Allarme clima, allarme guerra, allarme dipendenza energetica, allarme rischio di black-out.

Tutta Europa grida che è tempo di abbandonare i fossili, gas russo in primis, e passare massicciamente alle rinnovabili.

In questo caos, in Italia ci sono però alcune oasi di pace, dove la vita scorre serenamente, indifferente ai rischi che corriamo.

Uno è il ministero della Cultura, che continua come se niente fosse a mettere i bastoni fra le ruote a ogni impianto a rinnovabili, con motivazioni sempre più fantasiose, come non interrompere con le turbine eoliche la piattezza del Tavoliere delle Puglie (figuriamoci allora l’ancora più piatto orizzonte del mare…).

L’altro è una new entry: il ministero dell’Agricoltura e Foreste che, su input di Cingolani (allarmato non dallo stallo delle rinnovabili, ma dal fantomatico shopping di terreni agricoli per il FV), ha inserito, nel decreto legge 17 del primo marzo 2022, nuove norme per l’installazione di solare sui terreni agricoli.

Da una parte sono stati un po’ allentati i limiti alla possibilità di installare impianti solari FV a terra, partecipando ad aste e ricevendo incentivi e portando il precedente divieto totale al, tenetevi forte, 10% del totale della superficie della singola azienda.

Al tempo stesso, però, il limite è stato esteso anche all’installazione degli impianti agrovoltaici, che nel decreto del 2012 potevano ricevere incentivi senza limiti di superficie.

“La cosa è particolarmente paradossale – ci dice Franco Miglietta, dirigente di ricerche agronomiche al Cnr, oggi in pensione – perché quegli impianti innovativi, consentono sia di coltivare che di produrre energia, e non si vede quindi perché sottoporli a questo limite”.

Proviamo a chiederlo a Luca D’Apote, responsabile energia di Coldiretti, che è l’associazione di agricoltori che più si batte contro l’uso del terreno agricolo per la produzione energetica.

“I campi devono restare liberi per la produzione di cibo, a parte una piccola area, sui tetti o sui campi, che può essere usata per soddisfare le esigenze di autoconsumo dell’azienda agricola. Produrre energia per la rete, non è compito degli agricoltori”.

In realtà non tutto ciò che è indicato come terreno agricolo in Italia, lo è davvero: in quella definizione ci sono discariche, cave, bacini idrici, campi abbandonati da secoli, pascoli inariditi, eccetera.

Ma Coldiretti non dimostra il minimo interesse nel ridefinire quali siano i veri terreni agricoli italiani, preferisce restino alle ortiche, piuttosto che contaminarli con l’odiato fotovoltaico, e se gli si fa notare che c’è una emergenza energetica in corso…

“Secondo i nostri studi, installare fotovoltaico sui tetti di case e industrie è più che sufficiente per il nostro fabbisogno”, dicono da Coldiretti.

Il fatto che quel tipo di installazione sia molto più cara che a terra, e che in nessun paese al mondo si cerchi di fare la transizione energetica solo sui tetti, non interessa a Coldiretti. Mentre l’associazione pare avere un’idea piuttosto originale sull’agrivoltaico.

“A noi pare sia solo una scusa per produrre energia elettrica incentivata sui terreni agricoli coltivando due zucchine o mettendo due pecorelle sotto i pannelli”, ci rivela D’Apote, seppellendo così anni di studi e sperimentazioni in tutta Europa, che hanno dimostrato come non solo l’agrivoltaico consenta di far convivere agricoltura e produzione elettrica solare, ma che in molti casi, grazie all’effetto di ombreggiamento mirato sulle piante in certi periodi, può anche far crescere i raccolti (si vedanoi molti esempi nel  mini-report di QualEnergia.it, ndr).

Insomma, ecco da dove arriva l’idea del 10%: da una concezione ottocentesca dell’agricoltura, con un’idea quasi mistica del terreno agricolo e diffidente di ogni possibile cambiamento.

Per avere un parere un po’ più da XXI secolo, abbiamo chiesto lumi alla seconda più importante associazione agricola italiana, Confagricoltura, nella persona della sua responsabile energia e clima, Roberta Papili.

“Noi siamo sempre stati contrari a questo genere di limitazioni, in quanto vediamo il fotovoltaico come una grande occasione per dare reddito agli agricoltori, che oggi sono quasi tutti in gravi difficoltà economiche. Siamo convinti che dove l’agricoltura è di alta qualità e redditizia, nessuno la trasformerà mai in distese di pannelli, mentre questi possono essere di aiuto dove è più povera, magari occupando i terreni più marginali e improduttivi”, ci ha detto Roberta Papili.

Il cambiamento contenuto nel decreto del primo marzo, per Confagricoltura, da una parte è positivo, perché apre la porta per la prima volta all’accesso agli incentivi degli impianti a terra, prima del tutto esclusi.

“Il limite del 10% per azienda agricole è certo poco, ma bisogna anche vedere come verrà declinato nel regolamento attuativo: considererà solo l’area ombreggiata dai pannelli, o l’intero campo in cui i pannelli sono ospitati? Si potranno coordinare diverse aziende per ottenere impianti più grandi? Non si sa ancora”, ci dice Papili, che concorda però che estendere questo limite all’agrivoltaico, quando fatto bene e controllato, è un’assurdità.

In ogni caso questi limiti danneggiano poco il FV a terra convenzionale, che è ormai competitivo sulla grande scala, e può benissimo sopravvivere senza incentivi: i suoi problemi derivano soprattutto dalle lungaggini autorizzative e dai veti di Regioni e Sopraintendenze.

“Il vero disastro di questo decreto è piuttosto per l’agrivoltaico che essendo una tecnologia nuova è costosa, può avere ancora bisogno di incentivi, soprattutto se a installarlo è l’agricoltore stesso che spesso non ha i capitali da anticipare: nessuno glieli presterà se può creare solo piccoli impianti sul 10% del suo terreno”, dice Miglietta.

“A questo proposito sarà cruciale capire cosa si intenda con quel limite: l’agrivoltaico è anche montato su alti pali, intorno ai quali si può lavorare, per cui la fascia che impedisce la coltivazione è molto ridotta, circa il 2% del terreno. Se per il calcolo del 10% si considererà solo quella stretta striscia, il danno sarà contenuto, ma se si considererà tutto il campo che ospita l’impianto, allora si limiterà fortemente lo sviluppo di queste tecnologie in Italia”.

Queste tecnologie potrebbero essere win-win, in grado, se non ostacolate, di creare una nuova industria nel nostro paese e rivoluzionare la nostra agricoltura.

“Ma certo, perché l’agrivoltaico funziona particolarmente bene proprio dove c’è molto sole e rischio di siccità, quindi in tutta l’Italia centro-meridionale: in quelle condizioni, grazie all’inseguimento solare e ai moduli bifacciali, può produrre il 30-40% in più di elettricità del FV convenzionale, a parità di superficie, e può anche aiutare le piante a crescere, riducendo calore e perdita d’acqua”, dice Miglietta.

“Per esempio al sud non si riesce a piantare foraggio in estate, ma con l’agrivoltaico si potrà fare. In più questa tecnica consente agli agricoltori di fare il loro lavoro, e incassare qualche migliaio di euro per ettaro con l’affitto per gli impianti, riducendo così il rischio degli sbalzi dei prezzi agricoli. Dovremmo accoglierlo a braccia aperte e non cercare di bloccarlo”, dice Miglietta.

Però, come si è visto, c’è chi non si fida di queste tecnologie…

“È una posizione assurda, funzionano benissimo, sia per vari tipi di agricoltura, che per l’allevamento: anche qui, come con la pandemia, ascoltiamo la scienza. E comunque basta poco per assicurarsi che l’agrivoltaico permetta la coltivazione: lasciate che l’azienda ne installi quanto vuole, ma con la clausola che in quei campi deve continuare a produrre almeno l’80% del raccolto di prima dell’impianto. Se non ce la fa, perde gli incentivi”, dice l’agronomo del Cnr.

Però pare che anche per l’agrivoltaico la battaglia di chi vuole ostacolare in ogni modo la produzione di energia solare a terra in Italia andrà poco lontano.

“Non solo vogliono investire in questa tecnica centinaia di agricoltori, ma ci sono anche grandi aziende energetiche che vogliono farlo, sicure di rientrare anche senza aiuti statali. Edf, per esempio, vorrebbe spendere 50 milioni di euro in Italia, per installare agrivoltaico su 70 ettari. Come si vede a questa grande scala il costo già non è tanto più alto del FV convenzionale e la maggiore produttività lo renderebbe anche più redditizio”, conclude Miglietta.

E anche in Sicilia il gruppo Falck intende realizzare grandi impianti di questo tipo, senza incentivi.

Insomma, alla lunga le anacronistiche battaglie di retroguardia per espellere, a prescindere, il FV dalle campagne italiane, pare siano destinate a non avere successo, e forse anche alla luce delle modifiche e integrazioni degli articoli 9 e 41 della Costituzione, con cui è stato valorizzato l’ambiente come un bene “costituzionalmente” tutelato.