Le conclusioni del volume “L’illusione nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili“, di Gianni Silvestrini e Giuseppe Onufrio (Edizione Ambiente), 240 pp.
La tecnologia nucleare è in netto declino nel mondo occidentale, e da anni.
Se in Italia – con due referendum dall’esito schiacciante – e in pochi altri Paesi, tra cui la Germania, la chiusura del nucleare è stata una decisione politica sostenuta dalla maggioranza della popolazione, non è stato così nei due Paesi democratici più rilevanti in campo nucleare, cioè Stati Uniti e Francia.
L’illusione di un rilancio del nucleare
In questi Paesi il parco nucleare va invecchiando e la nuova generazione di reattori nucleari di tecnologia francese e americana – di cui si sono costruiti pochissimi esemplari – si è rivelata un fallimento sul piano economico.
La tecnologia nucleare, nei Paesi in cui c’è sufficiente trasparenza nei costi, ha visto crescere nel tempo il costo per kW installato. Le fonti rinnovabili e i sistemi di accumulo, invece, si sono dimostrati capaci di riduzioni sensazionali nei costi di produzione. E lo stesso sta avvenendo nel settore della mobilità elettrica.
Il grande battage sui “piccoli reattori modulari”, sui quali c’è effettivamente un gran numero di iniziative, al momento in cui scriviamo non ha ancora prodotto nulla: nessun impianto oggi funziona nei Paesi occidentali nemmeno come prototipo industriale.
E, se la questione dei costi economici e dei tempi di costruzione è il principale problema dei reattori di generazione III+ francesi e americani, il puntare su versioni di minori dimensioni da costruire in serie non ha allo stato delle cose alcuna possibilità di produrre elettricità da nucleare a costi competitivi.
Che questo possa poi accadere in Italia è ancora più improbabile. Lo scenario presentato dal Piano nazionale energia e clima dal governo Meloni prevederebbe, al minimo, 7,6 GW di potenza di piccoli reattori modulari.
Questi hanno una potenza di 3-400 MW – una potenza e dunque una dimensione superiore a quella dei vecchi reattori di Latina, Garigliano e Trino Vercellese – e ne servirebbero quindi almeno una ventina. Immaginare una ventina di siti che li ospitino in un Paese che non ha ancora risolto la gestione dei suoi rifiuti nucleari va oltre qualunque senso minimo di realtà.
La motivazione dichiarata dal governo per cui si dovrebbe fare ricorso al nucleare è che uno scenario interamente basato sulle rinnovabili, benché tecnicamente fattibile, avrebbe maggiori costi economici per 17 miliardi di euro. Questa cifra, da interpretare come cifra cumulata al 2050, non è mai stata dimostrata dal governo.
Nella copiosa documentazione fornita sulla Piattaforma nazionale per un nucleare sostenibile, infatti, manca del tutto il dato economico relativo ai piccoli reattori modulari. E, aggiungiamo, non potrebbe essere diversamente, visto che si tratta di reattori non meglio precisati in termini di tecnologia e di cui non si hanno nemmeno i progetti sulla carta.
Dunque, il Pniec, documento che indirizza la politica energetica italiana, è basato su un sostanziale falso ideologico.
Oltre a questo, contrariamente al passato, oggi non si vede alcun investitore privato in Italia che voglia percorrere questa strada. E non c’è alcuna intenzione, come dichiarato più volte dal ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica Pichetto Fratin, di finanziare con risorse pubbliche la ripartenza del nucleare in Italia. L’unica cosa certa è che verranno spesi soldi per la propaganda a favore del nucleare. Questo libro è, in questo senso, un antidoto a tale propaganda pro-nucleare basata sostanzialmente sul nulla.
La rivoluzione delle rinnovabili è in corso
La riduzione del ruolo dei combustibili fossili nel mondo, sollecitata dalle emergenze climatiche e auspicata nelle ultime Cop si basa su diversi strumenti.
L’efficienza energetica è riconosciuta come fondamentale per offrire servizi con minor consumo di energia. L’Unione europea, per esempio, ha ridotto il suo consumo di energia primaria del 18,3% tra il 2005 e il 2024. E diventerà sempre più importante il processo di elettrificazione che sta iniziando localmente ad avere successo. Uno dei Paesi a più alto livello di elettrificazione è la Cina, con il 32% dei consumi finali coperti dall’energia elettrica.
In questo contesto, la dinamica della mobilità elettrica merita una riflessione. Si prevede che la quota di mercato dei veicoli elettrici a batteria raggiungerà nel mondo il 21,5% entro la fine del 2025 e fino al 26% nel 2026, supportata da una nuova generazione di veicoli elettrici a prezzi accessibili.
Il settore in cui è più complesso ottenere risultati in termini di riduzione dei consumi e delle emissioni è quello dell’edilizia. Tuttavia, dal 2019, la spesa complessiva per ristrutturazioni e involucri edilizi in Cina, Stati Uniti e Ue è aumentata di oltre il 20%, raggiungendo circa 120 miliardi di dollari nel 2024. Peraltro, vanno considerati i nuovi consumi, come quelli in rapida crescita dell’aria condizionata, che dal 2000 hanno registrato un incremento annuo del 4%.
E poi c’è l’industria, che ha registrato a livello mondiale la crescita più forte dal 2019, contribuendo per due terzi all’aumento totale della domanda globale di energia. Il settore industriale può essere suddiviso in settori ad alta intensità energetica, responsabili di tre quarti della domanda industriale totale, e settori a bassa intensità energetica, responsabili della restante parte. L’impegno riguarda diversi comparti, dall’acciaio all’alluminio al cemento per contenere le emissioni.
Ma il vero cambio di marcia sul fronte del taglio della CO2 si è innescato all’inizio del secolo con il miglioramento delle prestazioni e la forte riduzione dei costi di alcune tecnologie rinnovabili, a partire dall’eolico e dal solare.
Si sta assistendo alla positiva irruzione sulla scena di questi nuovi attori, che fra una decina di anni potrebbero dominare il panorama energetico posizionandosi al primo e al secondo posto della generazione elettrica mondiale, a fronte di un deciso calo del carbone.
L’ultimo World energy outlook 2025 della Iea, pubblicato durante i giorni di apertura del vertice sul clima Cop30 in Brasile, indica che il carbone ha raggiunto o è prossimo al picco, mentre il petrolio dovrebbe seguire intorno al 2030 e il gas entro il 2035, sulla base delle intenzioni politiche dichiarate dai governi mondiali.
La crescita del solare è esplosiva: ai tempi dell’Accordo di Parigi nel 2015 forniva l’1% dell’elettricità mondiale, mentre nel 2024 è arrivato a coprire il 6,9% della domanda globale (2.129 TWh); nella prima metà del 2025 ha fornito l’8,8% dell’elettricità del pianeta.
La crescita così rapida ha fatto sì che, in tempi molto più brevi del previsto, i livelli di produzione si avvicinassero alle stime elaborate subito dopo l’Accordo di Parigi. All’epoca, gli scenari infatti avevano sottostimato la velocità del calo dei costi, lo slancio politico e l’espansione della produzione.
In sostanza, l’energia pulita riesce a tenere il passo con la crescita della domanda, e nel medio e lungo periodo arriverà a ridurre drasticamente l’impiego dei fossili. Anche perché sta notevolmente ampliandosi la platea dei Paesi impegnati nelle rinnovabili.
Nel 2015, nove delle dieci nazioni con la maggiore capacità di energia solare erano membri dell’Ocse e rappresentavano il 59% della nuova capacità solare a livello mondiale, mentre nel 2024 la quota Ocse nelle nuove installazioni è scesa al 27%, con due terzi della nuova capacità solare installata nei mercati emergenti.
Gli investimenti globali nella transizione energetica hanno raggiunto un nuovo record di 2,4 trilioni di dollari nel 2024, con un aumento del 20% rispetto ai livelli del 2022 e del 2023, portando gli investimenti in energie rinnovabili a 807 miliardi di dollari.
Insomma, il mondo sta cambiando rapidamente e la quota dei combustibili fossili è destinata a raggiungere un picco, a fronte della crescita dell’efficienza, delle rinnovabili, dei sistemi di accumulo, della mobilità elettrica. Un processo di decarbonizzazione imposto dall’emergenza climatica, ma favorito dall’economicità delle tecnologie alternative ai fossili.
Come abbiamo già detto, il nucleare ha visto la sua quota nella generazione elettrica calare al 10% rispetto a una trentina di anni fa, quando aveva toccato il 17,6% della produzione mondiale. Costi sempre più elevati e difficoltà di accettabilità sociale hanno frenato l’evoluzione di questa tecnologia.
Visti i risultati negativi in termini di tempi di realizzazione e di investimenti in Occidente dei reattori convenzionali, adesso si assiste all’attesa messianica sugli Smr, anche se nessuno ha ancora mai dimostrato come riducendo la taglia si possano comprimere i costi unitari dell’elettricità da questi (futuribili) impianti. E, in ogni caso, servirebbero centinaia di unità per ottenere una eventuale riduzione.
In altre parole, mentre le rinnovabili crescono rapidamente sottraendo spazio ai fossili, quello dei piccoli reattori rischia di rimanere un miraggio. Anzi, di ostacolare la rapidità della transizione sia creando confusione nell’opinione pubblica, sia sottraendo risorse a efficienza e rinnovabili.
L’Italia gioca in retroguardia
Sui costi di un sistema basato sulle rinnovabili è intervenuto di recente un rapporto di Terna, che insiste sui maggiori costi di un sistema elettrico basato solo sulle rinnovabili, secondo il quale andare oltre il 90% di quota delle rinnovabili sarebbe economicamente inefficiente.
Al di là del fatto che un obiettivo del 90% di rinnovabili è ancora ben lontano, la questione centrale, come si è cercato di descrivere in queste pagine, riguarda i sistemi di accumulo e i loro costi. Nel rapporto, che delinea uno scenario al 2050 e che tiene conto delle riduzioni di costo, Terna però omette di citare tecnologie che sono già sul mercato o sul punto di entrarvi con un potenziale di riduzione dei costi notevole.
In un quadro di sostanziale ostacolo allo sviluppo delle rinnovabili, con una normativa autorizzativa farraginosa e in continuo cambiamento, ingiustificate moratorie regionali, la politica energetica italiana mostra un solo vero obiettivo: difendere il primato del gas fossile e delle auto a combustione interna.
Nonostante la maggior parte dell’industria elettrica sia pronta a investire nella transizione energetica e un rapido sviluppo di queste tecnologie sia possibile, un’evoluzione di questo genere potrebbe detronizzare il gas fossile dal suo ruolo nel sistema elettrico.
Altre tecnologie, come le pompe di calore, le cucine a induzione e gli interventi di efficientamento, potrebbero spiazzare il gas dai consumi nel settore civile, così come anche in quello industriale ci sono ampi margini di manovra sia per elettrificare gli usi finali che per fornire calore a medie temperature e sviluppare sistemi di accumulo termico.
È dunque a questo che mira il battage sul nucleare e il quadro ostativo nei confronti delle rinnovabili: una vera e propria “resistenza fossile” per prendere tempo e cercare di vincolare il Paese a un futuro in cui il gas fossile rimane al centro del sistema energetico.
Gas fossile che è una delle fonti da eliminare progressivamente se si vuole uscire dalla crisi climatica. Questa reazione fossile non la vediamo solo in Italia: l’amministrazione Trump ne è l’alfiere principale, nonostante proprio negli Stati Uniti vediamo due esempi di transizione in corso – basata sullo sviluppo delle rinnovabili e dei sistemi di accumulo – in due Stati di opposta tendenza politica come la California e il Texas.
Per contrastare questa situazione è nata una iniziativa di oltre un centinaio tra esperti, esponenti dell’industria, dell’associazionismo e del sindacato, il 100% Rinnovabili Network, di cui fa parte anche chi scrive.
Nell’ambito delle iniziative del network è stato elaborato un documento, firmato da una quindicina di accademici e ricercatori, per spiegare come un sistema energetico basato sulle rinnovabili sia possibile e auspicabile per l’Italia. Il documento Verso la neutralità climatica con elettricità 100% rinnovabile ha delineato in 40 punti il quadro di politiche, misure e opzioni per realizzare la transizione energetica in Italia.
Questa posizione è stata totalmente ignorata dal governo, che continua su una linea basata su tecnologie nucleari che non esistono commercialmente e che appaiono solo un diversivo per rallentare la transizione energetica.
La transizione è possibile anche in Italia, ma questo significherebbe spiazzare progressivamente le fonti fossili, a partire dal gas utilizzato nel settore elettrico, tuttora dominante e causa dei più alti costi dell’elettricità.




























