Un’inchiesta uscita questa settimana sul Guardian ha evidenziato che solo nel secondo trimestre del 2026 le otto maggiori compagnie petrolifere quotate hanno registrato complessivamente quasi 93 miliardi di dollari di utili netti, contro poco meno di 50 miliardi nello stesso periodo del 2025.
Secondo i calcoli della testata, è un aumento vicino al 90%, equivalente a oltre 700.000 $ di profitto al minuto.
Le società considerate sono Saudi Aramco, ExxonMobil, Chevron, Shell, BP, TotalEnergies, Eni ed Equinor.
La forte crescita degli utili è attribuita principalmente all’impennata dei prezzi petroliferi seguita al conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, che ha provocato quella che il giornale definisce la maggiore interruzione delle forniture fossili mai registrata, con un incremento dei prezzi del petrolio (WTI e Brent) ben oltre i 100 $/b tra aprile e giugno.
Profitti record tra guerre e crisi climatica
Parallelamente, la capitalizzazione complessiva delle otto compagnie è aumentata di circa 600 miliardi di dollari, superando i 3.000 miliardi. Il giornale britannico sintetizza così alcuni risultati:
- Saudi Aramco: oltre 33 mld $ di utile, +34%;
- ExxonMobil: 14,5 mld $, il doppio rispetto a un anno prima;
- Chevron: 12,2 mld $, oltre 5 volte il risultato del 2025;
- Shell: 9,84 mld $, secondo miglior risultato trimestrale della sua storia;
- BP: 5,73 mld $, più del doppio rispetto al trimestre precedente;
- Equinor: 3,2 mld $, contro 1,8 mld un anno prima;
- Eni: 1,4 mld $ (1,3 mld un anno prima).
L’articolo costruisce un forte contrasto tra questi risultati economici e gli effetti della crisi climatica verificatisi nello stesso periodo: ondate di calore eccezionali, siccità, incendi, alluvioni, danni agricoli e migliaia di morti, richiamando anche studi che collegano direttamente le emissioni storiche delle maggiori compagnie fossili all’aumento della frequenza e dell’intensità delle ondate di calore.
Organizzazioni come Global Witness e Friends of the Earth chiedono che una parte di questi profitti venga prelevata attraverso una maggiore tassazione e destinata alla difesa dagli eventi climatici, alla riparazione dei danni e all’accelerazione delle energie rinnovabili.
Insomma, le compagnie starebbero beneficiando contemporaneamente delle crisi geopolitiche e dell’aumento delle bollette all’interno di un modello energetico ormai incontrovertibilmente responsabile del riscaldamento globale.
Un passaggio specifico riguarda BP che, mentre registra i maggiori utili dalla prima fase della guerra in Ucraina, sta riducendo gli investimenti nella transizione energetica. Il budget annuale dedicato alle attività a basse emissioni è stato ridimensionato da 5 a 1,5-2 mld $; la società ha inoltre ceduto o sta valutando di cedere attività nell’eolico, nel biogas e nel fotovoltaico. Al contempo BP sostiene invece che l’aumento della produzione petrolifera sia necessario per garantire le forniture in una fase di scarsità.
La tesi centrale dell’articolo è che guerre, crisi delle forniture e disastri climatici producano costi crescenti per cittadini e governi, mentre generano profitti eccezionali per le compagnie che estraggono e vendono combustibili fossili. Da qui la richiesta politica di introdurre imposte straordinarie e meccanismi che facciano contribuire maggiormente il settore petrolifero ai costi della crisi climatica.
Va detto che il Guardian documenta un eccezionale aumento degli utili netti trimestrali, ma non calcola tecnicamente gli “extra-profitti” rispetto a un rendimento normale o a una specifica base fiscale. Il concetto di profitto straordinario viene utilizzato soprattutto in senso politico ed economico, attraverso il confronto con il trimestre e l’anno precedenti.
Extraprofitti, quanto hanno raccolto Italia ed Europa
A fare un po’ di calcoli sulla situazione italiana ed europea degli extra profitti delle grandi multinazionali del comparto delle fossili ci hanno pensato alcune organizzazioni ed esperti in un recente webinar organizzato a luglio da ReCommon, dal titolo “Emergenza per chi? Come le aziende energetiche fossili guadagnano dalla crisi”.
Si è discusso dell’inefficacia delle passate tassazioni sugli extra-profitti in Italia e in Europa, sottolineando la necessità di meccanismi fiscali più rigorosi e strutturali.
E su questa linea è stata presentata anche una petizione (link in basso) che chiede al governo italiano di introdurre una tassa immediata per finanziare la transizione ecologica e il supporto alle fasce sociali vulnerabili.
Il punto di partenza comune sembrerebbe normale: “chi inquina paga”; eppure questo principio ha trovato sempre la ferma opposizione di queste aziende, così come dell’Unione Petrolifera, ritenendolo inaccettabile, ovviamente con una sorta di complicità da parte dei governi.
Al webinar hanno partecipato Antonio Tricarico (ReCommon), Mauro Meggiolaro (giornalista esperto di analisi aziendali e di mercato) e Andrea Boraschi (Transport & Environment), spiegando ciò che è stato fatto finora e ciò che si dovrebbe fare per il futuro.
L’Italia è stata tra i primi paesi ad applicare una tassazione straordinaria con il Decreto Ucraina (DL 21/2022) sotto il governo Draghi. Tuttavia, questa prima misura aveva dei limiti strutturali, poiché non colpiva i profitti reali ma il differenziale IVA (differenza grezza tra fatture di vendita e di acquisto), dunque un dato piuttosto grezzo e non ancora i profitti veri e propri.
Il 6 ottobre 2022 l’Ue ha introdotto un regolamento che definiva un “contributo di solidarietà temporaneo” sugli utili delle imprese di petrolio, gas, carbone e raffinazione che eccedevano di oltre il 20% la media dei quattro anni precedenti (con aliquota minima consigliata del 33%). L’Italia ha recepito la norma in modo più severo con la legge di bilancio, applicando un’aliquota del 50% su una platea di imprese più ampia.
A livello europeo, le tasse straordinarie hanno raccolto 26,15 miliardi di euro, ma si tratta di una frazione minima rispetto ai 340 miliardi di euro di denaro pubblico spesi complessivamente dagli Stati nel 2022 (190 mld) e nel 2023 (150 mld) per proteggere cittadini e imprese dal caro-energia.
In Italia, il gettito complessivo è stato di circa 6,25 miliardi di euro, anch’essa una cifra insoddisfacente se confrontata con gli extraprofitti dei singoli operatori.
La sola ENI, nel solo primo semestre del 2022, aveva generato profitti straordinari di gran lunga superiori, distribuiti per oltre la metà agli azionisti sotto forma di dividendi straordinari e riacquisto di azioni proprie (buyback).
Negli anni successivi (2024-2026) il tema è un po’ uscito dall’agenda politica, nonostante esponenti di governo, come il ministro Giorgetti, avessero riconosciuto che i profitti straordinari derivassero da eventi eccezionali (dicasi, conflitti internazionali) e non certo da meriti industriali.
Dal punto di vista legale si è registrato però un punto fermo fondamentale: la Corte Costituzionale, a metà del 2025, ha dichiarato legittima la tassa del 2022-2023, respingendo i ricorsi di circa venti società energetiche e stabilendone la conformità giuridica.
Dalle tasse una tantum a un prelievo permanente
Gli esperti intervenuti al webinar suggeriscono di superare la logica dei decreti d’emergenza “una tantum”, introducendo invece meccanismi automatici permanenti ancorati alla legge, che si attivino ogni volta che eventi geopolitici o di mercato generano rendite straordinarie non dovute a capacità industriale, estendendo la tassazione anche ad altri settori che beneficiano delle crisi, come quello della difesa.
Accanto alla tassazione degli extraprofitti, si propone di introdurre un contributo permanente basato sulle emissioni storiche delle compagnie fossili, secondo i modelli dei Climate Superfund adottati negli USA, in particolare negli stati del Vermont e di New York nel 2024.
Un fondo per resilienza, transizione e famiglie vulnerabili
Lo Stato dovrebbe calcolare i costi dei danni climatici e dell’adattamento (oggi pagati dai contribuenti tramite il debito pubblico) e chiederne conto alle aziende energetiche in quota parte, calcolata in base alle loro emissioni storiche e ai combustibili estratti e lavorati.
Per garantire che la tassa non ricada sulle bollette o sui carburanti alla pompa a carico dei cittadini, la tassazione deve essere applicata rigorosamente sugli utili netti (ex-post) e non sui volumi di vendita o sul fatturato.
È poi indispensabile inserire nella norma clausole esplicite di divieto di rivalsa sui consumatori, affidando poteri di controllo e applicazione rigidi ad authority per l’energia (Arera) e la concorrenza (Agcm).
Aspetto chiave è che i proventi non devono disperdersi nel bilancio generale dello Stato, ma vanno convogliati in un Fondo Nazionale per la Resilienza Climatica e la Transizione Energetica, che abbia scopi specifici e chiari.
Queste risorse devono infatti tutelare le famiglie vulnerabili colpite da povertà energetica, finanziare l’adattamento climatico (esempio la prevenzione del dissesto idrogeologico) e sostenere investimenti strutturali per sganciare il Paese dalla dipendenza dal gas fossile.
- Firma la petizione: “Basta extra-profitti: facciamo pagare la crisi ai colossi fossili“




























