Il Comune di Bomba e un comitato di cittadini hanno organizzato per il 27 dicembre un corteo e una fiaccolata di protesta contro il progetto di estrazione e liquefazione del gas naturale che la società americana LNEnergy intende sviluppare nell’area del lago artificiale di Bomba, in provincia di Chieti.
Una mobilitazione che riporta al centro dell’attenzione una vicenda lunga oltre dieci anni, segnata da un pronunciamento del Consiglio di Stato che in passato ha fermato lo sfruttamento del giacimento.
La protesta arriva in una fase delicata dell’iter autorizzativo. Nelle ultime settimane LNEnergy ha annunciato il completamento dei principali passaggi tecnici di valutazione ambientale, rivendicando un progetto “profondamente modificato” rispetto al passato e non più confrontabile con quello bocciato negli anni scorsi.
Secondo la società, le criticità storiche sarebbero state superate grazie a una riduzione della capacità produttiva, a nuovi modelli di simulazione e a un sistema di monitoraggio e gestione ritenuto idoneo a garantire la sicurezza dell’area.
Di segno opposto la lettura del Comune e del comitato di cittadini Gestione Partecipata Territorio, che continuano a ritenere il progetto incompatibile con la fragilità del sito.
Per gli oppositori, le rassicurazioni della società non sciolgono il nodo centrale che aveva portato allo stop in passato: l’assenza di una prova scientifica basata su dati raccolti sul campo in grado di escludere rischi gravi e irreversibili. In particolare quelli legati alla subsidenza (abbassamento progressivo del suolo, causato da processi naturali o antropici) e alla sicurezza della diga, che si trova a poche centinaia di metri dal lago e dal giacimento sottostante, come mostra questa immagine di Google.
Il confronto, quindi, non riguarda solo l’opportunità del progetto, ma il modo stesso di interpretare il principio di precauzione e il ruolo delle valutazioni tecniche e dei controlli in corso d’opera.
Una storia lunga oltre dieci anni
Il giacimento di gas di Collesanto, nel sottosuolo dell’area del lago artificiale di Bomba, è noto da tempo ed è stato oggetto, negli anni, di diversi tentativi di sfruttamento.
I precedenti progetti sono stati più volte respinti nel corso delle procedure di valutazione ambientale, fino alla sentenza del Consiglio di Stato del 2015, che ha ritenuto legittimi i giudizi negativi fondati sul rischio di subsidenza e sulla mancanza di una prova scientificamente attendibile della sicurezza della diga, in relazione alo sfruttamento del gas sotto la superficie del lago.
In quella pronuncia, il Consiglio di Stato ha chiarito che, in un contesto caratterizzato da potenziali effetti irreversibili, l’assenza di certezze scientifiche sufficienti costituisce di per sé un motivo valido per fermare l’opera, in applicazione del principio di precauzione.
È su questo precedente che si concentra ancora oggi una parte rilevante della contestazione, perché il progetto attuale insiste sullo stesso giacimento e sulla stessa area geografica, seppur con una configurazione tecnica diversa.
Il nuovo iter e i pareri favorevoli
LNEnergy sostiene che il quadro sia cambiato in modo sostanziale. In una risposta scritta alle domande inviate da QualEnergia.it, la società afferma che “oggi quel giudizio può dirsi superabile nel merito, alla luce di elementi tecnici nuovi e verificabili”.
La società richiama in particolare il parere favorevole della Commissione VIA PNIEC-PNRR del Ministero dell’Ambiente espresso nel luglio 2025, il concerto favorevole del Ministero della Cultura del novembre 2025 e il nulla osta con prescrizioni dell’Ufficio Grandi Dighe del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, rilasciato nel 2024.
“Si tratta di pronunciamenti favorevoli dei competenti ministeri della Repubblica Italiana che hanno valutato il progetto sotto i profili ambientale, paesaggistico-culturale e di sicurezza della diga”, scrive LNEnergy. Secondo la società, questi passaggi chiudono l’istruttoria tecnica sulla compatibilità ambientale, in attesa del decreto finale.
Perché il nuovo progetto sarebbe “non più confrontabile” col vecchio
Uno dei cardini della posizione di LNEnergy è l’idea che il progetto attuale non sia più confrontabile con quelli bocciati in passato.
“L’assetto precedente comprendeva la perforazione di nuovi pozzi, la realizzazione della centrale di trattamento e il metanodotto… Oggi non si prevede la perforazione di ulteriori pozzi e non è prevista la realizzazione del metanodotto”, spiega la società.
A questo si aggiunge la riduzione del 50% della capacità produttiva del giacimento, che la società presenta come un’applicazione concreta del principio di precauzione. Secondo LNEnergy, tale riduzione è stata integrata nei modelli dinamici di giacimento e trasferita nei modelli geomeccanici, consentendo di stimare in modo quantitativo gli effetti di subsidenza, anche in prossimità della diga.
La subsidenza non sarebbe più un evento da misurare ex post, ma un vincolo operativo governato attraverso pressioni, ratei di produzione e soglie di esercizio, indica la società.
Sicurezza della diga e soglie di arresto
Un altro elemento su cui LNEnergy insiste è il contenuto del nulla osta rilasciato dall’Ufficio Grandi Dighe. Secondo la società, il parere non si limita a un assenso di principio, ma introduce condizioni operative stringenti e impone un piano di monitoraggio integrativo specifico per la diga di Bomba, da attivare almeno sei mesi prima dell’avvio dell’estrazione.
“La Direzione MIT competente ha stabilito condizioni di arresto chiare: al raggiungimento di 25 millimetri di cedimento è prevista la sospensione dell’attività per valutare le interazioni con la diga, mentre a 30 millimetri è prevista l’interruzione definitiva”, scrive l’azienda americana.
L’Osservatorio ambientale
LNEnergy presenta l’Osservatorio ambientale ColleSanto Gas Field come una delle principali garanzie del progetto. “L’Osservatorio verifica l’attuazione dei monitoraggi e dell’ottemperanza alle prescrizioni, raccoglie i dati e segnala formalmente eventuali criticità alle autorità competenti”, spiega la società.
Le decisioni finali resterebbero in capo alle amministrazioni pubbliche: al Ministero dell’Ambiente per gli aspetti VIA, al MIT per la sicurezza della diga, alle strutture competenti per l’esercizio minerario. “È nell’interesse del proponente interrompere o ridurre tempestivamente la produzione al primo segnale di scostamento dai parametri di sicurezza”, aggiunge LNEnergy.
Le ricadute economiche
Sul piano economico, LNEnergy richiama uno studio del Centro di ricerca CERVAS dell’Università d’Annunzio, che stima un’attivazione economica complessiva di 328 milioni di euro, circa 1.800 unità di lavoro equivalenti annue e 122 milioni di euro di valore aggiunto nel periodo di costruzione.
La società chiarisce che “l’organico diretto a regime sarà nell’ordine di alcune decine di addetti”, mentre il resto dell’effetto occupazionale riguarderebbe la filiera, i servizi e l’indotto.
La società caratterizza il progetto come funzionale a forniture di GNL alle imprese energivore della Val di Sangro, in base a un protocollo firmato con Confindustria Abruzzo Medio Adriatico.
Gli scenari del gas
LNEnergy colloca il progetto di Bomba in una fase che considera ancora centrale il ruolo del gas nel sistema energetico italiano.
La società sottolinea infatti che “il gas naturale resta un vettore strategico per garantire sicurezza degli approvvigionamenti, flessibilità del sistema e supporto alla decarbonizzazione, soprattutto nei territori a forte vocazione industriale”.
In questa prospettiva, LNEnergy descrive il progetto Collesanto come un’iniziativa orientata al mercato locale, capace di valorizzare una risorsa nazionale, riducendo la dipendenza dalle importazioni e contribuendo alla stabilità dei prezzi per le imprese energivore.
Secondo la società, l’orizzonte temporale di circa 20 anni è coerente con la funzione del gas come combustibile di transizione e con i tempi necessari a completare il percorso di elettrificazione e decarbonizzazione dei settori più difficili da convertire.
Questa lettura si confronta però con uno scenario di domanda in rapido mutamento. “La domanda italiana di gas è diminuita di circa il 16% rispetto al 2021 e dovrebbe attestarsi nel 2025 intorno ai 61 miliardi di metri cubi, circa 12 miliardi in meno rispetto ai livelli pre-crisi”, dice a QualEnergia.it Francesca Andreolli, ricercatrice senior su energia ed efficienza energetica del think tank ECCO.
In questo contesto, spiega Andreolli, “il ridimensionamento del ruolo del gas come combustibile di transizione avrà effetti diretti sull’utilizzo delle infrastrutture gas, che difficilmente saranno impiegate in modo continuativo per orizzonti temporali lunghi come quelli ipotizzati da molti progetti”.
Il rischio, secondo la ricercatrice, è quello di sovrainvestimenti in infrastrutture destinate a diventare sottoutilizzate ben prima del completo ammortamento.
“Sovradimensionare o prolungare nel tempo investimenti in infrastrutture gas che richiedono oltre vent’anni per essere ripagate, andando oltre le traiettorie previsionali della domanda – ha spiegato – rischia di tradursi in costi incagliati, con effetti sulla competitività e oneri potenzialmente a carico dei consumatori finali” (Snam punta sul gas con una domanda europea in declino strutturale).
La replica del comitato: “le criticità restano tutte”
Tornando alle rassicurazioni della società, Massimo Colonna, presidente del comitato di cittadini Gestione Partecipata Territorio, ribadisce che il nodo centrale non è mai stato sciolto.
“Non esiste nessun approfondimento scientifico con dati certi in grado di smontare i rischi storicamente accertati: subsidenza, sismicità indotta, riattivazione delle frane. Questo era il cuore delle bocciature precedenti e resta il cuore del problema oggi”.
“La stessa società ammette di aver utilizzato modelli affetti da un elevato margine di errore, perché non basati su dati scientifici raccolti sul campo. Usano dei software, ma se i dati di input non sono reali, puoi farli girare e far dire ai modelli quello che vuoi tu”, afferma il presidente del comitato.
Proprio per rafforzare quei modelli, aggiunge Colonna, la società aveva chiesto di poter lavorare per un anno, vendendo il gas per finanziare gli approfondimenti necessari. “Ma quegli studi sul campo non sono mai stati fatti”, ribadisce.
Il presidente del comitato contesta anche l’impostazione che fa leva sul monitoraggio in corso d’opera. “Chiedere di estrarre gas per un anno per finanziare gli studi necessari a rafforzare i modelli è l’opposto dell’applicazione del principio di precauzione. L’assenza di rischi gravi deve essere accertata prima, non dopo”.
L’Osservatorio come segno di incertezza
Secondo Colonna, il fatto stesso che il Comitato VIA auspichi la creazione di un Osservatorio ambientale dimostra quanto la situazione resti incerta.
“Se la valutazione arriva al punto di prevedere un Osservatorio per monitorare quello che succede durante l’attività, significa che il rischio non è stato scientificamente escluso prima. Ed è l’antitesi dell’applicazione del principio di precauzione: la certezza dell’assenza di rischi inaccettabili deve esserci prima, non mentre l’opera è in funzione”, dice Colonna, che non ritiene l’istituzione dell’Osservatorio ambientale una rassicurazione, ma la dimostrazione che i dubbi non sono stati risolti.
Colonna spinge la critica anche sul piano giuridico. “Il diritto italiano non consente di riproporre più volte allo Stato la stessa istanza. Qui il progetto è invariato nella sostanza: si tratta sempre di estrazione e trattamento del gas. Su questo intervento lo Stato italiano si è già pronunciato ai massimi livelli, con bocciature e una sentenza del Consiglio di Stato. Non si può continuare a ripresentare lo stesso progetto cambiandone solo la forma”, sostiene.
Una partita ancora aperta
Il confronto tra LNEnergy e il territorio resta quindi acceso.
Da un lato, la società rivendica un progetto profondamente rivisto, valutato positivamente dagli organi tecnici dello Stato e corredato da soglie di sicurezza e sistemi di monitoraggio stringenti.
Dall’altro, il Comune di Bomba e il comitato di cittadini continuano a ritenere che le criticità di fondo non siano state superate e che il principio di precauzione venga, di fatto, ribaltato, perché la verifica dell’assenza di rischi viene demandata al monitoraggio in corso d’opera, anziché essere dimostrata in modo convincente prima dell’avvio delle attività.
In questo quadro, nonostante gli ultimi passaggi burocratici delineati dalla società e quelli attesi nei prossimi mesi, la vicenda appare destinata a rimanere aperta, con ulteriori sviluppi sul piano giudiziario e amministrativo che potrebbero riportare il progetto davanti ai tribunali. Comune di Bomba e comitato di cittadini ipotizzano infatti un ricorso al TAR dell’Abruzzo.



























