Il Consiglio regionale sardo impegna il Presidente della Regione e la Giunta “a intraprendere ogni possibile iniziativa presso il Governo per proporre una moratoria al rilascio delle concessioni demaniali marittime per l’installazione a fini speculativi di parchi eolici off-shore al largo delle coste sarde”.

Dopo aver convissuto per decenni con industrie pesantemente impattanti come quella del carbone e infrastrutture contestate come le basi militari, che hanno contaminato varie porzioni del suo territorio, la Sardegna insorge contro le pale eoliche in mare.

“L’impatto ambientale e paesaggistico di questo tipo di progetti sarebbe devastante per territori che basano buona parte della propria economia sul turismo e in particolare sulla bellezza e unicità delle proprie spiagge”, si legge in un ordine del giorno approvato dal Consiglio regionale lo scorso 5 luglio (neretti nostri).

Facendo eco alle mozioni presentate nei giorni scorsi, infatti, i legislatori sardi sembrano vivere come una sorta di colonialismo, la volontà di spingere sulle rinnovabili nell’isola: il Consiglio teme che “in nome della transizione energetica si stia profilando la volontà governativa di dare vita a nuove servitù, quelle energetiche appunto” (altro che la libertà di essere dipendenti dal gas che al momento in cui scriviamo al TTF sta sui 180 euro MWh, contro i 20-30 di un anno fa, verrebbe da commentare…).

L’odg chiede poi “una maggior tutela dell’ambiente marino” e di aggiornare il Piano energetico regionale per “disegnare una mappa delle fonti che tenga conto delle caratteristiche peculiari dei territori, attivando a tal fine con studi indipendenti necessari e presupposti”.

Secondo i legislatori Sardi “in nessuno dei progetti (di eolico in mare presentati, ndr) emerge una qualche utilità per la collettività: a fronte di interventi fortemente impattanti sull’ambiente e il paesaggio, non è contemplato alcun vantaggio economico relativo, ad esempio, al costo dell’energia”, si legge nell’ordine del giorno.

Il Consiglio regionale sardo, evidentemente, ignora, oltre all’impatto calmierante che le Fer hanno sui prezzi elettrici, l’interesse collettivo prioritario, da qualche mese tutelato anche dalla Costituzione, alla tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche per le future generazioni e dunque la necessità di combattere il cambiamento climatico con le rinnovabili.

Interesse peraltro ribadito in varie sentenze recenti anche della Consulta, che hanno per questo dichiarato illeggittimi alcuni limiti che le Regioni volevano mettere alle installazioni di impianti a rinnovabili.

Trascurati dal Consiglio regionale anche i benefici delle Fer, in termini di posti di lavoro, come il fatto che i collegamenti elettrici funzionali a fare dell’isola un hub dell’energia pulita, come il Tyrrhenian Link, lungi da imporre “una servitù” incrementerebbero la sicurezza energetica e favorendo gli scambi di elettricità da/verso la Sardegna.

Insomma, è evidente che si sta manifestando una chiara sindrome Nimby, che vede il paesaggio come valore assoluto e immodificabile e non sembra rendersi conto del momento storico in cui viviamo e del più ampio contesto ambientale, energetico ed economico in cui l’isola si trova.

I consumi elettrici dell’isola sono appena di 9 TWh/anno (oggi vi si producono poco più di 4 TWh da rinnovabili) e pertanto puntare seriamente su risorse eoliche e solari della regione, oltre che nelle reti elettriche e negli accumuli, darebbe in prima battuta la quasi totale indipendenza energetica proprio ai sardi, con tutti i benefici economici e ambientali che ciò comporterebbe.