La tesi che voglio sostenere è semplice e descritta chiaramente nel titolo: imporre le soluzioni agrivoltaiche, di per sé interessanti sotto molti aspetti, come unica possibilità di fotovoltaico a terra sui terreni agricoli è un errore concettuale che nasce da premesse sbagliate e ha profonde ripercussioni negative, in ambito economico e in senso più ampio sullo sviluppo del fotovoltaico tout court.
Di più, appare ancor più forzata l’idea che una soluzione agrivoltaica avanzata con moduli elevati da terra, sia da preferirsi a un impianto agrivoltaico base (ad esempio interfilare).
Volendo trovare conferme o smentite alla mia tesi, nella giornata del 22 gennaio scorso Roma ho partecipato alla seconda edizione della Giornata dell’Agrivoltaico, promossa da ANIE Rinnovabili (si veda il nostro resoconto, ndr). È stato un appuntamento molto utile e ben organizzato per gli operatori del settore per fare il punto della situazione.
Assistendo alle presentazioni che si sono susseguite, peraltro tutte di altissimo livello e ben strutturate, posso con ragionevole certezza fissare alcuni punti fermi, che spero risultino utili anche per il lettore.
- Sulla base dei recenti aggiornamenti legislativi (Correttivo Testo Unico FER e DL 175/2025), nei terreni agricoli ricadenti in aree idonee, che secondo la nuova normativa nazionale sono limitati a quelli nella fascia di 350 m dagli opifici e agli impianti CER e PNRR, è possibile installare impianti fotovoltaici di qualsiasi tipo.
- Sempre in accordo con questi aggiornamenti normativi, nei terreni agricoli facenti parte di aree NON idonee, è possibile installare solo impianti agrivoltaici con moduli adeguatamente elevati da terra.
- Quindi in estrema sintesi e accentando qualche imprecisione a vantaggio della semplicità: nella stragrande maggioranza dei terreni agricoli è possibile prevedere i soli impianti agrivoltaici con moduli adeguatamente sollevati da terra, per una parte marginale delle aree agricole anche gli altri agrivoltaici. In nessun caso si può installare in area agricola un impianto fotovoltaico a terra tradizionale.
- Il quadro normativo sembra aver raggiunto con questi ultimi provvedimenti una certa stabilità ma gli “scossoni”, a livello nazionale o regionale, sono costantemente in agguato. Regna nel settore, anche fra i più esperti, molta cautela e una certa confusione.
- Molti stakeholder si prodigano nell’evidenziare i vantaggi dell’agrivoltaico, innegabili peraltro; nessuno, almeno in occasione del convegno di cui sopra, ha messo sull’altro piatto della bilancia gli svantaggi, che comunque ci sono.
- Gli impianti agrivoltaici interfilari possono competere con limitati extra CAPEX e OPEX con altre tecnologie rinnovabili, come dimostrato dai recenti esiti delle aste FER X (si vedano i dati presentati da Elemens, ndr). Impianti agrivoltaici con moduli elevati da terra non sono competitivi e necessitano di incentivi per sostenersi.
Emerge la conclusione, almeno ai miei occhi, che questo quadro normativo limita sostanzialmente alle poche aree idonee lo sviluppo futuro del fotovoltaico sui terreni agricoli, introduce complessità tecniche e amministrative con conseguenti diseconomie, non raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione e riduzione del costo dell’energia.
Ma perché tutto questo? A mio giudizio perché si è partiti, in buona o mala fede, da un assunto iniziale sbagliato.
In linea generale, ogni volta che la scienza e la tecnica partono da ipotesi errate, gli errori si propagano a catena con effetti spesso disastrosi. La storia dell’uomo è zeppa di esempi, molti dei quali ai nostri occhi appaiono ora divertenti e bizzarri ma al tempo hanno generato gravi conseguenze pratiche.
Anche nel nostro piccolo caso ci troviamo di fronte a una premessa errata: si parte dal principio che fotovoltaico a terra e uso agricolo dei terreni siano in conflitto fra di loro. In altre parole, il primo sarebbe una minaccia per il secondo. Difatti, se per un momento rimuoviamo questa ipotesi, l’idea di vietare il fotovoltaico tradizionale a terra in aree agricole, come ora in Italia, appare priva di senso.
Ma quale sarebbe questa minaccia? Proviamo a vedere le diverse considerazioni che vengono fatte a questo proposito.
- Il fotovoltaico a terra toglie spazio all’agricoltura
Questa tesi, cavallo di battaglia di tanti oppositori, è stata più volte demolita facendo due semplici conti sul fabbisogno di energia prevista dai piani nazionali e la relativa area a terra necessaria.
Nell’ipotesi conservativa di non considerare impianti a terra in aree non agricole, per l’attuazione del PNIEC è necessario occupare lo 0,2% della superficie agricola totale italiana (si veda Italia Solare – Falsi miti), percentuale del tutto trascurabile rispetto alle aree agricole non utilizzate e a quelle che ogni anno vengono abbandonate ogni anno.
Se a livello nazionale quindi non vi è discussione circa l’irrilevanza del fenomeno, la situazione locale potrebbe rivelarsi tuttavia critica. Condizioni di elevato irraggiamento e prossimità alle strutture di connessione alla rete con buona capacità di evacuazione possono determinare fenomeni di concentrazione anomala di impianti a livello locale. Questa eventualità è ovviamente da evitare attraverso l’imposizione di limiti allo sfruttamento locale (ad es. comunale o provinciale) inteso come rapporto fra superficie utilizzata e superficie disponibile attraverso i classici strumenti di pianificazione locale a medio-lungo termine, secondo il principio di una distribuzione per quanto possibile uniforme del FV sull’intero territorio nazionale.
In sintesi possiamo dire che la tesi è sbagliata e la limitazione del fotovoltaico a terra su terreni agricoli non ha senso.
- Il fotovoltaico a terra peggiora le caratteristiche del terreno sottostante alterando il microclima locale, impermeabilizzando e “sterilizzando” il suolo, riducendone la biodiversità e aumentandone la frammentazione.
È abbastanza intuitivo che il fotovoltaico a terra per le sue caratteristiche intrinseche (assenza di emissioni durante il funzionamento, assenza di inquinamento da materiali tossici) non può avere un impatto così devastante sull’ambiente soprattutto se comparato con altre attività umane. Molti studi hanno analizzato il tema e quello che è emerso è che tale alterazione:
- non implica una riduzione della permeabilità del terreno, e tantomeno lo rende sterile, a meno che non vengano effettuate drastiche attività di rimozione dello strato vegetativo o siano riportati strati di suolo ad alta compattazione che riducano l’infiltrazione dell’acqua riducendone al contempo la biodiversità;
- è localizzata all’interno dell’impianto stesso in termini di variazioni minime dei parametri ambientali (temperatura del suolo e dell’ambiente, umidità, velocità del vento);
- è temporanea e reversibile, nel senso che al ripristino dello stato preesistente dei luoghi a fine vita impianto, l’area riacquista le caratteristiche iniziali; d’altra parte anche l’agrivoltaico avanzato altera, sia pure in misura minore lo stato ambientale preesistente, oltre a prevedere la continuazione di pratiche agricole che se effettuate con metodi convenzionali utilizzano prodotti fitosanitari potenzialmente dannosi per la “salute” del suolo; non si vede pertanto in queste argomentazioni, un motivo valido per demonizzare a priori il fotovoltaico a terra su terreni agricoli.
Abbiamo così visto che il fotovoltaico a terra nella sua configurazione ottimale per efficienza e sfruttamento delle aree, quando opportunamente governato per evitare concentrazioni locali e/o utilizzo di aree ad elevato pregio, non rappresenta alcun pericolo per l’agricoltura.
Cade così ogni preclusione a soluzioni standardizzate a terra e l’agrivoltaico assume pertanto l’aspetto di un’opzione da valutare secondo i normali criteri di analisi costi benefici in comparazione ad altre soluzioni.
Quello che secondo una presa di posizione aprioristica ed emotiva appariva il male assoluto, assume, ad un’analisi più distaccata, il senso di un’alternativa da considerare.
Proviamo a porci nei panni di un imprenditore agricolo che si trovi di fronte a due possibili alternative di investimento: da una parte la realizzazione di un impianto agrivoltaico avanzato sull’intera superficie di proprietà e dall’altra il frazionamento della proprietà in due parti, quella agricola e quella destinata alla produzione di energia fotovoltaica.
Vediamo i pro e i contro di entrambe le soluzioni in questa tabella:

In sintesi, dal confronto delle due alternative, emerge che:
- la prima soluzione, quella dell’agrivoltaico avanzato, ha sicuri extra costi e vantaggi nel tempo probabili che però, non essendo quantificabili con certezza, rendono rischioso il business plan complessivo; al contempo la soluzione complica considerevolmente la gestione dell’asset e ne limita la flessibilità nel tempo;
- la seconda soluzione, FV a terra accanto a produzione agricola, non presenta rischi, garantisce la massima competitività dell’energia elettrica prodotta e flessibilità nell’utilizzo del terreno agricolo rimanente; per quanto visto precedentemente, la riduzione della superficie agricola utilizzata, non produce un danno ambientale o economico se opportunamente controllata nel valore complessivo nazionale e distribuita con uniformità.
L’accanimento allo sviluppo di soluzioni agrivoltaiche avanzate a scapito del fotovoltaico a terra tradizionale appare dunque a mio parere controproducente.
Di più, rendere di fatto obbligatorio l’agrivoltaico, per giunta con moduli elevati da terra, potrebbe essere dannoso al fotovoltaico nel suo complesso. In altri termini, qualora le soluzioni agrivoltaiche avanzate si dovessero dimostrare ex-post di complessa gestione e ridotta redditività, cosa non troppo irrealistica, esse potrebbero screditare il fotovoltaico nel suo complesso a tutto vantaggio dei tanti detrattori che, in buona fede o più spesso per interessi personali confliggenti, non vedono l’ora di trovare argomenti denigratori.
Ecco che allora la domanda posta nel titolo di questo articolo assume ora maggiore significato: l’errore concettuale dell’agrivoltaico nasce dal fatto che con esso rischiamo di perdere le caratteristiche vincenti del fotovoltaico rispetto ad altre forme di generazione di energia elettrica, in particolare la sua modularità e la semplicità di installazione e di esercizio.
Ogni volta che snaturiamo le peculiarità del fotovoltaico, che lo asserviamo ad altre esigenze (ad esempio il fotovoltaico integrato architettonicamente di cui stiamo parlando da almeno 40 anni con risultati quantitativi risibili), i vantaggi si affievoliscono, gli LCOE aumentano, la strada verso una rapida decarbonizzazione si fa più lunga ed impervia.
È questo che vogliamo?
(Articolo corretto post pubblicazione, in una versione precedente dell’articolo, nel passaggio relativo alle aree agricole qualificate come idonee ai sensi dell’art. 11-bis del D.Lgs. 190/2024, si affermava che l’installazione di impianti fotovoltaici a terra fosse subordinata, anche in tali aree, al requisito della continuità delle attività colturali e pastorali.
Non è così: la norma consente infatti l’installazione di impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra nelle aree agricole idonee ex lege (tra cui quelle in prossimità di opifici industriali o infrastrutture viarie, nonché in deroga per CER e PNRR), senza prevedere in via generale tale requisito, che è invece proprio della definizione di impianto agrivoltaico.)




























