Le nazioni con le economie più forti del Pianeta, quelle del G20, non stanno mantenendo i loro impegni per il clima.

E questo ritardo delle politiche climatiche sta diventando sempre più pesante e costoso, perché la crisi energetica, aggravata dalla guerra di Putin in Ucraina, sta mostrando che è urgente tagliare gradualmente i ponti con i combustibili fossili e puntare con più decisione sulle fonti rinnovabili.

Il campanello di allarme arriva dal nuovo rapporto di BloombergNEF (New Energy Finance), intitolato “G-20 Zero-Carbon Policy Scoreboard”, che ha esaminato i progressi compiuti dai 19 Paesi più industrializzati del mondo (la Ue è il ventesimo membro del G20) per quanto riguarda la transizione energetica verso le tecnologie pulite a basse emissioni di CO2.

Questi 19 Paesi sono responsabili di una fetta molto ampia (80% circa) delle emissioni globali di gas serra; alla Cop 26 di Glasgow di novembre 2021 hanno annunciato nuovi traguardi di riduzione della CO2 per decarbonizzare i diversi settori economici, dai trasporti alle industrie, passando per la produzione di energia e il riscaldamento degli edifici.

Tuttavia, secondo BloombergNEF, evidenzia una nota di sintesi del documento,”nessun governo del G20 ha attuato politiche sufficienti e concrete per soddisfare le promesse di affrontare il cambiamento climatico fatte alla Cop 26 di Glasgow lo scorso anno”.

BloombergNEF ha assegnato a ogni membro del G20 un punteggio espresso in percentuale (il massimo è 100%), in base alle valutazioni su: entità del supporto dato dal governo per tagliare le emissioni di gas serra; solidità dei programmi di sostegno; capacità di queste politiche di avviare il cambiamento. Il grafico sotto riassume il quadro.

Sei sono le aree esaminate: produzione di energia, carburanti low carbon e tecnologie per la cattura della CO2 (CCUS: carbon capture use and storage), trasporti, edifici, industrie, economia circolare.

Si è tenuto conto anche delle politiche e della regolamentazione intersettoriale dei vari Paesi, inclusi i sussidi ai combustibili fossili, le norme che impongono la divulgazione aziendale dei rischi climatici e i sistemi che determinano i prezzi del carbonio.

Dai dati emerge che 11 nazioni hanno migliorato i loro punteggi, con una media complessiva del 52% nel tabellone 2022, in aumento di un punto percentuale rispetto allo scoreboard 2021.

I risultati più alti sono stati raggiunti dai Paesi Ue con un punteggio medio del 75% (Italia 70%), in crescita di tre punti percentuali in confronto alla precedente edizione del rapporto.

In sostanza, sottolinea BloombergNEF, resta un divario piuttosto ampio tra gli annunci fatti alla Cop 26 di voler azzerare le emissioni nette di CO2 verso metà secolo (2050-2060), e le azioni concrete svolte finora dai governi. Le economie emergenti, in particolare, sono in forte ritardo nelle rispettive politiche di decarbonizzazione.

Analoghe considerazioni si ritrovano in un recente studio di Nature dove si evidenzia che le grandi economie mondiali continuano a spendere troppo poco per il clima.

Nel 2020-2021, infatti, i Paesi del G20 hanno speso complessivamente circa 14mila miliardi di $ (14 trilioni) per la ripresa economica post-pandemia.

Ma solo il 6% di questa cifra, circa 860 milioni di $, è stato destinato per progetti e investimenti green finalizzati a tagliare le emissioni di CO2, come fonti rinnovabili, mobilità elettrica, riqualificazione energetica degli edifici e delle industrie.

Ricordiamo, infine, che nel presentare il nuovo rapporto Ipcc sul clima uscito a inizio marzo, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha accusato le grandi compagnie oil & gas di avere piani di decarbonizzazione poco credibili.

“Non puoi affermare di essere verde, mentre i tuoi piani e progetti minano l’obiettivo net-zero al 2050 [azzeramento delle emissioni nette di CO2, ndr.] e ignorano i maggiori tagli alle emissioni che devono essere fatti in questo decennio”, aveva dichiarato Guterres, rimarcando così quanto sia ancora profondo il fossato tra gli impegni di oggi e i traguardi di domani.

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