Quelli un tempo considerati razionali delirano e i sognatori diventano concreti e razionali… Sono tempi controversi, ma ce lo aspettavamo.
Proprio nel momento in cui fotovoltaico ed eolico dimostrano di essere la soluzione più economica e valida ai combustibili fossili, cresce la resistenza contro questa alternativa, alternando motivazioni campate in aria, come quelle usate dell’Amministrazione Trump ad altre, in apparenza più razionali, come quelle di chi afferma, senza argomentare, come il nostro ministro dell’Ambiente, che il solare da solo non ce la può fare e ha bisogno di aiutini da parte di altre fonti, come il nucleare o il metano con annessa cattura della CO2.
Un esempio del primo tipo di denigratori dell’energia solare è quello fornito il 2 settembre dal segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, ex manager del settore petrolifero (quindi di certo super partes), che ha affermato che il solare non potrebbe fornire tutta l’energia di cui il mondo ha bisogno perché “anche se si ricoprisse l’intero pianeta con pannelli solari, produrremmo solo il 20% dell’energia globale. Uno dei più grandi errori dei politici è confondere ELETTRICITÀ con ENERGIA!” (maiuscole sue, ndr), ha scritto su X.
Forse i politici confondono elettricità con energia, ma sicuramente Wright ha qualche problema con la matematica elementare, come ha fatto notare su New Scientist il climatologo Gavin Schmidt del NASA Goddard Institute.
“Nel 2024 il contenuto energetico totale dei combustibili usati nel mondo è stato di 186.000 terawattora. Bene, la Terra riceve ogni anno dal Sole 6.000 volte tanto. E considerando che il 60% dell’energia fossile si perde come calore nella conversione in energia utile, la radiazione solare che raggiunge la Terra è pari a circa 18.000 volte il fabbisogno energetico attuale”, ha ricordato.
Ha poi chiarito climatologo Nasa che: “è vero che gli attuali pannelli solari e turbine eoliche convertono solo il 20% circa dell’energia solare che le alimenta in elettricità, e che non si possono installare ovunque. Ma anche così, se coprissimo, come dice Wright, tutta la Terra di pannelli e turbine, otterremmo circa 3.500 volte più energia di quanto ce ne serva. Un esercizio un po’ esagerato…”.
Detto in altre parole, per sostituire tutta l’energia fornita oggi dai combustibili fossili con pannelli FV, basterebbe coprire 1/3500 della superficie terrestre, o solo lo 0,3% delle terre emerse, 447mila kmq, la superficie della Spagna per intendersi, come ha calcolato il centro studi Carbon Tracker (si veda anche immagine tratta dallo studio del 2022 “A fundamental look at supply side energy reserves for the planet“).
“È tanto?”, si chiede retoricamente Schmidt. “In realtà è meno della superficie che oggi coprono pozzi di petrolio, raffinerie, miniere, discariche di ceneri, oleodotti e gasdotti, serbatoi e tutte le altre infrastrutture per l’energia fossile, messe insieme. Ed è un’inezia, se si considera che il 30% della superficie terrestre è coperto da deserti, mentre il 5% è occupato da strade, città e centri industriali che possono anch’esse ospitare impianti e centrali solari.
Quindi l’argomento “non c’è spazio” è fasullo, non sta minimamente in piedi, se non nella immaginifica realtà dell’amministrazione Trump e di qualche tradizionalista fossile.
Si potrebbe dire, alla stregua di Pichetto Fratin, che è comunque inutile occupare grandi superficie di terreno e poi doversi pure preoccupare dell’accumulo per compensare l’intermittenza di sole e vento, quando ci sarebbero fonti e tecnologie “miracolose”, che producono enormi quantità di energia continua senza emettere CO2, come il nucleare a fissione oggi, e quello a fusione domani.
A queste affermazioni, su New Scientist ha risposto Eric Chaisson, fisico dell’Università di Harvard, che non cita le solite e ragionevoli considerazioni circa costi, prontezza tecnologica, inquinamento, scorie radioattive o proliferazione nucleare legati all’uso dell’atomo, bensì un fatto molto più basico: non ci possiamo più permettere fonti che sprecano calore, immettendolo nell’atmosfera.
“Anche con una crescita moderata della domanda, entro circa tre secoli il solo calore di scarto prodotto dall’uso dell’energia, quello che creiamo quando usiamo un computer o un bollitore per l’acqua, potrebbe innalzare la temperatura globale di 3 gradi”, spiega Chaisson.
“Non potendo evitare tutte le forme di calore di scarto, almeno cerchiamo di evitare quelle, enormi, che accompagnano la produzione dell’energia primaria. Con FV, eolico e moto ondoso questo problema non esiste: l’energia solare nelle sue varie forme, comunque colpirebbe il pianeta e si trasformerebbe in calore. Con altre fonti, come quelle fossili o nucleari, la questione è diversa, perché il loro calore è aggiuntivo a quello inevitabile proveniente dal Sole e per questo ci danneggia”.
Insomma, come diceva il fisico e divulgatore scientifico Carl Sagan, già oltre 30 anni fa, qualsiasi civiltà intelligente, su qualunque pianeta, se vuole sopravvivere finirà per usare esclusivamente l’energia della propria stella madre.
Certo, ragionare sulla scala temporale dei secoli è in genere un esercizio inutile, ma in realtà, secondo i calcoli di Chaisson, il calore di scarto, peggiorando il riscaldamento globale dovuto ai gas serra, ha già effetti sul clima delle aree più industrializzate.
In Europa, per esempio, le estati sarebbero già 0,4 °C più calde a causa di questo fenomeno, ed entro il 2100 si potrebbe arrivare a un incremento di un grado annuo, un impatto però non ancora incluso nei modelli climatici.
Sembra insomma che ormai la scienza stia dalla parte di chi 20 anni fa era indicato come un “utopista”, mentre i “realisti” che allora promuovevano nucleare e fossili “perché non ci sono alternative”, di fronte ad una concreta alternativa si sono trasformati in cultori del “pensiero magico”, confondendo la loro ideologia (o i loro inconfessabili interessi) con la realtà e il bene comune.
Che siano ormai gli “ex ambientalisti hippie” gli unici che propongono soluzioni razionali ai montanti problemi energetici, economici, climatici e geopolitici del mondo, lo ricorda anche il recente libro Here comes the Sun: A last chance for the climate and a fresh chance for civilization, di Bill Mc Kibben, fondatore del centro di ricerca Ember.
Secondo McKibben la trasformazione solare ci pone “sull’orlo di uno di quei rari e immensi cambiamenti della storia umana, in cui passiamo da una fonte energetica dominante un’altra. Adesso ci stiamo rivolgendo al cielo, invece che all’inferno delle miniere, allo sfruttamento del pianeta e all’inquinamento. Ed è pure il più grande affare di tutti i tempi”.
Il libro offre un resoconto argomentato di come l’energia solare a basso costo rappresenti non solo un’occasione per affrontare la crisi climatica, ma anche per ripensare le nostre economie e il nostro rapporto con la natura, descrivendo come potrebbe essere una società alimentata dall’energia solare.
“Sarebbe una rivoluzione capace di sovvertire l’economia della scarsità, da cui deriva gran parte della povertà, grazie a prezzi dell’energia bassi e stabili, sempre meno dipendenza dalle petro-dittature, e quindi più pace, riduzione drastica dell’inquinamento e persino un rinnovato legame con la natura”, scrive McKibben.
Ma proprio questa la prospettiva di un mondo più pacifico e giusto è forse ciò che sta scatenando la reazione di chi, prosperando su disuguaglianze, sfruttamento e conflitti, da questa rivoluzione ha tutto da perdere e che usa la “libertà” delle nostre deboli democrazie per diffondere falsità e dubbi sui media nel disperato tentativo di evitarla proprio quella transizione.
E ciò ha creato un paradosso epocale, afferma l’autore: la maggior parte dell’espansione straordinaria del solare sta avvenendo non in Occidente, ma in Cina, che ascolta molto meno di noi le sirene dell’industria fossile che vanno contro ai suoi interessi, e che possiede un mix unico di capacità manifatturiera, pianificazione centrale e autoritarismo politico, difficilmente replicabile altrove.
“La resistenza dell’industria dei fossili non bloccherà la transizione energetica globale, che è inevitabile per i suoi enormi vantaggi, ma certo la rallenterà, con conseguenze sempre più gravi sul clima. Una cosa che non dobbiamo permettere, perché o si blocca la produzione di energia tramite combustione, o, semplicemente, alla fine, saremo noi a bruciare”, conclude Bill McKibben.

























