La produzione mondiale di energia elettrica generata con il carbone è scesa del 3% nel 2019, portando ad un calo del 2% delle emissioni di CO2 del settore energetico.

È questo uno dei dati salienti del rapporto Global Electricity Review 2020, preparato da Ember, centro studi indipendente sui temi del clima e della transizione energetica, che fino a ottobre 2019 si chiamava Sandbag ed era attivo nel promuovere una riforma del mercato della CO2.

I cali registrati sono i più marcati da almeno il 1990. Il ricorso al carbone è crollato sia nell’Unione Europea che negli Stati Uniti, mentre in Cina la generazione elettrica da carbone l’anno scorso è cresciuta e per la prima volta quella cinese ha rappresentato metà della produzione elettrica mondiale da carbone.

Nonostante l’andamento cinese, l’intensità di carbonio dell’elettricità è ora inferiore del 15% rispetto al 2010 su scala mondiale.

Secondo il rapporto, la produzione di energia eolica e fotovoltaica è invece aumentata del 15% nel 2019, generando l’8% dell’elettricità mondiale.

Può essere interessante notare che un tasso di crescita del 15% l’anno della generazione di energia eolica e solare è  il minimo necessario per rispettare l’accordo sul clima di Parigi. Questo risultato è stato appunto raggiunto nel 2019 e un andamento tendenziale al ribasso dei prezzi fa sperare che tale ritmo possa essere forse mantenuto.

Tuttavia, reggere questo alto ritmo di crescita, anno dopo anno, richiederà uno sforzo concertato da parte di un po’ tutte le regioni del mondo, ha indicato lo studio (link in fondo all’articolo). E nonostante la maggiore diffusione delle energie rinnovabili, la diminuzione della produzione di carbone non può essere ancora considerata la “nuova normalità”.

Ciò vuol dire, secondo Ember, che limitare il cambiamento climatico a 1,5 °C sarà estremamente difficile.

La generazione elettrica da carbone dovrebbe infatti scendere dell’11% l’anno fino al 2030 per limitare il surriscaldamento a 1,5° C. Anche se il calo record del 3% del carbone dovesse verificarsi ogni anno, quindi, non sarebbe comunque sufficiente.

Leggermente più abbordabile, forse, sarebbe lo scenario Sustainable Develpment dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), che richiede un calo della generazione da carbone del 4% ogni anno dal 2018 al 2025.

La flessione del carbone nel 2019, così come il mutamento strutturale verso eolico e fotovoltaico, sono stati resi possibili anche da molti altri fattori contingenti, di cui non si può dare per scontata la presenza in futuro, ha fatto notare il rapporto.

Per esempio, la domanda di elettricità è aumentata al ritmo più lento del decennio, cioè di 357 TWh, nel 2019, pari a quasi la metà rispetto alla media del periodo 2010-2019, durante il quale è stata di 643 TWh.

I 73 TWh di produzione elettrica passati dal carbone al gas nell’UE non potranno inoltre essere ripetuti.

Si stanno quindi facendo dei progressi nella riduzione della generazione da carbone, ma non con l’urgenza che sarebbe necessaria per raggiungere gli obiettivi climatici globali, soprattutto in Asia, indica il rapporto.

Il crollo del carbone negli Stati Uniti rischia, fra l’altro, di essere almeno in parte vanificato da un maggiore ricorso al gas naturale.

Migliore la situazione in Europa, che in alcuni casi sta saltando spingendo di più nel passaggio dal carbone all’eolico e al fotovoltaico, ma ancora con molte contraddizioni (Il Parlamento Ue spiana la strada ai nuovi progetti fossili).

La generazione da carbone è infatti precipitata del 24% nell’Ue e del 16% negli Stati Uniti l’anno scorso, ed è ora la metà di quella che era nel 2007 sia in Europa che negli USA.

Da 2007, le emissioni di CO2 del settore energetico negli USA sono diminuite del 19-32%, mentre nell’Ue sono calate del 43%, conclude il rapporto.

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