La manifattura fotovoltaica Usa vola sulle ali dell’IRA. Quali i possibili rischi?

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Sono un centinaio i progetti manifatturieri nelle filiere delle energie rinnovabili in fase di avvio dopo l’approvazione dell’Inflation Reduction Act. Il suo impatto positivo e qualche incertezza sul futuro a breve.

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In nove mesi, fino a maggio, sono stati annunciati negli Stati Uniti quasi 100 nuovi impianti manifatturieri per le energie pulite opuure l’espansione di fabbriche già esistenti, di cui almeno 20 nella filiera fotovoltaica.

Tra gli stabilimenti produttivi del FV, otto dovrebbero diventare operativi già quest’anno, dieci nel 2024 e i rimanenti fra il 2025 e il 2027, secondo Canary Media.

I nuovi investimenti nella manifattura verde Usa ammontano complessivamente a oltre 70 miliardi di dollari, e ogni settimana ne vengono annunciati altri.

La produzione si sposta in Usa

Fra le operazioni previste nella manifattura fotovoltaica con sede negli Stati Uniti ci sono quelle, per esempio, di Enel Green Power, che investirà circa un miliardo di dollari in una fabbrica di celle e moduli solari a eterogiunzione in Oklahoma, e di First Solar, che investirà 1,1 miliardi di dollari per la produzione di moduli a film sottile in Alabama.

In totale ci saranno 52 GW di capacità produttiva in nuovi stabilimenti fotovoltaici che dovrebbero diventare operativi entro il 2026, con circa 16 GW in costruzione, secondo la società di consulenza Wood Mackenzie (Primo trimestre record per il fotovoltaico Usa: installati 6 GW).

Ma gli investimenti negli Stati Uniti riguardano anche altri segmenti della filiera fotovoltaica e delle energie verdi.

Enphase, azienda americana leader nella produzione di microinverter fotovoltaici, nonostante abbia la sua sede in California, aveva fabbricato finora i suoi convertitori in stabilimenti di Messico, India e Cina.

Adesso, non più: la società ha annunciato la settimana scorsa di avere avviato la sua prima produzione statunitense di microinverter nella Carolina del Sud.

Kore Power, altra azienda americana che attualmente produce celle per batterie agli ioni di litio in Cina, ha annunciato il mese scorso la costruzione del suo primo grande impianto di produzione statunitense in Arizona.

Finiamo questa carrellata con LG Energy Solution. Il gigante sudcoreano già produce 5 GWh di batterie al litio in uno stabilimento nel Michigan, dove quintuplicherà la produzione entro il 2025. In più, costruirà un nuovo complesso in grado di produrre 43 GWh l’anno di batterie in Arizona.

Il comune denominatore degli investimenti: l’IRA

Il boom che sta vivendo la manifattura fotovoltaica e delle rinnovabili negli Stati Uniti è stato innescato dall’Inflation Reduction Act (IRA) voluto dal presidente Joe Biden.

Si tratta di un vasto programma di incentivi fiscali, senza un tetto predeterminato, le cui stime variano, ma che per il momento l’Ufficio di bilancio del Congresso ha quantificato in 391 miliardi di dollari di agevolazioni alle aziende per iniziative pro-clima fino al 2031.

La normativa concede crediti d’imposta di 11 centesimi per watt di capacità per i microinverter, per esempio, in base alla sezione 45X dell’IRA (Advanced Manufacturing Production Tax Credit). È un bonus aggiuntivo per chi produce negli Stati Uniti i principali componenti delle tecnologie verdi.

L’entità del bonus varia in base alle diverse categorie di componenti; ad esempio, i minerali critici ricevono un credito pari al 10% dei costi di produzione.

Un altro beneficio fiscale considerato nelle analisi è il bonus del 10% per il contenuto domestico dei componenti, che gli sviluppatori si possono aggiudicare se il 40% (55% dopo il 2026) del costo di tutte le apparecchiature utilizzate nei loro progetti è riferito a prodotti realizzati negli Usa. Inoltre, per ottenere tale bonus, il 100% dei materiali da costruzione in acciaio e ferro deve essere prodotto negli States.

Queste misure potrebbero consentire a componenti come i moduli fotovoltaici Made in Usa di avere costi di produzione fino al 30% inferiori rispetto a quelli importati, riuscendo così a fare concorrenza ai marchi asiatici, secondo una recente analisi del Dartmouth College e della Princeton University  (Grazie all’IRA moduli FV made in Usa competitivi con quelli asiatici?).

Nuovi posti di lavoro

Con questi stimoli pubblici nei prossimi 10 anni i posti di lavoro nella manifattura FV aumenteranno di oltre tre volte rispetto ad oggi, raggiungendo 120mila unità entro il 2033, secondo la Solar Energy Industries Association (SEIA).

Se poi si contano i posti di lavoro nel complesso della filiera fotovoltaica, saranno creati fino a 1,3 milioni di nuovi posti di lavoro al 2035 (di cui 800mila nella manifattura di componenti). E circa 250mila saranno gli occupati nel comparto eolico, secondo lo studio del Dartmouth College e della Princeton University.

Soldi anche per il fotovoltaico residenziale

Gli Stati Uniti puntano sempre di più anche sul fotovoltaico per gli edifici residenziali. L’IRA ha stanziato 7 miliardi di dollari per l’iniziativa “Solar for All”.

L’Environmental Protection Agency distribuirà queste risorse tramite un bando a territori, governi tribali, municipalità e organizzazioni no-profit, con l’obiettivo di consentire a milioni di famiglie a basso reddito di installare sistemi fotovoltaici sui tetti degli edifici, riducendo le bollette almeno del 20% (Fotovoltaico, negli Usa 7 miliardi di $ per il “solare per tutti).

Ruolo delle agevolazioni fiscali e qualche similitudine col Superbonus

Come detto, è riconosciuto sia dagli studiosi che dai manager delle aziende che l’impennata degli investimenti manifatturieri nel fotovoltaico e nelle altre tecnologie rinnovabili sia da attribuire alle agevolazioni fiscali attuate tramite l’IRA, promulgato da Biden lo scorso agosto.

“Ciò che è avvenuto a seguito dell’Inflation Reduction Act non può essere sottovalutato. Gli Stati Uniti sono ora la destinazione più attraente per i capitali globali nel settore dell’energia pulita e delle tecnologie pulite”, ha dichiarato Aaron Brickman, responsabile per gli Usa del think tank per l’energia pulita RMI.

L’IRA è imperniato sulle agevolazioni fiscali, specificatamente sui crediti d’imposta. In Italia, uno strumento simile a disposizione delle imprese è stato quello delle agevolazioni per l’investimento in beni strumentali del Piano nazionale Industria 4.0.

Al netto di tutte le differenze di aliquote, meccanismi di funzionamento e ambiti di applicazione di questo tipo di congegno fiscale nei vari Paesi, è interessante notare come la sostanza dell’IRA non sia poi così diversa da quella del vituperato Superbonus in Italia.

Anche se qui da noi il Superbonus consiste(va) in una detrazione fiscale indirizzata ai privati per interventi di efficientamento energetico residenziale, nella pratica spesso la detrazione alla fine è (era) ceduta ad un’impresa, che si ritrova(va) in mano uno strumento simile ai crediti d’imposta al centro del boom manifatturiero delle rinnovabili negli Usa.

La quota e la cinghia di trasmissione di tali crediti sono diverse fra Italia e Usa, ma la similitudine pratica rimane.

L’IRA sopravviverà?

I repubblicani sono contrari all’IRA e hanno già tentato di mettergli i bastoni fra le ruote per rallentarlo o farlo deragliare del tutto. Per ora non ci sono riusciti. Ma cosa succederebbe se i loro sforzi avessero successo, in questo Congresso o nel prossimo, quando il partito repubblicano potrebbe controllare la Casa Bianca ed entrambe le camere del Congresso?

Per saperlo basta guardare a quanto successo in Italia con lo stop alla cessione dei crediti del Superbonus e degli altri bonus edilizi.

Il comparto manifatturiero Usa delle rinnovabili, uno dei segmenti in più rapida crescita dell’economia statunitense, subirebbe una brusca frenata, tradendo le aziende che hanno scelto di investire, minando la loro stabilità finanziaria e innescando un’ondata di licenziamenti in molteplici settori.

“Una buona politica fiscale richiede una certezza che può derivare solo da leggi fiscali prevedibili a lungo termine. Le imprese hanno bisogno di certezze fiscali per poter pianificare e investire”, ebbe a dire una decina d’anni fa il senatore Chuck Grassley dell’Iowa, padrino della moderna politica fiscale repubblicana ed ex presidente della Commissione Finanze del Senato Usa.

Gli Usa sono impegnati in una grande competizione strategica con la Cina. Il rimpatrio delle manifatture critiche per la decarbonizzazione è una parte fondamentale di tale gara. È quindi possibile che i repubblicani, nonostante i proclami, ci pensino due volte prima di far prevalere le ragioni di partito sulla ragion di Stato, abrogando l’IRA.

Speriamo dunque che i legislatori e governanti statunitensi siano più avveduti di quanto siano stati quelli italiani sul Superbonus, oggetto di innumerevoli cambi in corsa, fino all’ultimo stop sulla cessione dei crediti. Questo anche per i risvolti internazionali dell’IRA.

È interessante, infatti, notare che le aziende Usa rappresentano meno della metà degli annunci di iniziative manifatturiere nelle rinnovabili avvenuti grazie all’approvazione dell’Inflation Reduction Act e solo un terzo degli investimenti totali previsti. Il resto è da attribuire ad aziende straniere che hanno localizzati i loro impianti negli Stati Uniti.

Un’eventuale abrogazione dell’IRA, a differenza dello stop subito dal Superbonus, avrebbe quindi impatti negativi potenzialmente molto più diffusi nel settore delle rinnovabili e sul suo indotto a livello internazionale.

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