Mentre Intesa SanPaolo, la prima banca italiana, è sulle prime pagine dei giornali per la sua offerta pubblica di scambio su Ubi Banca, terzo istituto per capitalizzazione dopo la stessa Intesa e Unicredit, Greenpeace sta denunciando proprio in questi giorni i finanziamenti che il gruppo finanziario italiano continua a dare alle fonti fossili.

Dalla banca ci sono voci che le erogazioni a favore della green economy aumenteranno da 50 a 60 miliardi” e passerà da 5 a 6 miliardi il plafond destinato a investimenti nell’economia circolare.

Ma Greenpeace chiede a IntesaSanpaolo di fermare subito i finanziamenti alla multinazionale indiana Adani, tra le compagnie più inquinanti al mondo, che sta portando avanti il progetto di sfruttamento del giacimento minerario Galilee in Australia. Greenpaece ha esposto uno striscione sulla facciata della sede di Milano di Intesa Sanpaolo con il messaggio “Basta soldi al carbone – L’Australia brucia”.

Il progetto più controverso di Adani in Australia si chiama Carmichael e prevede la realizzazione di quella che diventerebbe la più grande miniera di carbone a cielo aperto australiana, una tra le più estese al mondo.

Adani vorrebbe estrarre 60 milioni di tonnellate di carbone all’anno per 60 anni: una volta bruciato, questo carbone provocherebbe il rilascio nell’atmosfera di 4,6 miliardi di tonnellate di CO2.

Oltre agli impatti sul clima, la miniera minaccia inoltre di danneggiare ulteriormente la Grande Barriera Corallina, a causa dei lavori di espansione delle infrastrutture portuali necessari a consentire l’aumento dei volumi di commercio. Il costo complessivo dell’opera è stimato intorno agli 11 miliardi di euro, ma l’intensa campagna di pressione internazionale su banche e assicurazioni ha reso estremamente difficile per Adani trovare i capitali necessari.

Quasi 40 tra le principali banche al mondo hanno escluso il loro coinvolgimento nel finanziamento diretto al progetto Carmichael, ma molte di queste continuano a prestare soldi ad Adani. Tra loro c’è anche Intesa Sanpaolo, che ha concesso alla multinazionale indiana due prestiti del valore complessivo di 78 milioni di euro. Purtroppo, è noto come Adani abbia finanziato la propria espansione attraverso prestiti e investimenti intra-societari, per cui parte di questi 78 milioni potrebbero finire proprio nel progetto Carmichael.

“L’istituto finanziario italiano dichiara investimenti nelle fonti verdi, ma al contempo continua a finanziare carbone, gas e petrolio, primi colpevoli dell’attuale crisi climatica. Chiediamo al gruppo torinese di chiudere con quelle aziende, come Adani, che stanno mettendo a rischio il clima del pianeta”, ha spiegato Luca Iacoboni, responsabile campagna energia e clima di Greenpeace Italia.

Lo scorso giugno, l’istituto francese Credit Agricole ha compiuto un passo importante in questa direzione, ovvero lo stop completo agli investimenti nelle società che intendono espandere il carbone, Adani inclusa. Tra le principali banche mondiali, Intesa Sanpaolo rimane invece una delle pochissime a non avere ancora adottato nessuna politica di restrizione dei finanziamenti alle fonti fossili.

Intanto si attendono fatti concreti anche da Unicredit che a novembre aveva annunciato nuovi obiettivi ESG (Environment, Social, Governance) per i prossimi anni: fermare i suoi investimenti nel carbone e di investire di più in fonti rinnovabili

In una nota, il gruppo si è impegnato “ad abbandonare completamente i progetti di estrazione del carbone per la produzione di energia entro il 2023”.

Uno studio del 2018 di World Resources Institute su 35 grandi banche spiega come queste forniscano ancora una valutazione incompleta e limitata, in termini di emissioni, sui progetti finanziati. Sono in particolare trascurate le informazioni e misurazioni sui finanziamenti e prestiti ai progetti fossili.