Il Piano italiano di ripristino della natura manca all’appello

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Solo sette Stati Ue hanno notificato il documento alla Commissione entro la scadenza. Le associazioni ambientaliste: il nostro Paese è in ritardo, non depotenziare le tutele.

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Che fine ha fatto il Piano nazionale di ripristino della natura (Pnr)? Il Governo italiano doveva inviarlo alla Commissione europea entro ieri, 1° settembre, e QualEnergia.it ha chiesto al Mase se la scadenza è stata rispettata, senza ricevere indicazioni in merito.

Secondo ricostruzioni dell’Ansa, al momento gli unici Stati che hanno spedito il proprio documento sono Austria, Bulgaria, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna.

Sul tema, intanto, intervengono quattordici associazioni ambientaliste del nostro Paese, che chiedono al ministero di rendere pubblico il testo finale e di dare riscontro sugli esiti della consultazione pubblica conclusa il 24 giugno.

Cos’è il Piano di ripristino della natura

È bene premettere che l’articolo 18 della legge di delegazione europea 2024, n. 91, ha impegnato il Governo ad adeguare la normativa nazionale al regolamento Ue n. 1991 sul ripristino della natura, varato il 18 agosto 2024.

In attuazione di ciò il Mase è tenuto a redigere il piano nazionale con il supporto tecnico di Ispra.

Nella bozza circolata durante la consultazione, in particolare, sono contenute misure compensative all’installazione di rinnovabili che sono state criticate da Anci, l’Associazione nazionale Comuni italiani.

Nella prima versione del piano la conservazione degli spazi verdi e della copertura arborea viene considerata “prioritaria” rispetto alla trasformazione tecnologica, che comprende anche il settore energetico.

Secondo il Pnr, dunque, le nuove installazioni dovrebbero privilegiare fotovoltaico sui tetti, infrastrutture esistenti e suoli già impermeabilizzati.

Di contro, per le installazioni Fer su spazi verdi o a copertura arborea la bozza di piano richiama gli obiettivi dell’articolo 8 del regolamento Ue 2024, ritenendo necessaria una compensazione ecologica locale con depavimentazione, come la rimozione fisica di superfici artificiali e impermeabili, e il rinverdimento di un’area equivalente o superiore a quella d’impianto.

In pratica si tratta di un vincolo a realizzare progetti che riducano il consumo di suolo in zone già compromesse.

Anci ha criticato sia questa misura sia le altre della bozza di Pnr che stoppano le rinnovabili in aree classificate “Urban Green Spaces-Ugs” o “Urban Tree Canopy Cover-Utc” e che limitano la pianificazione comunale in queste zone tutelate.

La visione generale dell’Anci sul piano è stata condivisa dall’Associazione nazionale costruttori edili (Ance).

Per entrambe arriva però la bocciatura da parte delle associazioni ambientaliste citate in precedenza, che in una nota del 1° settembre criticano ogni ipotesi di modifica alla salvaguardia del verde urbano, della copertura arborea e della tutela dei suoli non artificializzati; in questo caso, però, non vengono citate le energie rinnovabili.

Le quattordici associazioni sono: Apicittadine, Blue Marine Foundation, Centro italiano studi ornitologici, Cipra Italia, Federazione nazionale pro natura, Fondazione Capellino, Fondazione Marevivo, Forum nazionale salviamo il paesaggio – difendiamo i territori, Lav, Legambiente, Lipu, Slow Food Italia, Worldrise, Wwf Italia.

Le richieste di consolidamento del piano

“Mai come questa estate è risultato evidente che servono soluzioni urgenti basate sulla natura per poter far fronte agli effetti dei cambiamenti climatici e rafforzare la resilienza di tutti gli ecosistemi, da quelli urbani e agricoli a fiumi, boschi e ambienti marini e costieri”, si legge nella nota.

Per le associazioni indebolire il Pnr significa assumersi la responsabilità delle conseguenze dell’immobilismo nei confronti di un mondo in crisi.

Il piano è visto come “un’opportunità unica” e gli ambientalisti chiedono alla Commissione europea di valutarne con attenzione i contenuti e di richiamare il nostro Paese agli obblighi di partecipazione e trasparenza previsti dal regolamento Ue.

“Riportare la natura nelle nostre vite, come recita la Strategia europea per la biodiversità, non deve essere solo un atto formale, ma un serio impegno delle nostre istituzioni a tutti i livelli”.

Nel dibattito si è inserito anche il Comune di Genova, che sempre ieri, 1° settembre, ha chiesto di rafforzare il ruolo delle città nell’attuazione del piano, destinando risorse adeguate agli enti locali e assicurando loro maggiore protagonismo, con la possibilità di integrare i dati nazionali con le conoscenze territoriali prodotte dai Comuni.

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