La transizione energetica verso le rinnovabili va perseguita non solo per ragioni climatiche ma anche economiche e finanziarie.

Il messaggio è indirizzato agli investitori che puntano ancora sul carbone e che rischiano di bruciare oltre 600 miliardi di dollari, ma anche ai governi.

Ciò è legato al fatto che la costruzione di nuovi impianti eolici e fotovoltaici sarà presto più conveniente che non continuare a gestire centrali a carbone. Un dato che si riscontrerà in tutti i principali mercati del mondo.

Questa è la conclusione cui è giunto How to Waste Over Half a Trillion Dollars (Come sprecare oltre mezzo trilione di dollari), un nuovo rapporto della Carbon Tracker Initiative, centro studi internazionale specializzato in finanza climatica.

Si sapeva che le principali fonti rinnovabili fossero più competitive del carbone in alcuni paesi baciati dal sole o dal vento, come l’Italia, ma quello che l’analisi di Carbon Tracker in un certo senso “certifica” è che fotovoltaico ed eolico sono già diventate o stanno diventando opzioni più economiche rispetto alla costruzione di nuove centrali a carbone in tutti i grandi mercati mondiali, inclusa Cina e Australia, i due paesi in cui probabilmente più di tutti gli altri la produzione e l’uso del carbone sono ancora molto diffusi.

E si prevede che l’elettricità verde costerà meno di quella prodotta dalle centrali a carbone esistenti al più tardi entro il 2030, ha indicato Carbon Tracker nel suo rapporto, scaricabile dal link in fondo all’articolo.

L’energia fotovoltaica ed eolica, infatti, è già oggi più a buon mercato dell’elettricità proveniente da circa il 60% delle centrali a carbone, compreso circa il 70% di quelle cinesi e la metà delle centrali australiane, come si può vedere nell’illustrazione.

In pratica, le centrali a carbone avranno difficoltà a resistere, in assenza di sussidi governativi e in un contesto di mercato dove il prezzo dell’energia sia basato su normali dinamiche di domanda e offerta.

Carbon Tracker ha quindi invitato governi e investitori a bloccare i nuovi investimenti nel carbone e a dismettere le centrali esistenti, in parte modificando anche le regolamentazioni, in modo da consentire alle energie rinnovabili di competere su un piano di parità di mercato.

Secondo Matt Gray, co-autore del rapporto di Carbon Tracker, gli investimenti in carbone rischiano di incagliarsi e rimanere bloccati in maniera improduttiva, buttando al vento per sempre risorse che potrebbero essere spese molto meglio in altro modo.

Sono in gioco cifre enormi: l’analisi ha infatti rilevato che gli investitori rischiano di sprecare più di 600 miliardi di dollari se tutti gli impianti a carbone programmati venissero costruiti.

Per quanto riguarda l’uso del carbone, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) ha riscontrato un calo lo scorso anno, ma ha previsto un leggero aumento nei prossimi cinque anni a causa dell’aumento della domanda dall’India.

Come spiegato in un altro articolo, l’elettricità generata con il carbone è scesa di circa il 3% nel 2019, registrando il calo maggiore in oltre 40 anni di crescita quasi ininterrotta, in cui il carbone è stato una delle cause prime della crisi climatica.