Energia, cosa non torna nell’informativa del governo alla Camera

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Meloni rivendica misure emergenziali come il taglio delle accise e il rimborso ai termoelettrici soggetti all'Ets, mentre calano le stime di crescita del Pil sotto il peso della crisi energetica.

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Cosa ha fatto finora il governo italiano, e cosa ha intenzione di fare, di fronte a quella che il direttore esecutivo della Iea, Fatih Birol, ha definito la peggior crisi energetica della storia, “più grave di quelle del 1973, 1979 e 2022 messe insieme”?

La risposta, per nulla rassicurante, è contenuta in diversi passaggi dell’informativa alla Camera tenuta ieri, 9 aprile, dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (link al testo in basso).

Il punto di partenza del ragionamento è la crisi geopolitica legata al Medio Oriente. La presidente del Consiglio ha richiamato esplicitamente l’aumento mondiale del prezzo del petrolio e il pericolo di uno “shock energetico” con ulteriori rincari per energia, carburanti e beni di consumo.

La risposta del governo, secondo quanto afferma, si è mossa su due direttrici: da un lato l’azione diplomatica per garantire forniture (con missioni in Paesi produttori come quelli del Golfo, Algeria e altri partner energetici), dall’altro interventi interni per contenere i prezzi, in primis l’articolo 6 del Dl Bollette, sul quale Meloni si è detta “fiduciosa” in un via libera da Bruxelles.

Appaiono entrambe strade che denotano un’assenza di prospettiva. Sul tema degli approvvigionamenti, il discorso insiste molto sulla diversificazione. L’Italia viene descritta come un Paese strutturalmente importatore di energia e quindi esposto agli shock esterni. Da qui deriva la scelta di rafforzare relazioni con diversi fornitori: non solo Medio Oriente, ma anche Nord Africa e, in prospettiva, altri partner come l’Azerbaigian e Paesi africani.

Ma continuare a legare la politica energetica italiana a nuove forniture fossili rischia di condannarci a un futuro in cui l’energia costerà di più, in controtendenza rispetto a esempi virtuosi molto vicini a noi, come quello della Spagna, che accelerando sulle rinnovabili ha invece abbassato i costi in bolletta. Anche lo stesso taglio delle accise, misura emergenziale che viene ciclicamente riproposta in casi simili, rappresenta l’evidenza di un modello sbagliato alla radice.

Le “bandierine” del governo

Accanto a queste misure congiunturali, c’è un passaggio importante sulla strategia energetica più “strutturale”. Meloni sostiene che il governo abbia adottato un decreto (l’ultimo Dl Bollette, convertito in legge proprio ieri) volto a ridurre “in modo strutturale” il costo dell’energia, sottolineando che si tratta di un intervento che ha inciso anche sugli interessi delle grandi aziende energetiche, ma che è stato “accolto con grande favore dal mondo produttivo”.

In attesa di capire se il provvedimento centrerà gli obiettivi che si è posto il governo in tema di sicurezza e costo dell’energia, sottolineiamo come all’interno del testo sia stata disposta l’anacronistica proroga delle centrali a carbone fino al 2038 e la sterilizzazione della componente Ets dal prezzo dell’elettricità prodotta con fonti fossili.

Per quanto riguarda le rinnovabili, il passaggio più rilevante è legato al funzionamento del sistema europeo di prezzo dell’energia. Meloni non mette in discussione direttamente il ruolo delle Fer, ma critica il fatto che il meccanismo attuale dell’Ets finisce per incidere anche sul costo dell’energia prodotta da queste fonti, “gonfiando artificialmente” i prezzi.

Il riferimento è al noto art.6 del decreto, che – come sappiamo – rimborserebbe ai produttori termoelettrici a gas la spesa per i permessi Ets e la cui entrata in vigore, nel 2027, è subordinata all’ok della Commissione europea.

La presidente del Consiglio ha ribadito un cauto ottimismo sull’esito del confronto con Bruxelles. “È una norma che, come si sa, richiede l’autorizzazione dell’Ue ma […] siamo al lavoro con la Commissione europea e siamo fiduciosi che l’obiettivo si possa raggiungere”, ha affermato, collegando il via libera anche alle aperture contenute nelle recenti conclusioni del Consiglio europeo.

La premier  descrive l’Ets come uno strumento nato per disincentivare le emissioni ma che, nella situazione attuale, contribuisce ad aumentare i prezzi dell’energia. Sottolinea che, per l’Italia, l’impatto può arrivare fino a 30 €/MWh, circa un quarto del prezzo dell’elettricità. Da qui la richiesta di interventi europei: maggiore flessibilità nel breve termine e una revisione strutturale per ridurne volatilità e impatto.

In questo quadro, il governo italiano propone anche misure più incisive, come la sospensione temporanea dell’Ets per la produzione elettrica da fonti termoelettriche, almeno finché i prezzi delle fonti fossili resteranno elevati a causa della crisi internazionale.

I conti non tornano

Secondo alcuni scenari delineati in un webinar di Ata Insights con Afry, Bird & Bird e Green Horse, il citato art.6 presenterebbe però diversi limiti e contraddizioni (L’articolo 6 del Dl Bollette e il nodo export che rischia di ridimensionarne l’impatto).

La piena attuazione del rimborso Ets non ne eliminerebbe i costi, ma semplicemente li redistribuirebbe, spostandoli dalle offerte dei produttori alle bollette. Questo consentirebbe ai termoelettrici di offrire energia a prezzi più bassi, riducendo il Pun.

Le simulazioni mostrano però che, in uno scenario di applicazione piena, gli effetti sarebbero molto forti: i prezzi dell’energia scenderebbero sensibilmente (fino a circa -35 €/MWh), ma questo produrrebbe conseguenze sistemiche. L’Italia potrebbe diventare esportatore netto di energia, vendendo all’estero elettricità resa più economica grazie a un meccanismo finanziato dai consumatori italiani.

Ed è proprio questo il nodo principale. L’Arera ha già chiarito che intende evitare questo scenario, calibrando il rimborso per mantenere gli scambi con l’estero su livelli simili a quelli attuali. Questo implica che l’effetto reale della misura sarà probabilmente molto più limitato rispetto alle simulazioni teoriche.

Un secondo fronte critico riguarda gli effetti sul mercato e sugli investimenti. La riduzione del prezzo dell’energia colpirebbe i ricavi delle rinnovabili e ridurrebbe anche la redditività delle batterie. Inoltre, potrebbe creare problemi nei contratti di lungo termine (Ppa): se il prezzo scende, molti accordi esistenti perderebbero equilibrio economico, aprendo la strada a rinegoziazioni o contenziosi.

Si naviga a vista

Intanto il Paese si sta preparando a rivedere al ribasso le stime di crescita del Pil per tenere conto dell’impatto negativo dell’aumento dei prezzi dell’energia. Secondo fonti anonime citate da Reuters, il governo ridurrà la sua stima di crescita per quest’anno allo 0,5% o allo 0,6% rispetto all’attuale obiettivo dello 0,7%, e abbasserà le previsioni per il prossimo anno allo 0,6% o allo 0,7% dallo 0,8%.

“Le revisioni al ribasso delle previsioni di crescita sono limitate e sono principalmente attribuibili a fattori esterni e temporanei, in primis la crisi energetica“, ha affermato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aggiungendo che l’Ue dovrebbe valutare una sospensione temporanea delle regole sul deficit di bilancio qualora il conflitto in Iran dovesse riacutizzarsi.

La percezione di un governo che naviga a vista in un mare di fossili emerge fortemente anche dalle dichiarazioni rilasciate oggi dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, a Radio 24.

“A fine aprile – ha detto – faremo la valutazione sulle accise. Prorogare vuol dire tassare tutti i cittadini perché si tratta di ribaltare su altri o sul sistema più allargato l’onere che è di quasi un miliardo al mese, quindi un onere pesante. La misura non può essere fatta a debito perché rischieremmo di sforare il 3% di deficit con conseguenze sui tassi di interesse e sulla credibilità. Verrebbe a costare molto di più agli italiani”.

Tra il 28 e il 29 di aprile “se i prezzi delle forniture saranno ancora alti verrà fatta una valutazione”. Ancora una volta, l’esecutivo “calcia il barattolo” più in avanti e insegue le crisi piuttosto che governarle con piani seri che accelerino sulle rinnovabili. Nello specifico, sulla mobilità, continuano ad essere ignorate le richieste di incentivi stabili e pluriennali (e non a sportello, come accade adesso) per l’acquisto di auto elettriche, oppure l’invito a mettere in atto una riforma completa della fiscalità auto con incentivi forti per flotte aziendali.

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