La ripresa economica dei Paesi G20 trascura gli investimenti in energia pulita

Solo il 6% dei fondi per il rilancio post-pandemia è indirizzato a misure per ridurre le emissioni, come la spesa per rinnovabili, mobilità elettrica e riqualificazione di edifici e industrie. Crescono intanto quelle per armamenti e fonti fossili.

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La guerra di Putin in Ucraina sta contribuendo a cambiare la narrazione prevalente sul futuro energetico globale, non solo europeo. E non parliamo solo dell’aumento impetuoso dei prezzi di gas, petrolio ed elettricità.

La centralità del mito del gas come combustibile “ponte” a basso costo, indispensabile per la transizione verso le rinnovabili, sta lasciando più spazio alle soluzioni della green economy, incentrate su eolico, solare, biogas/biometano, idrogeno verde, e accompagnate da nuove strategie geopolitiche, in primis la necessità di comprare più gas da altri fornitori, incrementare gli stoccaggi e non ultimo ridurre i consumi, allo scopo di tagliare il più possibile le importazioni dalla Russia.

Tuttavia, una recente analisi di Nature evidenzia che le grandi economie mondiali continuano a spendere troppo poco in politiche e misure volte a ridurre le emissioni di gas serra.

La spinta a una “decarbonizzazione accelerata”, messa in moto dal conflitto russo-ucraino, deve fare i conti con questa tendenza a destinare molte meno risorse alle energie pulite, rispetto a quelle che sarebbero necessarie per limitare il surriscaldamento globale a +1,5 °C come previsto dagli accordi di Parigi.

Complessivamente, nel 2020-2021, i Paesi del G20 hanno speso circa 14mila miliardi di $ (14 trilioni) per la ripresa economica post-pandemia.

Ma solo il 6% del totale, circa 860 milioni di $, è stato speso per attività, progetti e investimenti che consentono di tagliare le emissioni di CO2, come fonti rinnovabili, mobilità elettrica, riqualificazione energetica degli edifici e delle industrie.

E solo il 27% di questi 860 milioni riguarda misure che permetteranno di ridurre direttamente le emissioni, come la costruzione di parchi eolici o la sostituzione di caldaie a gas con pompe di calore nelle abitazioni. Mentre il 72% riguarda progetti che avranno impatti indiretti sulla riduzione delle emissioni, come il potenziamento delle reti ferroviarie.

In particolare, evidenzia Nature, la Ue in termini assoluti punta a spendere complessivamente sui 500 miliardi di $ in misure pro-clima (Italia 70 mld, Francia 50 mld), quasi metà del suo budget totale destinato alla ripresa economica post-Covid19.

Al contrario, in altri Paesi – Stati Uniti, Cina, Turchia, Arabia Saudita, Sudafrica – le percentuali degli investimenti “verdi” (che permettono di ridurre le emissioni) saranno minime in rapporto al totale, in alcuni casi nulle. Spesso, anzi, si investirà in misure che faranno aumentare le emissioni.

Anche da questi dati, in definitiva, emerge un forte disallineamento tra obiettivi dichiarati sul fronte climatico – azzerare le emissioni al 2050 con scenari net-zero – e azioni reali.

È la stessa contraddizione rimarcata dal segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, quando, nel presentare il nuovo rapporto Ipcc sul clima, ha accusato le grandi compagnie oil & gas di avere piani di decarbonizzazione poco credibili.

“Non puoi affermare di essere verde, mentre i tuoi piani e progetti minano l’obiettivo net-zero al 2050 [azzeramento delle emissioni nette di CO2, ndr.] e ignorano i maggiori tagli alle emissioni che devono essere fatti in questo decennio”, ha dichiarato Guterres, ricordando quanto sia ancora enorme il divario tra gli impegni di oggi e i traguardi di domani.

Per approfondire il rapporto Ipcc e le connessioni tra guerra in Ucraina, cambiamento climatico e crisi energetica, si veda: Guerre, clima, combustibili fossili: l’Ipcc spiega perché è tutto collegato.

Intanto a livello globale cresce la spesa in armamenti, che nel 2021 è stata stimata in circa 2.000 miliardi di dollari. E anche in paesi come l’Italia si spenderà di più su questo fronte: su richiesta della Nato verrà dedicato il 2% del Pil annuale alle spese militari, probabilmente con conseguenti minori erogazioni pubbliche per quelle su clima ed energia pulita.

La situazione si complica se pensiamo poi che grazie al sistema finanziario si alimentano settori dell’economia, come i combustibili fossili, che sono spesso causa di conflitti: le 60 banche più grandi del mondo dal 2016 a oggi hanno scommesso sulle fonti fossili 3,8 trilioni (cioè 3.800 miliardi) di dollari.

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