Secondo la Commissione europea la tassazione degli extraprofitti è una competenza dei Paesi membri, che possono agire sulla base della propria legislazione.
Questa la posizione data ieri (24 agosto) da Bruxelles tramite un portavoce, interrogato in merito alla proposta di intervento sulle rendite delle compagnie petrolifere avanzata da sei Stati.
In particolare, Italia, Austria, Polonia, Spagna, Portogallo e Germania hanno scritto alla Presidenza di turno dell’Ue per valutare questa opzione in vista dell’Ecofin di fine settembre (si veda Quante speranze ci sono per la tassa sugli extraprofitti petroliferi?).
Intanto arriva una sorta di nulla osta da parte della Commissione, per la quale “gli Stati possono già avvalersi dei propri poteri fiscali nazionali per affrontare i costi in termini di equità sociale e per progettare misure come la tassazione degli extraprofitti, se lo desiderano, come indicato nella comunicazione AccelerateEU del 22 aprile”.
Bruxelles si riserva comunque di dettare delle linee di indirizzo generale e di verificare la conformità delle scelte con il diritto comunitario.
Una prospettiva che almeno nelle tempistiche va nella direzione indicata dalla segretaria del PD, Elly Schlein, che ha invocato una rapida attuazione della tassa su base nazionale, ma scontenta l’associazione Transport & Environment, convinta che solo un sistema impositivo su base comune europea possa avere una reale efficacia.
In una nota di oggi la leader dei democratici incalza il Governo Meloni a tassare quanto prima gli extraprofitti, con una posizione su cui si allineano alcuni esponenti di M5S e Avs.
Nel suo intervento, però, Schlein non cita le compagnie petrolifere ma le “società energetiche” in generale.
Non a caso, a valle della discussione sugli extraprofitti degli ultimi giorni, gli analisti del gruppo bancario Equita segnalano come proprio l’assenza di un preciso indirizzo europeo su questo tema faccia aumentare i timori del mercato e il rischio di un intervento da parte del Governo italiano.
Per questo motivo gli esperti tengono sotto osservazione le quotazioni delle utility energetiche su Piazza Affari, memori degli effetti che hanno avuto interventi diretti o indiretti sui profitti da parte dello Stato negli anni precedenti.
Un’indicazione sul da farsi arriva anche dal vicepremier Antonio Tajani, segretario di FI, da sempre contrario a ogni forma di tassazione degli extraprofitti, ma da ieri intento a mediare sul tema, puntando a una meno impattante formula di interlocuzione diretta con le aziende interessate.
Più diretto l’altro vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, che conferma il favore a un contributo extra alle casse dello Stato da parte di istituti bancari e società petrolifere.
Probabile che i vertici della maggioranza ne abbiano discusso oggi con la presidente Giorgia Meloni, nel corso di un incontro informale sul rialzo dei carburanti, in vista del Consiglio dei ministri di domani (26 agosto), dove dovrebbe essere varata una nuova proroga sulle misure tampone in atto.
Nel frattempo è in corso la predisposizione di un intervento più strutturato sul costo alla pompa, tarato sulle esigenze di specifiche categorie di consumatori.
Sull’azione del Governo ha acceso un faro anche Greenpeace Italia che ha lanciato una petizione online per sostenere tre proposte:
- “far pagare alle industrie fossili il costo della crisi climatica, tassando i loro enormi profitti”, quindi non extraprofitti, “e destinando queste risorse alla protezione delle persone e alla transizione energetica”;
- pianificare un’uscita rapida e definitiva dal gas fossile entro il 2035, scrive l’associazione, “fermando nuovi progetti e investimenti che ci condannano a decenni di emissioni e disastri climatici”;
- accelerare la transizione energetica investendo in energie rinnovabili, efficienza e sistemi sostenibili, accessibili e indipendenti dai combustibili fossili.
A giugno, si ricorda, anche l’associazione ReCommon aveva lanciato una petizione, in quel caso per tassare specificatamente gli extraprofitti delle compagnie fossili.
Il peso economico della guerra sull’energia
Non si può dimenticare che alla base del problema c’è la situazione dello stretto di Hormuz e il relativo conflitto Usa-Iran.
A fare i conti su quanto questa guerra abbia impattato sui costi energetici in Italia ci ha pensato la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa (Cna).
“Tra il 1° marzo e il 31 agosto – si legge in una nota – il maggiore esborso per carburanti, elettricità e gas è stimato in circa 11,8 miliardi di euro rispetto ai livelli precedenti all’esplosione della crisi”.
Più nel dettaglio si tratta di:
- 5,8 mld € per benzina e gasolio nel semestre analizzato, per una domanda che a luglio ha raggiunto il picco degli ultimi sedici anni sulla benzina e una flessione dell’8,4% sul gasolio;
- circa 3,8 mld € di maggiore esborso per la bolletta elettrica tra 1° marzo e 31 agosto, con una domanda che a luglio ha segnato +8,3% rispetto allo stesso mese del 2025;
- circa 2,2 mld € per il gas.
Intanto il ministro Gilberto Pichetto Fratin invita alla calma. Intervenendo al Meeting di Rimini il titolare del Mase ha confermato i lavori in corso su un provvedimento per alcune specifiche categorie di consumatori e ha elencato una sorta di motivi paralleli con cui il bicchiere può apparire anche mezzo pieno.
“Siamo nella condizione di rispettare il cronoprogramma” del Pniec in tema di rinnovabili, ad esempio. “La matematica non è un’opinione: nel 2021 abbiamo installato 1 GW e mezzo e dal 2022 ad oggi ne abbiamo installati quasi 29”.
Inoltre, “dal 2022 ci siamo trovati davvero a cambiare pelle” affrancandoci dal gas russo. Ora “serve la capacità di produrre energia pulita e stabile. Per questo bisogna aggiungere fotovoltaico, eolico, nuovo geotermico”, ma “abbiamo bisogno anche del nuovo nucleare”.
In termini pratici, secondo Pichetto, ci sono 20-22 GW di fotovoltaico ed eolico da sbloccare, perché incagliati tra veti incrociati e pareri dalle soprintendenze.
A questi progetti il ministro aggiunge quelli autorizzati, ma ancora non realizzati per ragioni di mercato, che concorrono alla saturazione virtuale di rete, per un totale complessivo di 60 GW su cui si dovrebbe provare ad accelerare.




























