Le comunità del calore: modelli di governance e finanziari

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Cittadini al centro dei progetti, prosumer termici e partecipazione finanziaria diretta: i progetti di comunità termiche sono del tutto differenti dalle iniziative di teleriscaldamento di tipo “top-down”.

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Non basta costruire un’infrastruttura energetica come una rete di teleriscaldamento per parlare di “un progetto di comunità”, perché un’iniziativa calata dall’alto, anche se efficiente e virtuosa dal punto di vista energetico, non può essere definita una vera Heating & Cooling Community (H&C Community) se non coinvolge direttamente cittadini e utenti nel suo sviluppo e nella sua gestione.

È questo il messaggio centrale che emerge dalle più recenti iniziative e progetti incentrati sulle comunità energetiche termiche, oggi considerate uno dei possibili strumenti per accelerare la transizione energetica in Europa.

Alla base di queste esperienze c’è un elemento imprescindibile: la partecipazione.

Le vere comunità H&C si distinguono per la presenza di forme di proprietà condivisa, strumenti di finanziamento dal basso come il crowdfunding e, soprattutto, per il coinvolgimento attivo dei cosiddetti prosumer, utenti che non solo consumano energia ma contribuiscono anche a produrla, proprio come nelle gemelle comunità elettriche.

Cooperative del calore

Il modello cooperativo è la forma più diffusa di governance e in questi casi, gli utenti sono al centro del sistema decisionale e partecipano attivamente a tutte le scelte strategiche, con una prospettiva di lungo periodo.

La cooperativa, tuttavia, non è l’unica soluzione possibile. Sempre più progetti adottano modelli ibridi e più elastici, nei quali partecipano anche enti pubblici, imprese e istituzioni finanziarie.

È il caso, ad esempio, della cooperativa FD Hvidovre in Danimarca, che include nel proprio assetto Comuni, associazioni di proprietari di appartamenti e aziende private, o della realtà greca ESEK, che coinvolge anche una banca cooperativa.

Un approccio ancora più flessibile è quello delle partnership tra cooperative e operatori industriali o distributori di energia.

In Olanda, la cooperativa MeerEnergie ha avviato una joint venture con il gestore regionale della rete, dimostrando come la collaborazione tra cittadini e attori professionali possa rafforzare la sostenibilità economica dei progetti.

Fonti di ispirazione

Tra gli esempi di questo tipo di comunità spicca quello di Warmtenet De Voerman, ad Anzegem, in Belgio. Una comunità termica governata da un’associazione di comproprietà che riunisce tutti i residenti e le imprese collegate alla piccola rete di teleriscaldamento locale.

Il modello si basa su principi di trasparenza, equa ripartizione dei costi e controllo democratico. Gli utenti, automaticamente membri al momento dell’acquisto di un lotto, possono monitorare i consumi e gestire i pagamenti tramite una piattaforma digitale dedicata.

Un altro caso emblematico è quello di Playa del Inglés, nelle Isole Canarie, dove la governance segue il principio “una testa, un voto”.

La comunità distingue tra consumatori, prosumer e sostenitori esterni, e destina il 75% dei ricavi allo sviluppo di nuovi progetti rinnovabili, alla formazione e al coinvolgimento di nuovi partner. È un modello inclusivo che valorizza non solo l’uso dell’energia, ma anche il contributo economico e sociale dei partecipanti.

Ad Amsterdam un quartiere con circa 1.200 utenze è riuscito a realizzare una rete interamente di proprietà degli utenti, alimentata da energia acquatermica ricavata dai canali cittadini.

Il sistema, che serve abitazioni sociali, privati, piccole imprese e una scuola, ha registrato alti livelli di soddisfazione e costi inferiori rispetto al teleriscaldamento municipale. Da segnalare anche l’introduzione di politiche di solidarietà a favore dei cittadini a basso reddito.

Come finanziare i progetti?

Accanto alle forme di partecipazione diretta, sono importanti anche strumenti finanziari più innovativi come il crowdlending e il crowdfunding.

Nel primo caso, i cittadini prestano denaro agli sviluppatori del progetto, assumendosi il rischio di un eventuale mancato rimborso. Nel secondo possono diventare veri e propri investitori, acquisendo quote di capitale.

Resta aperta, tuttavia, una questione cruciale: questi strumenti possono davvero essere considerati espressione di un progetto di comunità, se i finanziatori non coincidono con gli utenti locali?

Il finanziamento dei progetti rappresenta, comunque, uno degli aspetti più complessi. Le comunità energetiche combinano spesso capitale dei membri, prestiti bancari e fondi pubblici provenienti da programmi regionali, nazionali o europei.

In Germania, ad esempio, il programma BEW prevede diversi moduli di sostegno, che vanno dagli studi di fattibilità agli incentivi per la costruzione di nuove reti basate su energie rinnovabili o recupero di calore.

Tornando al caso di Anzegem, l’investimento complessivo per Warmtenet De Voerman supera 1,2 milioni di euro, coperti in parte da fondi europei e regionali e in parte dai contributi dei residenti.

A Playa del Inglés, invece, circa il 60% dei costi, pari a oltre 950.000 euro, è stato finanziato da un programma nazionale per progetti pilota di comunità energetiche.

Un modello più sociale 

Questi esempi dimostrano che le comunità di energia termica non sono solo una soluzione tecnologica, ma un vero e proprio modello sociale ed economico.

Il loro successo dipende dalla capacità di coinvolgere i cittadini, garantire equità e trasparenza e costruire un equilibrio sostenibile tra interesse pubblico e iniziativa privata.

In una fase storica segnato dalla crisi climatica e dall’urgenza di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, le comunità del calore (e del freddo) sono una frontiera avanzata della transizione energetica.

Ma affinché possano diffondersi su larga scala sarà necessario rafforzare gli strumenti di finanziamento, semplificare i quadri normativi e, soprattutto, promuovere una cultura della partecipazione che metta davvero al centro le persone.

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