Gas e petrolio Ue, quasi metà arriva da regimi autoritari

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La mappa geopolitica delle forniture energetiche europee tra rotte petrolifere vulnerabili, instabilità dei fornitori e nuove tensioni nel Golfo Persico.

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Una larga parte delle forniture energetiche dell’Unione europea continua a provenire da paesi politicamente instabili o non democratici, nonostante la drastica riduzione delle importazioni dalla Russia.

È uno dei risultati più rilevanti del rapporto “Europas energikvadrilemma”, pubblicato da Offshore Norge e dalla società di consulenza Econ Management, che analizza l’origine delle importazioni energetiche dell’Ue e la loro relazione con fattori geopolitici e istituzionali.

Circa il 42% del gas e il 47% del petrolio importati dall’Ue provengono oggi da regimi autoritari, una quota che evidenzia la vulnerabilità strategica del sistema energetico europeo anche dopo la riduzione della dipendenza dalla Russia.

Questo quadro emerge in un momento particolarmente delicato per i mercati energetici globali.

Le tensioni nel Golfo Persico e il rischio di interruzioni nelle principali rotte di esportazione di gas e greggio (Attacco all’Iran: impatti su petrolio e gas e possibili scenari) ricordano quanto la sicurezza energetica europea resti profondamente legata a dinamiche geopolitiche che sfuggono al controllo diretto dell’Unione. E anche quanto sarebbe logico e consigliabile puntare con maggiore decisione sulle rinnovabili, che una volta installate non dipendono dalla fornitura di alcun carburante o combustibile.

Il dopo Russia: più Norvegia e Stati Uniti, ma non basta

L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha innescato una trasformazione senza precedenti nella geografia delle forniture energetiche europee.

Prima della guerra, la Russia era il principale fornitore energetico dell’Ue, con il 45% del gas importato e il 25% del petrolio. Nel 2025, queste quote sono scese rispettivamente al 13% per il gas e al 2% per il petrolio.

La sostituzione delle forniture russe è avvenuta soprattutto attraverso un aumento delle importazioni da Norvegia e Stati Uniti. L’anno scorso, la Norvegia ha coperto circa il 32% del gas importato dall’Ue, mentre gli Stati Uniti arrivano al 26%, grazie soprattutto alla crescita del gas naturale liquefatto.

Nell’illustrazione, il riepilogo dei risultati contenuti nel rapporto, consultabile dal link in fondo a questo articolo.

Questa riconfigurazione ha migliorato la sicurezza energetica europea sotto alcuni aspetti, pur sottoponendola alle volubilità e strumentalizzazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Tuttavia non ha eliminato il problema di fondo: una quota rilevante delle forniture continua a provenire da paesi con sistemi politici autoritari o instabili.

Gas più “democratico”, petrolio molto meno

Lo studio mostra una differenza significativa tra il mercato del gas e quello del petrolio.

Per il gas fossile, circa il 37% delle importazioni europee proviene da democrazie consolidate, principalmente Norvegia e Regno Unito, mentre un ulteriore 27% arriva da democrazie imperfette, tra cui gli Stati Uniti.

Il quadro cambia radicalmente se si guarda al petrolio. Solo circa il 21% delle importazioni petrolifere europee proviene da democrazie consolidate, mentre quasi la metà arriva da regimi autoritari, tra cui Kazakhstan, Arabia Saudita, Libia, Iraq e Russia.

Il motivo è che oltre l’80% delle riserve globali di petrolio e gas è concentrato in stati autoritari, mentre solo una piccola quota si trova in paesi classificati come democrazie pienamente funzionanti.

Questo squilibrio è chiaramente problematico: anche se l’Europa volesse privilegiare fornitori democratici, la disponibilità di risorse globali rende questa strategia difficilmente realizzabile su larga scala.

Instabilità politica e sicurezza energetica

Oltre alla natura dei regimi politici, il rapporto analizza anche la stabilità dei paesi fornitori.

Secondo le classificazioni della Banca mondiale citate nello studio, il 78% del petrolio importato dall’Ue proviene da paesi considerati politicamente instabili o molto instabili, mentre per il gas la quota scende ma resta comunque significativa (Gas, diritti violati e armi: cosa ci insegna il caso Total-Mozambico).

Questo elemento rafforza la dimensione geopolitica della sicurezza energetica. Le forniture europee dipendono in larga misura da regioni dove conflitti, tensioni politiche o rivalità regionali possono avere effetti diretti sui flussi di petrolio e gas. Il Medio Oriente, il Nord Africa e alcune regioni dell’Asia centrale rientrano tutte in questa categoria.

Il nuovo “quadrilemma” energetico

Tradizionalmente, la politica energetica viene descritta attraverso il cosiddetto “trilemma energetico”: sicurezza delle forniture, sostenibilità ambientale e prezzi accessibili.

Secondo gli autori del rapporto, però, quella europea deve essere interpretata come un “quadrilemma energetico”, in cui la stabilità geopolitica dei partner commerciali diventa un ulteriore fattore centrale.

La guerra in Ucraina ha mostrato quanto la dipendenza da un singolo fornitore possa diventare uno strumento di pressione politica. Le tensioni nel Golfo Persico, con i rischi per le principali rotte petrolifere globali, ricordano che vulnerabilità simili esistono ancora oggi in altre regioni cruciali per il mercato energetico mondiale.

L’Europa resta un grande importatore di combustibili fossili

La dipendenza europea dalle importazioni è strutturale. Secondo il rapporto, l’Unione europea importa circa il 90% del petrolio e del gas che consuma, perché la produzione interna è relativamente limitata rispetto alla domanda del continente.

Il sistema energetico europeo continua inoltre a essere dominato dai combustibili fossili: petrolio e gas rappresentano ancora circa il 60% dell’energia primaria disponibile nell’Ue, nonostante la crescita delle fonti rinnovabili.

Questa struttura riflette in parte il peso di settori difficili da elettrificare nel breve periodo, come l’industria e una parte del riscaldamento.

Questa dipendenza rende inevitabile una riflessione sulla qualità politica dei paesi fornitori. “Se l’Europa vuole agire come un’area fondata su pace, democrazia e diritto internazionale, è necessario valutare in modo più ampio e sistematico i partner energetici attuali e futuri”, osservano gli autori nello studio.

Un dilemma destinato a durare

La transizione energetica europea mira a ridurre progressivamente il consumo di combustibili fossili. Tuttavia gli scenari analizzati nello studio indicano che petrolio e gas continueranno a far parte del mix energetico europeo per molti anni.

Anche negli scenari più ambiziosi di decarbonizzazione, l’Ue continuerà a importare quantità significative di combustibili fossili almeno fino al 2040, dice Offshore Norge, che precedentemente era la Norwegian Oil and Gas Association, cioè la principale associazione norvegese dei settori petrolifero, del gas e dell’eolico offshore.

Questo significa che il dilemma geopolitico delle forniture energetiche non scomparirà nel breve periodo, secondo l’organizzazione.

Ridurre la dipendenza da regimi autoritari, garantire prezzi accessibili e allo stesso tempo accelerare la transizione energetica rappresentano obiettivi difficili da conciliare, anche nel contesto di sviluppo delle energie rinnovabili, visto il ruolo primario svolto dalla Cina in queste tecnologie.

Proprio questa tensione tra sicurezza, sostenibilità e geopolitica definisce oggi una delle sfide più complesse della politica energetica europea.

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