Proprio nel momento in cui tutti dovrebbero agire insieme, con dedizione, per affrontare la “sfida definitiva dell’umanità”, quella dei cambiamenti climatici, i leader degli Stati più potenti, a cominciare dagli Usa, pienamente coscienti di ciò che stanno facendo, si dedicano a distruggere il futuro della vita umana organizzata.

È un concetto espresso da un intellettuale di 94 anni, che non ha a che fare direttamente con l’ambientalismo, ma può essere considerato senza tema di smentita una delle massime figure della cultura del nostro tempo, Noam Chomsky.

Nelle sue più recenti interviste e analisi questo signore, riferimento per la cultura di sinistra radicale internazionale, ma non solo, affronta senza mezze misure quello che per lui è ormai la priorità che deve permeare ogni attività politica, perché, afferma “non abbiamo più neanche un piano B”.

Una voce autorevole, molto più netta anche rispetto a tanti ambientalisti, partiti verdi e di sinistra, spesso autoreferenziali e assuefatti al pensiero unico neoliberista, distanti dalle persone reali e dai temi della giustizia sociale che invece dovrebbe andare di pari passo con quella climatica. Leggere e ascoltare alcune idee di Chomsky è una boccata di ossigeno.

Noam Chomsky parla dell’uomo come del possibile clone del XXI secolo di quell’asteroide che colpì la terra 65 milioni di anni fa ponendo fine all’era dei dinosauri. Ma a differenza del suo predecessore l’uomo ha la facoltà di compiere delle scelte.

Banalizzando un po’ il suo pensiero, con una forte attenzione alle politiche della piena occupazione, alla qualità della crescita economica e alla distribuzione della ricchezza, spiega che queste scelte dovranno passare per l’espansione del lavoro nel settore educativo e nella costruzione di una economia verde, riducendo al contempo il settore militare e l’economia del fossile.

In particolare, cita le multinazionali delle energie fossili, pericolose storiche finanziatrici del negazionismo climatico e di interessi di bottega, che ancora oggi puntano a massimizzare la produzione sfruttabile di petrolio, carbone e gas, con l’appoggio di governi e istituzioni finanziarie, condannandoci ad un pianeta con 4 o 5 gradi in più.

Cambiare sistema, per quanto necessario, sarà pesante per molti. Visto che saranno tanti a perdere il posto nell’industria fossile, Chomsky capisce che andranno messe in campo solide tutele pensionistiche, garanzie di rimpiego e incentivi alla riqualificazione e alla ricollocazione dei singoli lavoratori, oltre che iniziative di sostegno delle comunità colpite.

Insieme al Political Economy Research Institute ha elaborato alcuni programmi di “transizione giusta”, secondo lui praticabili con un impegno minimo, poiché il numero degli occupati diretti in questi settori non è poi così elevato come si pensa. Negli Usa, ad esempio, sono circa 65mila gli addetti del settore del carbone, cioè meno dello 0,05% dei 147 milioni di occupati.

Chomsky, che non ritiene praticabile una soluzione di forte decrescita, è convinto che l’unico programma concreto di stabilizzazione climatica sia investire massicciamente nelle fonti rinnovabili e nell’efficienza energetica, in modo che l’energia pulita soppianti completamente nei prossimi 30 anni il nostro sistema dipendente dai combustibili fossili. Gli stessi processi di trasformazione dovranno essere attuati nella produzione agricola. Un modello che potrà creare anche nuovi spazi per forme alternative di proprietà e per un’economia più egualitaria.

Insomma, se vogliamo un futuro, il Green New Deal è la chiave, si legge nel libro-intervista “Precipizio” (editore Ponte delle Grazie).

Non ci sono certamente ricette facili per far aumentare la consapevolezza nella transizione energetica. Molte delle strade le potremmo affinare durante il percorso, ma serve oggi una visione chiara: “conosciamo il messaggio, conosciamo le barriere da abbattere. Dobbiamo trovare il modo di plasmare il messaggio, nelle parole e nelle azioni, in modo da abbattere quelle barriere”, dice Noam Chomsky.

Il messaggio è: siamo di fronte ad una minaccia esistenziale che deve essere arginata al più presto e ci sono delle strade per farlo. Ma, sottolinea Chomsky, il messaggio deve essere trasmesso in modo tale da non suscitare disperazione e rassegnazione in chi è disposto ad ascoltarlo, né risentimento, rabbia o rifiuto in chi non è ancora disposto ad accettare una realtà che emerge ormai chiaramente.

In questo secondo caso bisognerà comprendere le ragioni di tutti, senza mettersi su un piedistallo, ma trovando le migliori soluzioni: servirà parlare con le alte sfere delle istituzioni, così come con le compagnie fossili, i sindacati, i cittadini e gli studenti. Un movimento dal basso per il clima deve poter raccontare alla società che la costruzione di una economia verde è un modo di aumentare le opportunità di lavoro e migliorare il tenore di vita. Deve spingere con convinzione la politica ad adottare leggi, comportamenti e sistemi economici e sociali orientati alla riduzione delle emissioni.

Aggiungere che a questo scopo servirebbero forze fresche, entusiaste, coraggiose e non compromesse. Ritengo che i giovani più consapevoli e formati avrebbero uno spazio immenso per incidere e fare pressione.

Affrontare questo complesso processo adesso è essenziale per evitare, o almeno limitare, le crisi che si stanno ripetendo e intensificando da un paio di decenni. Alcuni economisti illuminati, pochi in verità, sanno che ogni crisi è peggiore della precedente e ogni successiva ripresa è più debole e fragile della precedente.

Governi, partiti (anche di sinistra) media, economisti, hanno sposato da tempo posizioni neoliberiste sostenute dai più forti interessi economici, proprio come quelli del settore energetico tradizionale. Posizioni, che secondo Chomsky, sono diventate ormai anacronistiche di fronte a una simile minaccia per la civiltà umana: un modello, afferma, sempre governato dal principio “ricchezza privata e pubblica miseria”. Non è questa la via per il cambiamento verso una transizione giusta.

Alcune idee, tuttavia, pur nell’alveo dell’attuale sistema economico vengono indicate. Con Robert Pollin dell’Università del Massachusetts, Noam Chomsky, ha stimato che per costruire un’economia al 100% alimentata da energie rinnovabili servirà circa il 2,5% del Pil globale ogni anno per i prossimi 30 anni (circa 2.500 mld $/anno). Sembrerebbero tanti soldi, ma il 97,5% dell’attività economica globale potrà continuare dedicarsi a settori diversi sempre con una attenzione alle esternalità ambientali.

Inoltre, gli istituti finanziari dovrebbero convogliare parte del credito verso investimenti su rinnovabili ed efficienza energetica: almeno il 5% del portafoglio prestiti delle banche deve essere destinato ad investitori in energia pulita. In caso non raggiungano questa piccola quota, le banche dovranno tenere in contanti lo stesso importo delle attività complessive.

Sempre in tema di finanza, si ritiene indispensabile una maggiore presenza di banche di sviluppo pubblico, affinché possano erogare prestiti secondo criteri di benessere sociale, come la piena occupazione e la stabilizzazione climatica.

Infine, un altro messaggio che più in generale ci indica Noam Chomsky è che la lotta alla crisi climatica si deve e si può incrociare con la cura delle democrazie occidentali, mai così fragili come in questo periodo storico. E a tale scopo tutta la società, non solo la politica, è chiamata a dare il proprio contributo.

Ma fosse tutto ciò anche uno spunto per rinvigorire le asfittiche visioni dei nostri partiti?