiore a quello che prevederebbe la metanizzazione della Sardegna, lo scenario punta ad un 50% di generazione elettrica da eolico, un 25% da fotovoltaico (17 GW complessivi tra FV ed eolico, con 8,5 TWh di energia elettrica annui), 11% da idroelettrico, 10% di importazioni.

La differenza tra le due ipotesi è evidente: l’isola non rimarrebbe impantanata nel metano per i prossimi decenni, con tutti i rischi che ciò comporta. Non ci sarebbe più bisogno di fonti fossili, ma di investire sui sistemi di accumuli, soprattutto idrogeno verde prodotto dalla generazione elettrica in eccesso (circa 500 MW di potenza equivalente con una capacità di accumulo di 24 ore equivalenti) o, in alternativa con 550 MW di pompaggi idroelettrici (con capacità di accumulo di 10 ore equivalenti).

Il contributo delle fonti rinnovabili alla copertura del consumo interno lordo elettrico del 2030 arriverebbe all’85%, con l’obiettivo del 100% al 2050 secondo una traiettoria compatibile con i potenziali di sviluppo dell’isola.

Si può fare, ma va convinto in Regione qualcuno che si è “fossilizzato” su vecchi e superati modelli energetici.

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